Archivio per gennaio 2010

Un morto alle 23 merita poche righe

Sono le 22.50. “Giriamo”? E’ il modo per dire che si può anche iniziare l’ultimo giro di nera. Il 118 dice al cronista che c’è un deceduto per monossido di carbonio. I soccorsi sono sul posto da meno di un’ora, non c’è nome non c’è età. Non ancora, ma è questione di tempo. E’ successo in via Pavia, verso la Sforzesca a Vigevano. Si sa solo che è un uomo, extracomunitario, lo hanno trovato sdraiato sul suo letto. Un amico lo cercava da ore, ma non aveva sue notizie. E lo ha trovato così, addormentato per un gas che significa riscaldamento di fortuna, che significa freddo e la fatica di sopportare il rischio di morire intossicati per non morire sicuramente congelati. Il cronista lo riferisce ai capi. Che si fa? Fino a pochi mesi fa non ci sarebbero stati dubbi. Si smontava una pagina, si ridisegnava, si aspettava ancora un po’ per avere qualche notizia in più. E si scriveva il pezzo. C’era tempo. Il giornale era già andato in stampa, ma si poteva ribattere. C’era la seconda edizione. Oggi si chiede in tipografia. Non era ancora successo da quando è cambiato l’orario e si stampa a Milano. Dicono che si possono scrivere solo poche righe, e solo nella prima pagina, e solo per Vigevano. Non c’è tempo per fare altro, il giornale – che ora si stampa da un’altra parte, che ora è inserito tra una pausa delle copie di un altro quotidiano molto più importante – è già andato, non si può più intervenire. E si possono scrivere queste poche righe solo perchè è successo a Vigevano, e la prima pagina non è ancora andata in stampa. Fosse successo a Pavia, persino a due passi dalla redazione, non si sarebbe potuto fare nulla. Fino a pochi mesi fa il lavoro a quell’ora tarda aveva un senso. Il cronista del piccolo giornale di provincia restava in redazione fino a tardi perché il suo mestiere è raccontare quello succede, il più possibile. E dare dignità alle storie e alle persone significa concedere il proprio tempo. E spazio. Oggi, alle 23, un morto può guadagnarsi solo poche righe. Anche se il cronista è in grado di fare di più, anche se sul posto è persino già arrivato il fotografo. Anche se c’è la volontà. Poco prima delle 23 (ma che siano almeno 15 minuti prima) si può solo aggiornare all’ultimo secondo il risultato di una partita di calcio. E buttare giù un pezzo, veloce. Sperando che il risultato non cambi troppo, e troppo in fretta. Certo, c’è tempo domani. Domani. Domani. Ma oggi il cronista non ha potuto fare bene il suo mestiere. E’ una sensazione amara.

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Un passo nella nebbia

Camminare aiuta. Fa scorrere i pensieri. Anche se la nebbia gelata oltrepassa i vestiti, si deposita sulla pelle, che si fa rossa. Freddo. Camminare aiuta a sentire la fatica, un dolore in un punto preciso che permette di concentrarsi su quello e nient’altro. E mentre un passo dopo l’altro, attorno ti concedi un pezzo di città addormentata sotto una leggera coperta bianca, mentre lentamente e poi all’improvviso più veloce, macini strada, mentre queste immagini scorrono, in effetti non puoi fare a meno di pensare. Quello che hai dentro è la stessa nebbia che vedi fuori. Non capisci. Forse non vedi tutto quello che c’è da vedere, perché altrimenti ogni cosa sarebbe limpida. Nebbia. Confusione.

Je t’aime… C’est trop

Il controllore apre la porta dello scompartimento. “Buongiorno biglietti”. Un rito. A cui ci sottoponiamo tutti. Lui però dorme. Il controllore gli tocca un ginocchio. La testa cade pesante, come attratta dalla terra. “Il biglietto”, chiede il controllore. Lui apre gli occhi, sono bianchi sulla pelle nera. Le cuffie alle orecchie, lo guarda, come se non sapesse perché lo hanno svegliato. “Le billet”? “Si”. “Cosa succede se non ce l’ho”? “Non farmi perdere tempo, dai”. Allora tira fuori dalla tasca un biglietto piegato, seccato. Ma è un atteggiamento. Lo guarda. “E’ quello”? Gli chiede il capotreno. Lui non dice niente, glielo passa. “Sì, Genova”. Se lo riprende, lo mette in tasca. Io non ho staccato gli occhi dal mio libro. Ma so che ora mi sta guardando. Ha un anello grosso, d’argento credo, piatto. Le mani rovinate, ruvide. La pelle scura scura e il palmo della mano chiaro. “Il biglietto, il biglietto, tu hai già pagato il biglietto?”. Ripete queste parole come fossero parte di una filastrocca, e la recita guardando me. Io sorrido, e torno a leggere. Non sorrido per compiacere, né per circostanza. E’ un sorriso sincero, perché lui avrà pensato qualcosa del tipo “erano tutti sicuri che io fossi senza biglietto”. E invece no. Sorrido ma ho il mio libro a mantenere il distacco.

