Archivio per dicembre 2009

L’Italia in uno scompartimento

Domenica, 20 dicembre. Pavia-Genova. Al mattino non ricordo nemmeno il ritardo del mio treno, ne ho preso uno di qualche ora prima, arrivato finalmente a destinazione. E il ritorno… Prendo il treno delle 18.19 da Genova Principe. In orario. Però poi si ferma poco dopo Arquata Scrivia. “C’è un guasto alla linea, non sappiamo dire fra quanto il treno potrà ripartire”. La voce del capotreno – donna – getta nel panico una signora di Brescia, in corridoio, con il suo cane al guinzaglio. Si affaccia allo scompartimento: “Giuro che non prenderò mai più un treno in vita mia”. Avrà una cinquantina d’anni, forse qualcosina di meno. Magra, curata, vestiti stile leopardato. Ci racconta la sua disavventura tra Brescia e La Spezia, i ritardi, i treni annullati, i pullman sostitutivi, l’ultimo tratto a piedi. E’ eccessiva, direi esuberante. Le dà corda un passeggero seduto alla mia sinistra. E poi uno dopo l’altro anche gli altri si uniscono alle chiacchiere, in attesa di sentir ripartire il treno. Non proprio tutti, però. Io mi limito ad ascoltare, lo preferisco. Alla mia destra un signore sta studiando parole in cinese: sono divise in due colonne, cinese da una parte inglese dall’altra. Non stacca mai gli occhi da quel foglio e mentalmente impara a memoria verbi e aggettivi. Di fronte a me una ragazza giovane, il volto gelminiano (occhialini azzurri, capelli corti) mangia un panino e paziente e disponbile chiama la madre per farle cercare le coincidenze da Milano per Brescia per tranquillizzare la signora-col-cane che proprio non si dà pace. Sempre di fronte a me, alla destra e alla sinistra della ragazza, ci sono una donna che gioca con il cane della signora-col-cane, e che racconta le sue disavventure (questa volta settimanali) dei tanti viaggi pavesi-liguri. E c’è un signore, i modi antichi, che avverte casa del ritardo. E parla volentieri, diffondendo nello scompartimento complimenti alle signore. E non manca di condividere aneddoti della sua vita (è professore, da giovane ha insegnato in America, sei mesi in cui si è sentito davvero solo e lontano, fino all’incontro con una altrettanto giovane irlandese). Il treno riparte. Si parla dei disagi per ghiaccio e neve di questi giorni. Il Professore ha una proposta: “Bisognerebbe mettere delle resistenze sotto le strade – dice – così la neve potrebbe sciogliersi subito”. Però, aggiunge, costa troppo. E poi, penso io, bisognerebbe sventrare le strade… Non ricordo con quale collegamento i miei compagni di scompartimento finiscono a parlare di crisi. “E’ colpa di Prodi – dice il Professore – e dei suoi 9 fratelli, perché è lui che ha sbagliato il cambio dell’euro”. Interviene il signore alla mia sinistra. E’ calabrese, fa l’operaio. E racconta di quando appena arrivato l’Euro, era andato a vedere Padre Pio. “Ero nel parcheggio, e il custode mi dice 3 euro. E io gli dico, ma scusi è impossibile, l’estate scorsa erano tremila lire. E il custode risponde: sì infatti è uguale”. La stazione di Pavia si avvicina, mi preparo per scendere. Ci salutiamo tutti, ci si augura buon viaggio, buon Natale. Il viaggio è durato quasi due ore, invece di una. Ho finito Cosmopolis di De Lillo, ho visto uno spaccato di Italia. Perfetto.

Guarda, nevica

Nevica, fiocchi spessi ma leggeri, che si posano sulla strada, sulle auto parcheggiate, sulla mia bicicletta. Nevica da qualche ora, la città si imbianca. La notte porterà un manto spesso sulle case, renderà muta Pavia. Al risveglio, lentamente, sarà sabato mattina e riprenderà il passeggio natalizio, coperto di sciarpe e cappelli di lana. Nevica e non si può non sorridere. Anche se domani sarà difficile camminare, le strade saranno lastre di ghiaccio, le auto suoneranno infastidite, alcune non riusciranno a muovere il primo passo. Non si può non sorridere, per quel senso di irrealtà che solo la neve riesce a trasferire nella vita di tutti i giorni. Guardi fuori dalla finestra e il mondo là fuori è in pausa, aspetta. Il tempo si ferma per un po’. Poi, lo so, la neve si scioglie, sempre. Ma torna. Prima o poi torna.

