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Andalusia in ordine sparso

Dettagli andalusi. In ordine sparso. I semafori fanno il conto alla rovescia, così sai se riesci ad attraversare la strada. Nei bar, sotto al tavolo, ci sono gli appendini per le borse. La colazione è salata: cafè solo (o corto, cortado, o café leche) e tostado y tomate. Ottimo. Il tostado. Perché il caffè invece non si può bere. Gli autobus ogni tanto improvvisano un capolinea: se qualcuno chiede spiegazioni l’autista alza le spalle. Il biglietto si paga direttamente sul bus. Visitare le cattedrali costa caro, a volte ne vale la pena, altre meno. Bere acqua non conviene: costa più della coca cola. Imparare a cenare con le tapas è tempo perso. Non si cena in Spagna all’ora della cena “italiana”. Alle 21 si spilucca. Verso le 23 si può pensare a qualcosa di più consistente. I pasti sono slow: se non ti siedi al bancone sai che aspetterai molto per ordinare da bere, per chiedere da mangiare e poi la cuenta. A volte chi sta dietro al bancone si accorge di te ma non ti considera. C’è un fastidio diffuso nei confronti dei turisti. Spesso giustificato. Buonissimo il jamon serrano (il prosciutto crudo). Non mancano le gelaterie. E c’è anche il gusto Puffo (Pitufo). I treni sono più belli dei nostri. Anche i regionali sono puliti, con le macchinette di bibite e spuntini tra uno scompartimento e l’altro. In Andalusia si viaggia bene in pullman. Anche in giornata: Malaga-Siviglia quasi tre ore, si può fare. Così anche Granada-Cordova. E poi ci sono bellissime case delle bambole, con mobili costruiti da artigiani: dal frigorifero pieno di bottiglie e frutta di ceramica alla vasca da bagno.

Cordova, l’ultima moschea

Quella di Cordova è l’unica moschea conservata in Spagna. Carlo V ordinò di abbattere la parte centrale per costruirci una cattedrale. Così convivono crocifissi e statue di angeli e santi con gli archi arabeggianti e i 99 nomi di Allah. Sull’ultima pagina del volantino-guida consegnato per la visita della Mezquita viene proposta “una riflessione”: “E’ la Chiesa, attraverso il capitolo cattedralizio, colei che ha reso possibile che l’antica moschea del califfato d’occidente, non sia oggi un cumulo di macerie. Poiché una delle missioni della Chiesa è stata sempre la salvaguardia e il fomento dell’arte e della cultura”. Leggo queste righe e mi guardo attorno. Gli archi bianchi e rossi si aprono uno dopo l’altro, doppi, leggeri, non se ne vede il confine. Spesse porte di legno (oppure muri) ora chiudono l’accesso al giardino, che invece era stato un unico ambiente, così da camminare tra le palme e le colonne, fino al mihrab. Doveva esserci luce e aria, ora regna l’ombra come in tutte le chiese. Al posto delle palme ci sono alberi di arance, perché Isabella la Cattolica ne adorava la marmellata e delle palme proprio non sapeva cosa farsene.

Nella Mezquita convivono i simboli di culture diverse. Sì, ma come? Un crocifisso trova sostegno sotto archi arabeggianti, oro e marmo, angeli e stucchi appaiono improvvisamente al centro dell’edificio. Brutti a dir la verità. E’ il cuore della cattedrale, con un po’ di tutto, barocco, rinascimentale, tardo gotico. Chi la costruì – dice la guida – ha avuto l’accortezza di rendere meno terribile il passaggio da uno stile all’altro con piccoli espedienti. E di fare in modo di non coprire il mihrab, il luogo più sacro perché rivolto in direzione della Mecca. Certo, ringraziamo chi decise di non abbattere la moschea, chi affascinato da archi e colonne preferì farli propri piuttosto che polvere. Ma c’è stato tutto tranne che il buon gusto di non intaccare un’arte raffinata, che se non poteva più essere luogo di culto, poteva almeno restare intatto come monumento.

