Archivio per settembre 2010

Tre uomini e una bambina che riusciva a vedere

L’auto lascia l’ultima curva, piccola tra colline aspre. Quattro generazioni strette sui sedili. Tutte donne. La bisnonna avvolta in abiti neri, di un lutto che si rinnova, che raccoglie la tradizione delle pacchiane, le vecchie del paese che si mostrano come parte di un rito, il pizzo bianco che esce dal seno, e strati stretti di stoffa nera che stringono la vita e poi ricadono in gonne vaporose. Poi la nonna, la mamma, due zie. Il punto di vista di una bambina di cinque anni. I codini, il musetto attento. L’auto accosta, un po’ prima dell’ingresso del cimitero. Non ci sono statue, poche cappelle. Il cimitero di Gimigliano, case arroccate in provincia di Catanzaro, è un lungo elenco di loculi. Lapidi semplici, una foto, un vaso. Si spegne il motore. I fiori fasciati nella plastica per sostituire corolle secche non hanno profumo. L’omaggio a parenti perduti.  

“Mamma, guarda quei tre signori”.
“Quali? Guarda che non c’è nessuno”.
“Mamma, ma dai. Sono lì, vicino al cancello. Quello con il piede appoggiato al muro è lo stesso che c’è nella foto a casa”.

In auto c’è solo silenzio. Stanno tutti zitti, tranne la bambina. La sua voce si fa insistente. Ha già il tono fermo di chi da grande saprà far sentire i suoi pensieri. La voce più anziana supplica in dialetto stretto di andare via.
I fiori sono rimasti nella plastica. Nessuno quel giorno è entrato al cimitero. C’è quella bambina indispettita da questi adulti che proprio non le hanno voluto credere. “Ma avevi già visto quegli uomini?” La bambina ci pensa. Solo nelle foto. Uno, quello che si appoggiava con un piede al muro, è lo stesso che c’è sul comodino della mamma. Lo ha riconosciuto subito. Poi si guarda attorno, in quella vecchia casa dove va ogni estate. L’altro signore lo riconosce in un’altra fotografia.

Zio Fiorentino.
Quello sul comodino era il papà di mia mamma. Nonno Clemente. Morti giovani, entrambi. Io sono quella bambina. Non ricordo niente di quel giorno. Gli altri, anzi le altre sì. Mia mamma, mia nonna, mia zia. Non me ne avevano mai parlato. Me lo hanno raccontato due giorni fa. Ancora con gli occhi che guardano lontano, come a cercare a tutti i costi di vedere quegli uomini. Un padre, uno zio. Un marito. Mia mamma dice che aveva capito subito che stavo descrivendo il nonno, si metteva sempre in quella posizione. Io non potevo saperlo, non l’ho mai conosciuto. E ora, dopo vent’anni, non so cosa dire. Però rivedo questa scena che mi è stata raccontata, come in un vecchio film, visto da altri.

Le parole degli altri. Inquietudine

“Non possiamo distinguere se certi momenti profondi, per la loro essenza sottile e ambigua, appartengono all’anima o al corpo, se sono il malessere causato dal fatto di avvertire la futilità della vita, o l’indisposizione che deriva da un abisso organico: lo stomaco, il fegato, il cervello. Oggi la mia anima è triste fino al corpo”.

“Non riesco più a sopportare niente, a parte la vita: l’ufficio, la casa, le strade (perfino il loro contrario se ciò fosse possibile), ogni cosa mi pesa e mi opprime; solo l’insieme mi dà sollievo. Sì, in questo insieme, una cosa da nulla è sufficiente a consolarmi”.

(Il libro dell’inquietudine, Fernando Pessoa)

Le parole degli altri si mescolano a quelle che scorrono nella testa. Lo stomaco si attorciglia, poi cerca di liberarsi, di lasciarsi andare, di cacciare tutto quello che non puoi più tenere dentro. Eppure, con il respiro che si fa più controllato, con gli occhi che si chiudono, anche questa sensazione lentamente si allontana. Il corpo reagisce ai pensieri, diventa pensiero. Così l’insofferenza si traduce in un senso di soffocamento, il respiro che stenta a darti aria. E quel senso incontrollabile di inquietudine che mette in fila i pensieri uno dopo l’altro, poi li schiaccia, li dilata, li stritola. E lo stesso succede alla pelle, alla lingua, agli occhi. Poi li devi chiudere. E forse iniziare a cercare altre parole. Altre.