Carrozza 9, in testa al treno. Una signora si alza, rincorre il carrello-bar, torna con delle patatine, una bottiglietta d’acqua e un caffè. “Dovrei dimagrire, ma non ho fatto colazione”. Lo dice ad alta voce e guarda la nonna del bambino che mi sta accanto. Lui gioca senza sosta con un videogioco, fa correre veloce la sua macchinina. La nonna è rispettosamente grossa. “Cosa dovrei fare io? Buttarmi giù dal treno”? Giusta osservazione. Ma la signora-delle-patatine a quel punto ha trovato il modo per raccontarsi. Spiega di aver perso 30 chili in 5 mesi, con una dieta fai-da-te, dice di essere arrivata all’anoressia, di esserne uscita grazie ai figli che a un certo punto hanno detto basta e hanno iniziato a portarla nei ristoranti più buoni, per farla mangiare. “Mangiavo una mela e piangevo”, dice. Ha i capelli ricci e biondi, ma tinti. Un maglione con il collo alto, jeans e stivali. Ora ha ripreso 10 chili, ma comunque ne vorrebbe perdere almeno 5. Pancia e viso, spiega, non è che è mai riuscita a farli sembrare meno grossi.  Erano più pelle senza forma, a un certo punto. Ora. Ora sembra una donna normale, le darei 50 anni. E infatti poco dopo parla della festa per il suo compleanno, ne fa 49. Ho sbagliato di poco. Racconta ancora un po’ la sua storia alle due donne (madre e figlia) e quindi nonna e madre di questo bambino con gli occhiali e la maglietta a righe, che sembra immerso nel suo mondo. Poi torna il silenzio.

Genova si avvicina. La galleria. Sono nel corridoio, continuo a leggere, vorrei arrivare alla fine del capitolo. Non mi va di aspettare guardando fuori dal finestrino dove c’è solo nero. Così leggo.

“Tu ne peux pas passer”, non puoi passare e fa cenno a una grossa valigia su cui ha appoggiato anche il suo borsone. E’ lo stesso ragazzo di prima. Ecco, a lui non so dare un’età. Potrebbe avere trent’anni, come di meno. Ha una giacca pesante, forse troppo grande, jeans scuri. So che non devo dare troppa confidenza, non per paura, ma perché ha un modo di guardare che mette a disagio. “ça ne fait rien”. Comunque gli rispondo. “Alors tu comprends le français”. “Un petit peu”. Torno a leggere. Allunga una mano e tocca la mia mano sinistra, quella che regge il libro. Come poco prima il controllore aveva toccato il suo ginocchio, per svegliarlo dal sonno, così mi ha svegliata dal mio libro. “Je t’aime”, mi ha detto. “C’est trop”, gli ho risposto io, è esagerato. Insomma, non si possono sprecare le parole in questo modo, penso. Lui sorride. “Alors tu ne croix pas au coup de foudre…”. E’ deluso. No. Sempre in francese gli rispondo che non credo al colpo di fulmine. “Tu es libre de croire ce que tu veux”. Sì, credo anch’io di essere libera di credere a quello che voglio.

Cammini, in equilibrio

Cammini su una linea bianca. Ti concentri, metti prima un piede poi l’altro. Ti concentri, guardi il percorso, ma non dimentichi di guardare anche ciò che hai davanti. A volte apri le braccia, sospese come un aeroplano. A volte le tieni strette al corpo, non perdi il contatto. A volte le porti vicine al volto, perché portano con sé, ancora, l’odore della pelle. Ti fermi. Sì, a volte ti fermi. Ti giri, volti lo sguardo. Non stai cambiando strada, i piedi sono come inchiodati. Però cerchi altri occhi, altri corpi in equilibrio. A volte sei sospeso su questa linea bianca. Tra l’essere e il voler essere altro. Tra l’avere e il desiderio. A volte sei sospeso e galleggi come accoccolato sopra la plastica lucida di un palloncino. Dall’alto guardi la tua linea bianca. Poi la pancia scivola sulla curva tonda, sfiora il lungo filo per non farlo volare via, e lentamente torni a camminare. Sempre un passo dopo l’altro, senza pensare a quanto dovrai ancora andare avanti, o a quanto vorrai. Piuttosto consapevole di quello che alle spalle scorre e sfuma. A volte senti profumo di fiori, a volte c’è il sole, a volte nebbia fitta. A volte, lungo la tua linea bianca, ti sembra di non vedere più niente. Oppure è tutto così chiaro che quasi vorresti correre. Poi ti fermi a riprendere fiato. E allora pensi. A cosa troverai dietro quella curva là in fondo. E’ lontana, ma ci arriverai. Però la strada non la lasci. Dovresti?