Strade tortuose come lettere arabe

Stradine di pietra, un albero di fichi che lascia cadere i suoi rami oltre il muro bianco. Porte colorate, ceramiche, giardini nascosti. Fili elettrici che volano da un edificio all’altro, collegamenti sospesi per portare la luce. Una lattina schiacciata abbandonata da qualcuno che non ha rispetto per le case degli altri. Giri nel barrio Albaicin in silenzio, consapevole di essere – ancora di più – in casa di altri. Fotografi un balcone, una ringhiera, una porta. Sono il balcone, la ringhiera e la porta di chi qui ci vive. Ogni tanto mi chiedo cosa trasformerei in fotografia nelle mie strade. Perché qui, o altrove, una finestra vale uno scatto?

“Inglese, francese o spagnolo?” Ci penso un attimo e rispondo francese. Vende immagini, scritte sinuose con la calligrafia araba più vicina al disegno e alla pittura. Versetti del Corano, o semplici frasi importanti. “Il cuore felice è il cuore libero”. La stessa scritta però è anche “Dona il tuo amore solo a chi ha il cuore felice”. Traduzioni diverse, non so se entrambe giuste. In francese spiega con passione il significato di quei segni. C’è la speranza, l’espoir: per quanto possa durare il buio della notte, poi comunque tornerà a splendere il sole. E’ una passeggiata in cui si respira la voglia di condividere, che fino a questo momento non avevo ancora trovato. Non gli ho chiesto come si chiama. Mi ha detto che è di Casablanca, che ha un cognato che vive a Genova, ma che lui a Granada sta bene, è la sua città. Trovo gesti gentili, e questa voglia di farti vedere l’aspetto reale di una città e della sua cultura anche nella teteria dove io e Alice ci siamo fermate a cena. E l’ho trovata poco prima, quando per mettere a confronto due stoffe per aiutarci a scegliere in due si sono messi con le bracce tese in avanti, così, aspettando un nostro segno, reggendo queste pesanti coperte. Nessuna traccia di gentilezza negli uffici del turismo, dove invece dovrebbero di mestiere promuovere la propria città. Gli arabi non sono spagnoli. E’ il primo pensiero. Ecco perché sono diversi. Più aperti, più gentili, più attenti. Ma forse è proprio perché questa terra era la loro che ci tengono più di altri a raccontarne i piccoli segreti.

Granada, conquistata, divisa ma finalmente una città viva

Subito la sensazione di essere in una città “normale”. Il supermercato di quartiere, il panificio, e poi l’elettricista. Un piccolo bar dove la colazione è rigorosamente andalusa: caffè e tostado (metà panino con sopra pomodoro fresco e olio). I turisti ci sono, per carità, anche troppi, ma Granada riesce a tenersi stretta la sua dimensione. E’ una città divisa, ma armoniosa. La ricchezza del centro e poi lo sguardo che corre lontano verso l’Albaicin, il barrio arrampicato sulla collina che porta al Sacromonte, quartiere in stile arabo, bianco, stradine e lampioni, piazzette con alberi e giardini nascosti. Ma Granada è anche una città conquistata. Le chiese sono state costruite sulle macerie delle moschee, grosse croci di pietra segnano il territorio. Eppure le linee sinuose arabe sono ovunque. Curioso che la Caldareria Nueva, la strada dell’Albaicin che ospita le teterie arabe, finisca proprio davanti alle vetrine delle edizioni Paoline. Intatta – anche se nei secoli più volte restaurata e modificata – è l’Alhambra. E’ l’unico palazzo arabo costruito nel Medioevo rimasto intatto: i re cattolici lo graziarono. Invece di abbatterlo ci costruirono sopra e attorno. Terribile infatti il palazzo di Carlo V. In tutte le librerie e nei negozietti del centro si trova un libro in vendita in più lingue: Racconti dell’Alhambra di Washington Irving. Storico e diplomatico nordamericano. Soggiornò a Granada nel 1829 e raccolse in un libro le leggende, i racconti e le voci su quella che un tempo era la fortezza del sultano. E’ un libro citato in continuazione come la guida più completa per cogliere la storia dell’Alhambra. Mi sono chiesta: perché gli spagnoli affidano un pezzo di storia (e di arte, turismo, architettura, etc etc) a un americano? Ho trovato la risposta sulla Routard. E’ solo grazie all’interesse di Irving che si inizio il restauro dell’Alhambra, in stato di abbandono dal 1526.