Accorsi in bagno

Libreria Feltrinelli di Genova. Le pareti sono tappezzate di gigantografie di autori e attori. Girando tra gli scaffali lo sguardo ogni tanto cade su un profilo, su una testa di capelli bianchi. Proprio accanto al bar, la porta del bagno ospita Stefano Accorsi in tutto il suo splendore. Sta correndo, a piedi nudi.
Ora, si tratta di un gioco di parole – Accorsi in bagno – o c’è dietro un messaggio nascosto per lasciar intuire il giudizio sulle sue qualità come attore? AAA cercasi risposte.

Dove il cielo è più blu

Elisa e Mirko aprono e chiudono l’enorme pallone della mongolfiera a chi vuole gustarne il sapore antico. Sono di Ravenna e per loro è un hobby: appena possono attaccano il rimorchio all’auto e girano per i raduni, “pochi in Italia”, mi dice Mirko. Il perché sta nella fatica di montare, smontare, atterrare nel posto giusto, aspettare il furgone che cerca di recuperarti, piegare tutto con cura. Per questo molti lo fanno per lavoro.  

In piedi su una cesta guardo in alto e vedo le fiamme sotto un pallone arcobaleno. E in basso piano piano Pavia si allontana. Il Ponte Coperto si fa più piccolo, il duomo si perde tra i tetti e il Ticino diventa solo un piccolo serpente d’acqua. Poi è una distesa di verde, le risaie, gli alberi, le cascine. Mirko fa abbassare la mongolfiera: sfioriamo campi di granoturco, si sente il profumo dei boschi, l’aria umida del fiume. Il cielo limpido. Si vede lontano. Sembra di poter andare lontano. Sembra di poter riuscire a non pensare a niente.

Poco prima di volare sulla mongolfiera avevo letto queste parole:

“Il mio desiderio è fuggire. Fuggireda ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non essere questo luogo. Non voglio più vedere questi volti, queste abitudini e questi giorni. Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simulazione”.

(Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine)

Andalusia in ordine sparso

Dettagli andalusi. In ordine sparso. I semafori fanno il conto alla rovescia, così sai se riesci ad attraversare la strada. Nei bar, sotto al tavolo, ci sono gli appendini per le borse. La colazione è salata: cafè solo (o corto, cortado, o café leche) e tostado y tomate. Ottimo. Il tostado. Perché il caffè invece non si può bere. Gli autobus ogni tanto improvvisano un capolinea: se qualcuno chiede spiegazioni l’autista alza le spalle. Il biglietto si paga direttamente sul bus. Visitare le cattedrali costa caro, a volte ne vale la pena, altre meno. Bere acqua non conviene: costa più della coca cola. Imparare a cenare con le tapas è tempo perso. Non si cena in Spagna all’ora della cena “italiana”. Alle 21 si spilucca. Verso le 23 si può pensare a qualcosa di più consistente. I pasti sono slow: se non ti siedi al bancone sai che aspetterai molto per ordinare da bere, per chiedere da mangiare e poi la cuenta. A volte chi sta dietro al bancone si accorge di te ma non ti considera. C’è un fastidio diffuso nei confronti dei turisti. Spesso giustificato. Buonissimo il jamon serrano (il prosciutto crudo). Non mancano le gelaterie. E c’è anche il gusto Puffo (Pitufo). I treni sono più belli dei nostri. Anche i regionali sono puliti, con le macchinette di bibite e spuntini tra uno scompartimento e l’altro. In Andalusia si viaggia bene in pullman. Anche in giornata: Malaga-Siviglia quasi tre ore, si può fare. Così anche Granada-Cordova. E poi ci sono bellissime case delle bambole, con mobili costruiti da artigiani: dal frigorifero pieno di bottiglie e frutta di ceramica alla vasca da bagno.

