Archive for the 'Letture' Category

L’inchiostro rosso

Non siamo sognatori. Mi sarebbe piaciuto ascoltare le parole di Zizek a Liberty plaza. Perché anche nelle nostre piccole rivoluzioni quotidiane, magari insignificanti rispetto a ciò che scuote il mondo, abbiamo bisogno di qualcuno con parole capaci di far ribollire i pensieri che ci portiamo dentro. E perché le parole degli altri dette per altri, le parole scritte, strappate dal loro contesto, poi diventano espressione, strumento, plasmano e si lasciano plasmare.

“Non siate narcisisti e non innamoratevi dei bei momenti che stiamo passando qui. Le feste costano poco, la vera prova del loro valore sta in quello che resta il giorno dopo. Innamoratevi del lavoro duro e paziente: siamo l’inizio, non la fine. Il nostro messaggio di fondo è: il tabù è stato violato, non viviamo nel migliore dei mondi possibili, siamo autorizzati e addirittura costretti a pensare a possibili alternative. La strada davanti a noi è lunga, e presto dovremo affrontare le questioni più difficili: non ciò che non vogliamo, ma quello vogliamo davvero. Quale organizzazione sociale può sostituire il capitalismo? Come dovranno essere i nuovi leader”?

“Vi diranno che state sognando, ma i sognatori credono che le cose possano andare avanti all’infinito così come sono e si accontentano di qualche ritocco. Noi non siamo sognatori, siamo il risveglio da un sogno che si sta trasformando in incubo”.

(Slavoj Zizek, discorso a Libert plaza. Internazionale)

Sulle tracce di Pamuk

Pamuk la prima volta ha comprato il biglietto e ha girato per le stanze del museo Bagatti Valsecchi come un qualsiasi visitatore. La seconda volta una volontaria lo ha riconosciuto, ma per non disturbarlo non ha detto nulla. La terza volta si è presentato. Impossibile nascondere il legame con quegli oggetti esposti nelle stanze di Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi. Ogni tanto torna in via Gesù,  piccola traversa di via Montenapoleone, Milano. Mi piacerebbe incontrarlo proprio qui. Di questo museo Orhan Pamuk ne parla nel suo ultimo libro Il museo dell’innocenza. Ne parla come un luogo in cui ritrovare un po’ di serenità, in cui perdersi tra le cose di altri. E quindi tra i loro ricordi. Sono legata a quel libro, tanto che quasi non lo so spiegare e ho seguito il suo consiglio. All’ingresso mi spiegano che non sono molti i visitatori-lettori di Pamuk, forse sono persino la prima, mi dicono. Lascio la borsa, cammino per le stanze solo con me stessa. E’ il palazzo di una famiglia nobile di fine Ottocento, con una collezione di oggetti del Cinqucento. Ceramiche elaborate, armature, spade e scudi, ma anche pettini, mobili in miniatura per bambini, un mortaio, un mappamondo. Senza aver letto Pamuk sarebbe stato solo un museo sulla cultura rinascimentale. Invece è un esempio di come sia possibile concentrare estratti di vita nelle cose. E’ una raccolta di oggetti. Fausto e Giuseppe hanno raccolto un pezzo dopo l’altro tutto quello c’è nelle loro stanze. Noi oggi possiamo leggere etichette che ne spiegano l’epoca, il materiale, l’uso. E possiamo solo immaginare i ricordi, le emozioni di ogni dettaglio.

http://www.museobagattivalsecchi.org

Indignatevi! Almeno una volta al giorno

“Il mio augurio a tutti voi, a ciascuno di voi, è che abbiate un motivo per indignarvi. E’ fondamentale. Quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati. Abbracciamo un’evoluzione storica e il grande corso della storia continua grazie a ciascuno di noi. Ed è un corso orientato verso una maggiore giustizia, una maggiore libertà, ma non la libertà incontrollata della volpe nel pollaio. Questi diritti, promulgati nella Dichiarazione nel 1948, sono universali. Se incontrate qualcuno che non ne beneficia abbiatene pietà, aiutatelo a conquistarli”.