Una casa di paglia per tenere lontani gli spiriti cattivi

Foto Donato Albanesi

Il furgoncino bianco ha lo sportello aperto. Dentro la pancia di metallo trovano spazio tra i sedili prodotti alimentari e di artigianato, quadri, riviste, dvd. Le etichette hanno caratteri difficili da decifrare. E’ tutto made in Ucraina.
 Lo sfondo è quello di piazzale Oberdan, ai piedi del centro storico di Pavia, poco lontano dal Ticino. E’ il mercatino del sabato, dedicato a chi ha lasciato l’Ucraina, a chi ha scelto l’Italia, ma non abbastanza. E’ il legame con un paese lontano due giorni di viaggio in auto, o tre ore in aereo che pochi si possono permettere. Un legame che si mantiene mandando a casa uno scatolone pieno di giocattoli per figli e nipoti. Ma anche pacchi di pasta italiana. E aspettando qualche dolce ucraino. «Perché il sapore è diverso, la vaniglia non so perché ma non è la stessa». Me lo spiega Tamara, che tiene nel sacchetto una torta Praga. E’ decorata con crema al cioccolato. Dentro ha uno strato di marmellata. E qui non si trova. E’ capace di mangiarla tutta, mi racconta,  anche se il primo anno che ha passato in Italia è dimagrita di 14 chili e non riesce più a prenderli.
 Tamara vive a Pavia da cinque anni. In Ucraina ha due figli. Sposati entrambi. Due nipotini, un anno e mezzo e tre e mezzo. Victor, il figlio maggiore, è venuto a trovarla a Pavia quest’anno per la prima volta. Tamara ha 49 anni, un lavoro con le carte in regola: fa le pulizie. Si sposta in bicicletta da una parte all’altra della città. Ma ora sta prendendo lezioni di guida perché vorrebbe passare al motorino. Prende più o meno mille euro al mese, paga l’affitto di un appartamento che divide con altre due signore. Per mangiare non spende molto e di vestiti ancora meno. Il resto lo manda tutto a casa. Perché, mi racconta «là il lavoro è pagato male, e i soldi non bastano». I due figli sono entrambi in polizia: prendono tra i 160 e i 200 euro al mese. L’affitto se ne porta via la metà. Il diploma per lavorare nel tessile Tamara qui non riesce a sfruttarlo, anche se per anni ha lavorato in fabbrica. Ha anche un altro diploma tecnico per usare i macchinari delle tintorie. 
Foto Donato Albanesi

 Dietro di lei Oleh, indaffarato tra gli scatoloni. E’ in Italia da cinque mesi. Il mercoledì parte con il furgone in modo da essere venerdì sera di ritorno a Pavia, per non mancare l’appuntamento del sabato. Perché i furgoni dall’Ucraina li aspettano in tanti, soprattutto donne che in città lavorano come badanti. Si avvicinano, cercano il prodotto desiderato, scambiano poche parole in questa lingua dura che però incanta.
 Tornare a casa in Ucraina viaggiando in furgone costa 80 euro, praticamente si divide benzina e pedaggio, come tra amici. Ci vogliono due giorni, in aereo tre ore, ma costa troppo. E  Oleh che viene da Cernovcy, stretta tra Romania e Moldova, poco meno di sei ore dalla capitale Kiev, non ne ha molti.
 Colpiscono i sorrisi dorati di queste donne dai lineamenti stanchi, di questi uomini silenziosi. E la cura con cui guardano tra quei prodotti con il sapore di casa. Ci sono succhi di frutta, scatole di cioccolatini, barattoli di sugo. E il pesce affumicato. Ma anche giornali, oggetti in legno. La tinta per i capelli, vasi e piatti decorati. Un quadro di Gesù Cristo, come quelli appesi sopra il letto dei nonni.
 C’è anche una casetta in paglia. L’amico di Oleh, che non parla italiano, ma a cui è stata tradotta la nostra chiacchierata, me ne regala una. E Tamara mi spiega ogni dettaglio. E’ decorata con semi colorati, fagioli secchi tagliati a metà e incollati, piselli dipinti di arancione, noci, grano saraceno spruzzato come fosse neve. L’immagine di San Nicola. E uno spicchio d’aglio. Per tenere lontani gli spiriti cattivi.