Cordova, l’ultima moschea

Quella di Cordova è l’unica moschea conservata in Spagna. Carlo V ordinò di abbattere la parte centrale per costruirci una cattedrale. Così convivono crocifissi e statue di angeli e santi con gli archi arabeggianti e i 99 nomi di Allah. Sull’ultima pagina del volantino-guida consegnato per la visita della Mezquita viene proposta “una riflessione”: “E’ la Chiesa, attraverso il capitolo cattedralizio, colei che ha reso possibile che l’antica moschea del califfato d’occidente, non sia oggi un cumulo di macerie. Poiché una delle missioni della Chiesa è stata sempre la salvaguardia e il fomento dell’arte e della cultura”. Leggo queste righe e mi guardo attorno. Gli archi bianchi e rossi si aprono uno dopo l’altro, doppi, leggeri, non se ne vede il confine. Spesse porte di legno (oppure muri) ora chiudono l’accesso al giardino, che invece era stato un unico ambiente, così da camminare tra le palme e le colonne, fino al mihrab. Doveva esserci luce e aria, ora regna l’ombra come in tutte le chiese. Al posto delle palme ci sono alberi di arance, perché Isabella la Cattolica ne adorava la marmellata e delle palme proprio non sapeva cosa farsene.

Nella Mezquita convivono i simboli di culture diverse. Sì, ma come? Un crocifisso trova sostegno sotto archi arabeggianti, oro e marmo, angeli e stucchi appaiono improvvisamente al centro dell’edificio. Brutti a dir la verità. E’ il cuore della cattedrale, con un po’ di tutto, barocco, rinascimentale, tardo gotico. Chi la costruì – dice la guida – ha avuto l’accortezza di rendere meno terribile il passaggio da uno stile all’altro con piccoli espedienti. E di fare in modo di non coprire il mihrab, il luogo più sacro perché rivolto in direzione della Mecca. Certo, ringraziamo chi decise di non abbattere la moschea, chi affascinato da archi e colonne preferì farli propri piuttosto che polvere. Ma c’è stato tutto tranne che il buon gusto di non intaccare un’arte raffinata, che se non poteva più essere luogo di culto, poteva almeno restare intatto come monumento.

Strade tortuose come lettere arabe

Stradine di pietra, un albero di fichi che lascia cadere i suoi rami oltre il muro bianco. Porte colorate, ceramiche, giardini nascosti. Fili elettrici che volano da un edificio all’altro, collegamenti sospesi per portare la luce. Una lattina schiacciata abbandonata da qualcuno che non ha rispetto per le case degli altri. Giri nel barrio Albaicin in silenzio, consapevole di essere – ancora di più – in casa di altri. Fotografi un balcone, una ringhiera, una porta. Sono il balcone, la ringhiera e la porta di chi qui ci vive. Ogni tanto mi chiedo cosa trasformerei in fotografia nelle mie strade. Perché qui, o altrove, una finestra vale uno scatto?

“Inglese, francese o spagnolo?” Ci penso un attimo e rispondo francese. Vende immagini, scritte sinuose con la calligrafia araba più vicina al disegno e alla pittura. Versetti del Corano, o semplici frasi importanti. “Il cuore felice è il cuore libero”. La stessa scritta però è anche “Dona il tuo amore solo a chi ha il cuore felice”. Traduzioni diverse, non so se entrambe giuste. In francese spiega con passione il significato di quei segni. C’è la speranza, l’espoir: per quanto possa durare il buio della notte, poi comunque tornerà a splendere il sole. E’ una passeggiata in cui si respira la voglia di condividere, che fino a questo momento non avevo ancora trovato. Non gli ho chiesto come si chiama. Mi ha detto che è di Casablanca, che ha un cognato che vive a Genova, ma che lui a Granada sta bene, è la sua città. Trovo gesti gentili, e questa voglia di farti vedere l’aspetto reale di una città e della sua cultura anche nella teteria dove io e Alice ci siamo fermate a cena. E l’ho trovata poco prima, quando per mettere a confronto due stoffe per aiutarci a scegliere in due si sono messi con le bracce tese in avanti, così, aspettando un nostro segno, reggendo queste pesanti coperte. Nessuna traccia di gentilezza negli uffici del turismo, dove invece dovrebbero di mestiere promuovere la propria città. Gli arabi non sono spagnoli. E’ il primo pensiero. Ecco perché sono diversi. Più aperti, più gentili, più attenti. Ma forse è proprio perché questa terra era la loro che ci tengono più di altri a raccontarne i piccoli segreti.