Malaga/2, la cultura della demolizione

E’ come se un momento prima una bomba avesse distrutto la città, buttato giù un palazzo. Disperazione e devastazione, per pochi minuti. E’ uno dei volti di Malaga. Strade sventrate, di alcuni edifici resta la facciata, dentro il vuoto. Si aprono voragini, gole di mattoni svuotate da sabbia e piastrelle. Si vedono ancora le mattonelle del bagno e della cucina. Un giorno c’è ancora una porta aperta che si affaccia su una stanza fantasma, il giorno dopo c’è solo il niente. Ci sono ancora pagine di giornali attaccate al muro, forse il poster improvvisato di una ragazzina.

Anche dietro all’ufficio del turismo, stretto tra le transenne di un cantiere, lo sfondo è lo stesso: la calce bianca di un palazzo che non c’è più, e i segni più scuri a indicare quelle che un tempo erano le pareti. Capita però di vedere muri di un giallo intenso, quasi arancione. Uno strato di schiuma, simile a gomma piuma. E’ per l’umidità. Per non danneggiare le case vicine, e come per un virus dover abbattere anche quelle. Malaga è una delle venti città candidate a capitale europea della cultura per il 2016. Forse dovrebbe partire dalle ferite aperte.

Siviglia, la città che brucia

Ore 7.45 il treno da Malaga per Siviglia parte in perfetto orario. I bagagli vengono controllati come in aeroporto, in stazione (appendice di un enorme centro commerciale) non c’è quasi nessuno. Nel tragitto ostello-stazione vediamo una città ancora addormentata, avvolta dal buio. Il kebbaro però è esattamente come lo abbiamo lasciato la sera prima: sedie bianche sul marciapiede per parlare e guardare la gente che passa. Il sole qui sorge alle 8. Il viaggio per Siviglia dura poco meno di tre ore. Si dorme. Fuori è il deserto. Distese di pianura e dolci colline bruciate dal sole. Case bianche, o decine di villette gialle e rosse, come la terra, sdraiate sotto il sole. Che brucia. Siviglia è caldissima. Solo verso sera siamo riuscite a dare un valore numerico alla senzazione di calore: ore 19.30 41 gradi all’ombra.

Siviglia è da vedere, mi hanno detto. In effetti sì, non si poteva non passare di qui. Lasciamo stare la periferia, facciamo finta che la porta della città sia il prado de San Sebastian, un parco che accompagna verso quello più grande, il parque Maria Luisa, che racchiude plaça de Espagna. Nel 1929 qui c’era stata l’Esposizione ispano-americana. Ci sono 58 panchine di azulejos a rappresentare le altrettante province della Spagna, e poi ponticelli, fontane, portici.

Santa Cruz è il quartiere della cattedrale, dell’Alcazar, delle stradine con i palazzi bianchi di calce. E’ la città dei pellegrini, che qui vengono per la Pasqua. Agosto, mese dei vacanzieri, è bassa stagione. Dentro alla cattedrale c’è il mausoleo di Cristoforo Colombo. Qui ci sono le sue spoglie. O forse no, se si dà ragione a Santo Domingo che rivendica le stesse ossa.

Oggi, sabato, a Siviglia passa la Vuelta, il loro giro d’Italia. Transenne, furgoncini pubblicitari, camion. Attesa. Noi ci siamo state venerdì, giorno di preparativi.

Ah, i treni possono anche arrivare in anticipo.

Malaga, madre de dios

Madre de dios, dove siamo finite? Ce lo siamo chieste subito. Già sul pullman dall’aeroporto verso il centro di Malaga io e Alice ci siamo guardate un po’ stupite. Va bene la cementificazione della costa, va bene l’assalto dei palazzi già preannunciato dalla Routard, ma così è un po’ troppo. Decine e decine di piani di quasi-grattacieli tutti uno diverso dall’altro. Picasso, che qui c’è nato il 25 ottobre 1881, probabilmente non sarà molto contento. Per fortuna il centro storico restituisce un po’ di serenità. Stradine bianche, tavolini all’aperto, posti nascosti come El Pimpi, bodega dal profumo intenso di botti di legno, vecchie fotografie e pezzi di storia.