Nb: Grazie a Donato per le foto

Conversazione rubata

Negozio di telefonini.
La commessa è arrampicata su uno sgabello, i capelli ricci stirati, il viso largo, esagonale. Piena, formosa più che altro. Carina e autoritaria. Compila i moduli per il cliente.
Lui è in piedi accanto al bancone. Pelle chiarissima, occhi azzurri, una barba appena accennata. Carino, anzi forse qualcosa di più. Anche se il volto è un po’ infantile. Sembra un modello, per come è vestito soprattutto. Soprabito marrone scuro, sotto un maglione blu a coste di quelli a doppiopetto, sotto maglietta scollata che lascia vedere i pettorali. Appena accennati, come la barba. Pantaloni di jeans chiari, stretti in fondo, su scarpe a punta e al posto di un qualsiasi zainetto, un’ampia borsa di pelle nera. Occhiali ray-ban appesi alla scollatura.
Al modello deve avere pensato anche lei.
Che passa il modulo a lui.
“Devo proprio mettere la residenza ufficiale?” chiede il ragazzo.
“Ma… non per forza. Pavia o Milano?”
“No… Vigevano”. Imbarazzo. Di lui. Come se avesse appena ammesso di aver ucciso sua madre. Ecco, la mamma.
“C’è un numero che chiami più spesso? Così attiviamo la promozione?” chiede lei, e lo guarda. Voleva sapere se è fidanzato.
“Metti mia mamma”.
Ecco.
Modello di provincia, max 25 anni, offresi, mamma permettendo.

Il nastro bianco

Il nastro bianco (Das Weisse Band)
di Michael Haneke (2009)

Ci sono storie una dietro l’altra, parentesi, intrecci, momenti. Spunti di riflessione. C’è la violenza di un padre sulla figlia, il disprezzo per il diverso. Per la donna. Per il proprio presente. c’è lo sguardo dei bambini, che sanno anche essere cattivi. C’è l’immagine di uguaglianza – nell’abito con il colore del lutto, nei capelli raccolti delle ragazze – e l’estrema differenza – nei muri decadenti delle case e nei muri decorati con enormi arazzi delle ville. Ci sono livelli: di comprensione, di accettazione, di ricchezza, di fatica. C’è la paura e la religione. L’amore che sembra, l’amore che non è, l’amore che cambia, l’amore che sfuma. E c’è il niente. I campi infiniti, la neve. La strada da percorrere, anche a piedi, anche se si deve andare lontano. C’è il peso da sopportare, per sé e per gli altri. Il rapporto padre-figlio, padre-figlia, marito-moglie, uomo-donna, madre-figlio. La donna. Insignificante perché non può decidere, perché rimanda ogni responsabilità al marito. Forte se lasciata sola nella gestione della casa. Sola, quando rifiutata. Inutile quando inferma e destinata a lavori meno impegnativi fisicamente, ma anche meno sicuri, per accelerare la selezione naturale, che si porta via chi non serve alla società. La donna indipendente e libera solo se ricca. Solo se può uscire di casa e affacciarsi a un’altra finestra.

La mano tesa per una moneta… la Roma povera non è invisibile

Ho camminato per ore, guardato in alto e in basso. Ho respirato il cielo azzurro di Roma, ancora più apprezzato sapendo che da altre parti era grigio e spento. Ho visto i monumenti, le pietre antiche, la storia, i suoi pezzi, in questa città che riesce a stupire. Fatta di piccoli scorci e vedute immense. Di palazzi dai nomi noti e importanti, di potere nascosto dietro le finestre, di gente, tanta. E poi ho visto il lato scuro. La povertà. Persone sdraiate a dormire su un prato con giacconi pesanti a coprire almeno la testa, giacigli lasciati per qualche ora nascosti da una siepe, donne anziane abbandonate sui gradini di qualche portone, donne sdraiate a terra, la testa china sulle mani a toccare la strada per chiedere una moneta. Vecchi seduti a vendere caldarroste, tutte uguali negli angoli di Roma, la stessa forma perfetta, il taglio preciso a lasciar spuntare dalla buccia bruciacchiata il frutto chiaro. Un arlecchino in piazza Navona, una bianca statua a mandare baci lungo la strada, una mummia egizia, un bambino che suona il tamburo e balla senza allegria, ma potente. Ho visto tante mani tese.

Melina lascia il segno anche a Roma

Ero sul taxi (perché sì lo ammetto, a Roma ho preso spesso il taxi e mi ha fatta sentire ancora più in vacanza, ancora più in un’altra dimensione) da piazza San Pietro ho attraversato un tunnel e ho visto la scritta rosa, firmata Melina, proprio all’ingresso. Ho pensato “impossibile, Melina firma i muri di Genova”. Eppure avevo visto giusto. Ho ritrovato lo stesso colore, la stessa “m” quasi a forma di cuore vicino alla stazione Termini, poco prima di partire.