I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Paul Auster, un po' di Pamuk, Erri De Luca

ULTIME LETTURE

Un uso qualunque di te (Sara Rattaro)

Twitter factor (Augusto Valeriani)

La vita è altrove (Milan Kundera)

1Q84 (Haruki Murakami)

Zita (Enrico Deaglio)

L'animale morente (Philip Roth)

Così è la vita (Concita de Gregorio)

I pesci non chiudono gli occhi (Erri De Luca)

Cattedrale (Raymond Carver)

Lamento di Portonoy (Philip Roth)

Libertà (Jonathan Franzen)

Il dio del massacro (Yasmina Reza)

L'uomo che cade (Don De Lillo)

Il condominio (James G. Ballard)

Sunset limited (Cormac McCarthy)

I racconti della maturità (Anton Cechov)

Basket & Zen (Phil Jackson)

Il professore di desiderio (Philip Roth)

Uomo nel buio (Paul Auster)

Indignazione (Philip Roth)

Inganno (Philip Roth)

Il buio fuori (Cormac McCarthy)

Alveare (Giuseppe Catozzella)

Il Giusto (Helene Uri)

Raccontami una storia speciale (Chitra Banerjee Divakaruni)

Cielo di sabbia (Joe R. Lansdale)

La stella di Ratner (Don DeLillo)

3096 giorni (Natascha Kampusch)

Giuliano Ravizza, dentro una vita (Roberto Alessi)

Boy (Takeshi Kitano)

La nuova vita (Orhan Pamuk)

L'arte di ascoltare i battiti del cuore (Jan-Philipp Sendker)

Il teatro di Sabbath (Philip Roth)

Sulla sedia sbagliata (Sara Rattaro)

Istanbul (Orhan Pamuk)

Fra-Intendimenti (Kaha Mohamed Aden)

Indignatevi! (Stéphane Hessel)

Il malinteso (Irène Némirovsky)

Nomi, cognomi e infami (Giulio Cavalli)

Tangenziali (Gianni Biondillo e Michele Monina)

L’Italia in seconda classe (Paolo Rumiz)

ULTIME VISIONI

Be kind rewind (Michel Gondry, 2007)

Kids return (Takeshi Kitano, 1996)

Home (Ursula Meier, 2009)

Yesterday once more (Johnnie To, 2007)

Stil life (Jia Zhang-Ke, 2006)

Cocaina (Roberto Burchielli e Mauro Parissone, 2007)

Alla luce del sole (Roberto Faenza, 2005)

Come Dio comanda (Gabriele Salvatores, 2008)

Genova, un luogo per dimenticare (Michael Winterbottom, 2010)

Miral (ulian Schnabel, 2010)

Silvio forever (Roberto Faenza, 2011)

Election (Johnnie To, 2005)

Oasis (Lee Chang-dong, 2002)

Addio mia concubina(Chen Kaige, 1993)

La nostra vita (Daniele Luchetti, 2010)

Departures (Yojiro Takita, 2008)

La pecora nera (Ascanio Celestini, 2010)

Flags of our fathers (Clint Eastwood, 2006)

L'uomo che fissa le capre (Grant Heslov, 2009)

Buongiorno Notte (Marco Bellocchio, 2003)

Vallanzasca - Gli angeli del male (Michele Placido, 2010)

Paz! (Renato De Maria, 2001)

Stato di paura (Roberto Burchielli, 2007)

Gorbaciof (Stefano Incerti, 2010)

L'esplosivo piano di Bazil (Jean-Pierre Jeunet, 2008)

Confessions (Tetsuya Nakashima, 2010)

127 ore (Danny Boyle, 2010)

Qualunquemente (Giulio Manfredonia, 2011)

American life (Sam Mendes, 2009)

Look both ways (Sarah Watt, 2005)
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