“Ai giovani io dico: cercate e troverete. L’indifferenza è il peggiore di tutti gli atteggiamenti, dire “io che ci posso fare, mi arrangio”. Comportandoci in questo modo, perdiamo una delle componenti essenziali dell’umano. Una delle sue qualità indispensabili: la capacità di indignarsi e l’impegno che ne consegue”.

(Stéphane Hessel, Indignez-Vous!)

Stéphane Hessel (nella foto) ha 93 anni, ha combattuto nella Resistenza francese, ha lavorato alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948. Si rivolge ai giovani nel suo Indignez-vous!, ma anche a chi ha bisogno di una scossa, di non essere indifferente. Penso a chi guarda davanti a sé nel vuoto, le spalle appoggiate a un comodo divano, e preferisce cullarsi nel tempo che passa piuttosto che muoversi. Penso a chi deve tornare a fare domande, gli studenti che vedono cadere i pezzi dai soffitti delle loro scuole e devono, hanno l’obbligo e il diritto, di chiedere spiegazioni. Penso a chi guarda e passa avanti. A chi vede e non denuncia, a chi si gira persino dall’altra parte. Penso a chi non alza la mano, a chi non ha voglia di farsi avanti, a chi ha paura di perdere tempo e delega. E lascia che siano gli altri a pensare, agire, fare, scrivere, domandare. Bisogna indignarsi per cose grandi e piccole, almeno una volta al giorno, per essere uomini e donne consapevoli, per non morire ogni volta un po’. Quello di Hessel è un appello a non mollare. Certo, lo spiega anche lui, “le ragioni per indignarsi sembrano meno nette, o il mondo troppo complesso”. Ma la reazione non può essere l’indifferenza.

Diario dell’assenza

Quando si ama qualcuno, si ha sempre il tempo per quella persona. E se quella non viene da noi, allora noi l’aspettiamo. In questo modo, aspettare diventa tanto imperativo quanto respirare. Ma a respirare impariamo proprio aspettando. L’attesa ci insegna a convivere con l’assenza, e noi finiamo per affezionarci a un sogno come se fosse vero. Allora, la vita si trasforma in una stazione ed è il vento ad annunciarci l’arrivo del treno, prima ancora del colpo d’occhio. L’amore nell’attesa ci insegna a vedere il futuro, a desiderarlo, a organizzare ogni cosa affinché sia possibile. E’ forse per questo che ho già imparato ad aspettare, rimettendo alla vita tutto quello che non so, o non posso scegliere. Perché è più facile aspettare che desistere. E’ più facile desiderare che dimenticare. E’ più facile sognare che darsi per vinti. E, per chi vive sognando, è molto più facile vivere.

(Margarida Rebelo Pinto, Diario della tua assenza)

Pochi passi in libreria, un giro tra gli scaffali. Una copertina bianca, un editore (Vertigo) che non conosco. E una mela tagliata a metà, già un po’ annerita. E’ una scrittrice portoghese, sfoglio le pagine velocemente, parla di Lisbona, nomina anche quel paese sospeso nel tempo che è Nazarè. Si legge subito, non è un capolavoro. Ma ancora una volta, senza cercarla, trovo la saudade.

Saramago, l’ultima pagina

Ho appena finito di leggere Il vangelo secondo Gesù Cristo. Pochi minuti fa sono arrivata all’ultima pagina, emozionata da quel racconto, dalla possibilità che offre di vedere le cose sotto un altro punto di vista. Ecco, emozionata dal punto di vista. Dalle parole che aprono nuove strade, quando non ti domandi nemmeno se stai leggendo un romanzo, una cronaca precisa e dettagliata, o i pensieri di chi scrive. Alzo la testa dai cuscini, fuori è tornato il sole, mi siedo alla scrivania. Davanti il computer, digito il sito di Repubblica: “Addio a José Saramago”. Odio la retorica, ma ho lacrime calde che mi rigano il viso. Emozione anche questa, ma nella rabbiosa consapevolezza di vedermi negato il suo punto di vista. Ho letto la sua ultima pagina. E Saramago ha scritto le sue ultime parole stamattina, nel blog che era diventato uno sfogo, un racconto quotidiano e poi il libro Il quaderno. La copertina verde e viola nell’edizione portoghese che ho comprato a Porto lo scorso settembre, nella libreria di Lello y Irmao, in rua Carmelitas, che io e Betty abbiamo cercato sulla mappa  e poi trovato quasi per caso nel nostro viaggio portoghese.  L’ultimo punto di vista.