(La Principessa verde e il Principe malinconico, dai Racconti sotto la luna)


I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Paul Auster, un po' di Pamuk, Erri De Luca

ULTIME LETTURE

Un uso qualunque di te (Sara Rattaro)

Twitter factor (Augusto Valeriani)

La vita è altrove (Milan Kundera)

1Q84 (Haruki Murakami)

Zita (Enrico Deaglio)

L'animale morente (Philip Roth)

Così è la vita (Concita de Gregorio)

I pesci non chiudono gli occhi (Erri De Luca)

Cattedrale (Raymond Carver)

Lamento di Portonoy (Philip Roth)

Libertà (Jonathan Franzen)

Il dio del massacro (Yasmina Reza)

L'uomo che cade (Don De Lillo)

Il condominio (James G. Ballard)

Sunset limited (Cormac McCarthy)

I racconti della maturità (Anton Cechov)

Basket & Zen (Phil Jackson)

Il professore di desiderio (Philip Roth)

Uomo nel buio (Paul Auster)

Indignazione (Philip Roth)

Inganno (Philip Roth)

Il buio fuori (Cormac McCarthy)

Alveare (Giuseppe Catozzella)

Il Giusto (Helene Uri)

Raccontami una storia speciale (Chitra Banerjee Divakaruni)

Cielo di sabbia (Joe R. Lansdale)

La stella di Ratner (Don DeLillo)

3096 giorni (Natascha Kampusch)

Giuliano Ravizza, dentro una vita (Roberto Alessi)

Boy (Takeshi Kitano)

La nuova vita (Orhan Pamuk)

L'arte di ascoltare i battiti del cuore (Jan-Philipp Sendker)

Il teatro di Sabbath (Philip Roth)

Sulla sedia sbagliata (Sara Rattaro)

Istanbul (Orhan Pamuk)

Fra-Intendimenti (Kaha Mohamed Aden)

Indignatevi! (Stéphane Hessel)

Il malinteso (Irène Némirovsky)

Nomi, cognomi e infami (Giulio Cavalli)

Tangenziali (Gianni Biondillo e Michele Monina)

L’Italia in seconda classe (Paolo Rumiz)

ULTIME VISIONI

Be kind rewind (Michel Gondry, 2007)

Kids return (Takeshi Kitano, 1996)

Home (Ursula Meier, 2009)

Yesterday once more (Johnnie To, 2007)

Stil life (Jia Zhang-Ke, 2006)

Cocaina (Roberto Burchielli e Mauro Parissone, 2007)

Alla luce del sole (Roberto Faenza, 2005)

Come Dio comanda (Gabriele Salvatores, 2008)

Genova, un luogo per dimenticare (Michael Winterbottom, 2010)

Miral (ulian Schnabel, 2010)

Silvio forever (Roberto Faenza, 2011)

Election (Johnnie To, 2005)

Oasis (Lee Chang-dong, 2002)

Addio mia concubina(Chen Kaige, 1993)

La nostra vita (Daniele Luchetti, 2010)

Departures (Yojiro Takita, 2008)

La pecora nera (Ascanio Celestini, 2010)

Flags of our fathers (Clint Eastwood, 2006)

L'uomo che fissa le capre (Grant Heslov, 2009)

Buongiorno Notte (Marco Bellocchio, 2003)

Vallanzasca - Gli angeli del male (Michele Placido, 2010)

Paz! (Renato De Maria, 2001)

Stato di paura (Roberto Burchielli, 2007)

Gorbaciof (Stefano Incerti, 2010)

L'esplosivo piano di Bazil (Jean-Pierre Jeunet, 2008)

Confessions (Tetsuya Nakashima, 2010)

127 ore (Danny Boyle, 2010)

Qualunquemente (Giulio Manfredonia, 2011)

American life (Sam Mendes, 2009)

Look both ways (Sarah Watt, 2005)
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