Melina Riccio è arrivata fino a Roma per lasciare il suo messaggio, per accostare l’amore e la pace, per chiudere con una stella la sua firma. La stessa che si insinua tra le strade di Genova, che segna i suoi muri, nei punti più impensabili, sempre difficili da raggiungere.  Chissà in quale altra città Melina avrà chiesto alle pietre di portare pazienza, di sopportare la vernice, per lasciarle urlare i suoi pensieri.


I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Paul Auster, un po' di Pamuk, Erri De Luca

ULTIME LETTURE

Un uso qualunque di te (Sara Rattaro)

Twitter factor (Augusto Valeriani)

La vita è altrove (Milan Kundera)

1Q84 (Haruki Murakami)

Zita (Enrico Deaglio)

L'animale morente (Philip Roth)

Così è la vita (Concita de Gregorio)

I pesci non chiudono gli occhi (Erri De Luca)

Cattedrale (Raymond Carver)

Lamento di Portonoy (Philip Roth)

Libertà (Jonathan Franzen)

Il dio del massacro (Yasmina Reza)

L'uomo che cade (Don De Lillo)

Il condominio (James G. Ballard)

Sunset limited (Cormac McCarthy)

I racconti della maturità (Anton Cechov)

Basket & Zen (Phil Jackson)

Il professore di desiderio (Philip Roth)

Uomo nel buio (Paul Auster)

Indignazione (Philip Roth)

Inganno (Philip Roth)

Il buio fuori (Cormac McCarthy)

Alveare (Giuseppe Catozzella)

Il Giusto (Helene Uri)

Raccontami una storia speciale (Chitra Banerjee Divakaruni)

Cielo di sabbia (Joe R. Lansdale)

La stella di Ratner (Don DeLillo)

3096 giorni (Natascha Kampusch)

Giuliano Ravizza, dentro una vita (Roberto Alessi)

Boy (Takeshi Kitano)

La nuova vita (Orhan Pamuk)

L'arte di ascoltare i battiti del cuore (Jan-Philipp Sendker)

Il teatro di Sabbath (Philip Roth)

Sulla sedia sbagliata (Sara Rattaro)

Istanbul (Orhan Pamuk)

Fra-Intendimenti (Kaha Mohamed Aden)

Indignatevi! (Stéphane Hessel)

Il malinteso (Irène Némirovsky)

Nomi, cognomi e infami (Giulio Cavalli)

Tangenziali (Gianni Biondillo e Michele Monina)

L’Italia in seconda classe (Paolo Rumiz)

ULTIME VISIONI

Be kind rewind (Michel Gondry, 2007)

Kids return (Takeshi Kitano, 1996)

Home (Ursula Meier, 2009)

Yesterday once more (Johnnie To, 2007)

Stil life (Jia Zhang-Ke, 2006)

Cocaina (Roberto Burchielli e Mauro Parissone, 2007)

Alla luce del sole (Roberto Faenza, 2005)

Come Dio comanda (Gabriele Salvatores, 2008)

Genova, un luogo per dimenticare (Michael Winterbottom, 2010)

Miral (ulian Schnabel, 2010)

Silvio forever (Roberto Faenza, 2011)

Election (Johnnie To, 2005)

Oasis (Lee Chang-dong, 2002)

Addio mia concubina(Chen Kaige, 1993)

La nostra vita (Daniele Luchetti, 2010)

Departures (Yojiro Takita, 2008)

La pecora nera (Ascanio Celestini, 2010)

Flags of our fathers (Clint Eastwood, 2006)

L'uomo che fissa le capre (Grant Heslov, 2009)

Buongiorno Notte (Marco Bellocchio, 2003)

Vallanzasca - Gli angeli del male (Michele Placido, 2010)

Paz! (Renato De Maria, 2001)

Stato di paura (Roberto Burchielli, 2007)

Gorbaciof (Stefano Incerti, 2010)

L'esplosivo piano di Bazil (Jean-Pierre Jeunet, 2008)

Confessions (Tetsuya Nakashima, 2010)

127 ore (Danny Boyle, 2010)

Qualunquemente (Giulio Manfredonia, 2011)

American life (Sam Mendes, 2009)

Look both ways (Sarah Watt, 2005)
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