“Penso che la società di oggi abbia bisogno di filosofia. Filosofia come spazio, luogo, metodo di riflessione, che può anche non avere un obiettivo concreto, come la scienza, che avanza per raggiungere nuovi obiettivi. Ci manca riflessione, abbiamo bisogno del lavoro di pensare, e mi sembra che, senza idee, non andiamo da nessuna parte”.

Da Crainz ad Humpty Dumpty

– Quando io uso una parola – disse Humtpy Dumpty in tono d’alterigia – essa significa ciò che appunto voglio che significhi: né più né meno.
– Si tratta di sapere – disse Alice – se voi potete dare alle parole tanti diversi significati.
– Si tratta di sapere – disse Humtpy Dumpty – chi ha da essere il padrone… Questo è tutto.
Alice era così impacciata che non disse nulla, e dopo un minuto Humtpy Dumpty ricominciò:
– Alcune di esse sono intrattabili… specialmente i verbi sono orgogliosissimi… con gli aggettivi si può fare ciò che si vuole, ma non con i verbi… Però io so maneggiarle tutte quante. Impenetrabilità! Ecco che dico!
– Vorreste dirmi, per favore – disse Alice – che cosa significa questo?
– Ora parli come una bambina ragionevole – disse Humtpy Dumpty, con un’aria molto soddisfatta – Intendevo con «impenetrabilità» d’averne avuto abbastanza di questo argomento e che sarebbe stato opportuno che mi avessi detto che pensavi di far dopo, perché suppongo che tu non intenda fermarti qui vita natural durante.
– È un voler far significare troppe cose a una parola sola, disse Alice in tono pensoso.
– Quando a una parola faccio far tanto lavoro – disse Humtpy Dumpty – la pago di più.
– Oh! – disse Alice, troppo confusa per fare anche una sola osservazione.
– Ah, dovresti vederle venirmi intorno la sera del sabato – disse Humtpy Dumpty, gravemente scotendo la testa da un lato all’altro – per aver la paga.
(Alice non s’avventurò a chiedergli come le pagasse, e così io non posso dirvelo).

(Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, Lewis Carrol)

Cercavo questo dialogo da anni. L’ho ritrovato leggendo Le regole nel paese di Alice di Guido Crainz (Repubblica, 16 marzo 2010). Anche se con un altro significato. Ma è proprio questo il punto. Quando avevo letto Carrol mi aveva colpito la convinzione di poter influenzare le parole. La certezza di poterle usare a mio piacimento, di piegarle al mio volere, e quindi andando anche oltre il significato condiviso. Un potere incredibile. Che rende invincibili. A 18 anni mi bastava l’idea di poter usare la mia scrittura in qualche modo. Adesso, la teoria di Humpty Dumpty applicata a Silvio Berlusconi e che sintetizza quella che Crainz definisce “la democrazia sostanziale e non formale” mi sembra più matura. Pensandoci, è una conferma che da una stessa frase si possano trarre ragionamenti diversi (astratto il mio, applicativo quello di Crainz). Ma anche che le parole hanno davvero un ruolo decisivo. Così ho trascritto il dialogo al volo, l’ho “buttato” su Google e ho ritrovato l’intero capitolo. Che non riuscivo più a trovare, perché ormai avevo plasmato le parole del dialogo in modo da non farmi bastare “parole” e “potere” come elementi chiave per avere buoni riscontri da un motore di ricerca. Non ricordavo nemmeno Humpty Dumpty, quell’uomo-uovo arrogante e un po’ saccente capace di giocare con parole semplice o incomprensibili. Ricordo che al liceo da questo dialogo di Lewis Carroll ero rimasta colpita. Mi sembrava di aver trovato in un contesto tendente al magico la prova che sì, le parole sono importanti e che possono essere strumento, una massa da tenere tra le dita per giocare a inventare e dare significati.