Dettagli in ordine sparso. Malaga, ma abbiamo capito che non è la sola, è un cantiere aperto. Il governo spagnolo qui ha garantito nuovi fondi per andare avanti con almeno 4 grandi opere, tra cui un miglior collegamento con l’aeroporto. Nella speranza di veder finire i lavori. In effetti ci sono ruspe ovunque, anche qui in Calle Hinestrosa, dove la Casa del las Mercedes ci ospita. Bellissimi i vasi appesi alle pareti dei cortili interni.


I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Paul Auster, un po' di Pamuk, Erri De Luca

ULTIME LETTURE

Un uso qualunque di te (Sara Rattaro)

Twitter factor (Augusto Valeriani)

La vita è altrove (Milan Kundera)

1Q84 (Haruki Murakami)

Zita (Enrico Deaglio)

L'animale morente (Philip Roth)

Così è la vita (Concita de Gregorio)

I pesci non chiudono gli occhi (Erri De Luca)

Cattedrale (Raymond Carver)

Lamento di Portonoy (Philip Roth)

Libertà (Jonathan Franzen)

Il dio del massacro (Yasmina Reza)

L'uomo che cade (Don De Lillo)

Il condominio (James G. Ballard)

Sunset limited (Cormac McCarthy)

I racconti della maturità (Anton Cechov)

Basket & Zen (Phil Jackson)

Il professore di desiderio (Philip Roth)

Uomo nel buio (Paul Auster)

Indignazione (Philip Roth)

Inganno (Philip Roth)

Il buio fuori (Cormac McCarthy)

Alveare (Giuseppe Catozzella)

Il Giusto (Helene Uri)

Raccontami una storia speciale (Chitra Banerjee Divakaruni)

Cielo di sabbia (Joe R. Lansdale)

La stella di Ratner (Don DeLillo)

3096 giorni (Natascha Kampusch)

Giuliano Ravizza, dentro una vita (Roberto Alessi)

Boy (Takeshi Kitano)

La nuova vita (Orhan Pamuk)

L'arte di ascoltare i battiti del cuore (Jan-Philipp Sendker)

Il teatro di Sabbath (Philip Roth)

Sulla sedia sbagliata (Sara Rattaro)

Istanbul (Orhan Pamuk)

Fra-Intendimenti (Kaha Mohamed Aden)

Indignatevi! (Stéphane Hessel)

Il malinteso (Irène Némirovsky)

Nomi, cognomi e infami (Giulio Cavalli)

Tangenziali (Gianni Biondillo e Michele Monina)

L’Italia in seconda classe (Paolo Rumiz)

ULTIME VISIONI

Be kind rewind (Michel Gondry, 2007)

Kids return (Takeshi Kitano, 1996)

Home (Ursula Meier, 2009)

Yesterday once more (Johnnie To, 2007)

Stil life (Jia Zhang-Ke, 2006)

Cocaina (Roberto Burchielli e Mauro Parissone, 2007)

Alla luce del sole (Roberto Faenza, 2005)

Come Dio comanda (Gabriele Salvatores, 2008)

Genova, un luogo per dimenticare (Michael Winterbottom, 2010)

Miral (ulian Schnabel, 2010)

Silvio forever (Roberto Faenza, 2011)

Election (Johnnie To, 2005)

Oasis (Lee Chang-dong, 2002)

Addio mia concubina(Chen Kaige, 1993)

La nostra vita (Daniele Luchetti, 2010)

Departures (Yojiro Takita, 2008)

La pecora nera (Ascanio Celestini, 2010)

Flags of our fathers (Clint Eastwood, 2006)

L'uomo che fissa le capre (Grant Heslov, 2009)

Buongiorno Notte (Marco Bellocchio, 2003)

Vallanzasca - Gli angeli del male (Michele Placido, 2010)

Paz! (Renato De Maria, 2001)

Stato di paura (Roberto Burchielli, 2007)

Gorbaciof (Stefano Incerti, 2010)

L'esplosivo piano di Bazil (Jean-Pierre Jeunet, 2008)

Confessions (Tetsuya Nakashima, 2010)

127 ore (Danny Boyle, 2010)

Qualunquemente (Giulio Manfredonia, 2011)

American life (Sam Mendes, 2009)

Look both ways (Sarah Watt, 2005)
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