Suttree, ogni anima è sola

“Devo dirle una cosa. So che tutte le anime sono un’anima e ogni anima è sola”.
(Suttree, Cormac McCarthy)

Per lunghe pagine pensi di trovarti in un’altra dimensione. In un tempo che sai definito, perché le storie hanno date e luoghi (Knoxville, Tennessee, fine anni ’40 primi ’50) ma non sembra possibile. La vita sul fiume, le case arrangiate fatte di scatole e pezzi di mobili rimasti a riva dopo una piena, quei pochi centesimi di dollari per un pranzo in un locale. Poi la città improvvisamente assume la sua dimensione, prima erano strade e locali dalle porte principali chiuse, dalle porte sul retro spalancate. Solo nomi, tavoli fatti di lapidi, tazze di caffè. Poi arriva la città con le finestre sul traffico, con le scale per salire ai piani alti di alberghi fatiscenti, distrutti fino alle molle del letto.
Suttree di Cormac McCarthy alterna delirio e poesia. Vita, fatta di mani piagate, ma anche di giornate ad aspettare che il tempo porti qualcosa di nuovo, o porti via qualcosa di vecchio. Lo leggiamo oggi ma McCarthy lo ha scritto trent’anni fa. In America si sono rincorse ricerche, studi, saggi per rivedere quel mondo descritto a volte rapidamente a volte lento, come un fiume che in alcuni giorni non permette di lasciarsi toccare e si lascia solo guardare senza troppa attenzione, mentre altri giorni è così immobile da rallentare anche la vita di chi vi si riflette. C’è il dolore. E la serenità. Ci sono legami di amicizia che si spingono fino al sacrificio e al rischio. E prove d’amore, tentativi di condividere.

“Doveva aver dormito. Quando si svegliò era steso sull’erba con gli occhi alzati alla volta celeste. Una notte senza nuvole tempesta di stelle. In gola il sapore salato del dolore. Vide una stella sbrodolarsi nel cielo, una vaga scia di fuoco e poi nulla. Schegge arroventate di materia che scalfivano l’etere di ghiaccio. Coaguli deformi di scorie metalliche”.
(Suttree, pag 188)

Ho trovato sul sito dell’editore Einaudi la trascrizione (che riporto) di una conversazione telefonica del 1998 tra David Foster Wallace e il regista Gus Van Sant, che voleva adattare per lo schermo Infinite Jest.
Van Sant chiede a Wallace quali sono i suoi scrittori preferiti e lui risponde:
DFW: In tutta onestà? I favoriti dei favoriti? … Cormac McCarthy, hai letto Meridiano di sangue? È letteralmente il western che mette la parola fine a tutti i western. Direi che è il libro più orripilante di questo secolo, almeno nella narrativa. Ma è anche… Questo tipo, non so come faccia, guarda, di fatto usa l’inglese del 1600, voglio dire, scrive in anglosassone, con tanto di pronomi antichi e tutto, e ne viene fuori una cosa bellissima, per niente manierata o gratuita. Ne ha fatto un altro che si chiama Suttree, mio Dio quel libro, Dio, da quello sì che verrebbe fuori un film fantastico.
GVS: Come si chiama?
DFW: Si chiama Suttree.
GVS: Puoi farmi lo spelling?
DFW: S-U-T-T-R-E-E. È uscito, mi pare, a metà degli anni ’70. Parla di un tizio che ha toccato il fondo, Cornelius Suttree si chiama, uno che è stato al college ma poi ha praticamente abbandonato tutto per vivere in una casa galleggiante a Knoxville, Tennessee tra la fine degli anni ’40 e i primi ’50 e tutti i suoi amici, tutto il suo mondo, è fatto di derelitti, ritardati e svirgolati. Sono all’incirca quattrocento pagine della prosa più densa e lapidaria che puoi immaginare su personaggi che sono poco più di idioti funzionali sempre attaccati al collo della bottiglia. Suttree è il libro che gli ha fatto ottenere il MacArthur Grant che poi ha usato per andare in Messico a fare ricerche per Meridiano di sangue. Ok, dimmi tu ora.


I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Paul Auster, un po' di Pamuk, Erri De Luca

ULTIME LETTURE

Un uso qualunque di te (Sara Rattaro)

Twitter factor (Augusto Valeriani)

La vita è altrove (Milan Kundera)

1Q84 (Haruki Murakami)

Zita (Enrico Deaglio)

L'animale morente (Philip Roth)

Così è la vita (Concita de Gregorio)

I pesci non chiudono gli occhi (Erri De Luca)

Cattedrale (Raymond Carver)

Lamento di Portonoy (Philip Roth)

Libertà (Jonathan Franzen)

Il dio del massacro (Yasmina Reza)

L'uomo che cade (Don De Lillo)

Il condominio (James G. Ballard)

Sunset limited (Cormac McCarthy)

I racconti della maturità (Anton Cechov)

Basket & Zen (Phil Jackson)

Il professore di desiderio (Philip Roth)

Uomo nel buio (Paul Auster)

Indignazione (Philip Roth)

Inganno (Philip Roth)

Il buio fuori (Cormac McCarthy)

Alveare (Giuseppe Catozzella)

Il Giusto (Helene Uri)

Raccontami una storia speciale (Chitra Banerjee Divakaruni)

Cielo di sabbia (Joe R. Lansdale)

La stella di Ratner (Don DeLillo)

3096 giorni (Natascha Kampusch)

Giuliano Ravizza, dentro una vita (Roberto Alessi)

Boy (Takeshi Kitano)

La nuova vita (Orhan Pamuk)

L'arte di ascoltare i battiti del cuore (Jan-Philipp Sendker)

Il teatro di Sabbath (Philip Roth)

Sulla sedia sbagliata (Sara Rattaro)

Istanbul (Orhan Pamuk)

Fra-Intendimenti (Kaha Mohamed Aden)

Indignatevi! (Stéphane Hessel)

Il malinteso (Irène Némirovsky)

Nomi, cognomi e infami (Giulio Cavalli)

Tangenziali (Gianni Biondillo e Michele Monina)

L’Italia in seconda classe (Paolo Rumiz)

ULTIME VISIONI

Be kind rewind (Michel Gondry, 2007)

Kids return (Takeshi Kitano, 1996)

Home (Ursula Meier, 2009)

Yesterday once more (Johnnie To, 2007)

Stil life (Jia Zhang-Ke, 2006)

Cocaina (Roberto Burchielli e Mauro Parissone, 2007)

Alla luce del sole (Roberto Faenza, 2005)

Come Dio comanda (Gabriele Salvatores, 2008)

Genova, un luogo per dimenticare (Michael Winterbottom, 2010)

Miral (ulian Schnabel, 2010)

Silvio forever (Roberto Faenza, 2011)

Election (Johnnie To, 2005)

Oasis (Lee Chang-dong, 2002)

Addio mia concubina(Chen Kaige, 1993)

La nostra vita (Daniele Luchetti, 2010)

Departures (Yojiro Takita, 2008)

La pecora nera (Ascanio Celestini, 2010)

Flags of our fathers (Clint Eastwood, 2006)

L'uomo che fissa le capre (Grant Heslov, 2009)

Buongiorno Notte (Marco Bellocchio, 2003)

Vallanzasca - Gli angeli del male (Michele Placido, 2010)

Paz! (Renato De Maria, 2001)

Stato di paura (Roberto Burchielli, 2007)

Gorbaciof (Stefano Incerti, 2010)

L'esplosivo piano di Bazil (Jean-Pierre Jeunet, 2008)

Confessions (Tetsuya Nakashima, 2010)

127 ore (Danny Boyle, 2010)

Qualunquemente (Giulio Manfredonia, 2011)

American life (Sam Mendes, 2009)

Look both ways (Sarah Watt, 2005)
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