Archivio per ottobre 2010

Night Lovers

Paola Turci respira Patty Smith. Non è solo interpretare le sue canzoni, è raccontare la rabbia, i sogni, i desideri. Un dialogo in musica con Enzo Guaitamacchi, voce di Lifegate. Luci soffuse, un quadro che prende forma, canzoni, ricordi, aneddoti. E’ Spaziomusica. “Da piccola volevo essere Patty Smith”, racconta Paola Turci. Si vestiva come lei, raccoglieva le sue fotografie, la madre le confondeva, in quelle immagini di donne bambine dai capelli lunghi e scuri. Poi c’è l’incontro. “Deludente”, racconta la cantautrice romana. La realizzazione di un sogno, poter rivelare il prorio amore per quella donna ispiratrice della sua passione artistica. “Mi sono trovata davanti un sorcio, i capelli bianchi, i baffi, quell’occhio storto che non mi guardava”. Questo choc si lascia superare velocemente, ma l’altro, quello di non essere presa in considerazione, di non essere guardata nemmeno con l’altro occhio, no. Fa più fatica ad essere cancellato dai ricordi. Però è pur sempre un idolo che si materializza, fisico e non sonoro, su un camper dopo un concerto. “E quando si ama qualcuno si supera tutto”, così Paola Turci ha messo da parte quella piccola delusione e ha reso omaggio alla Sacerdotessa del rock.

Because the night, 1978

Take me now baby here as I am
pull me close, try and understand
desire is hunger is the fire I breathe
love is a banquet on which we feed

come on now try and understand
the way I feel when I’m in your hands
take my hand come undercover
they can’t hurt you now,
can’t hurt you now, can’t hurt you now
because the night belongs to lovers
because the night belongs to lust
because the night belongs to lovers
because the night belongs to us

Drogheria Torielli, il tempo si ferma

Un profumo intenso, dolce. Lo senti mentre attraversi via dei Giustiniani. Diventa più chiaro in via San Bernardo. Vicoli stretti di Genova, ancora bui anche a mezzogiorno. C’è questa piccola drogheria, le vetrine cariche di spezie, infusi, sapone artigianale. Torielli è accoccolata tra questi vicoli dal 1920. E’ un piccolo mondo antico, lontano da tutto il resto. Cioccolato al peperoncino, alla rosa, barattoli di vetro carichi di tè e infusi. Ho scelto il tè di inverno, Orange Cookie, ne ho portato un sacchetto, il nome scritto a mano, con cura. Nelle vetrinette ci sono barattoli di spezie, zafferano in piccoli contenitori, origano, basilico, le più semplici. Poi i nomi si confondono. Sono tutti profumi che ne compongono uno solo, quasi stordisce. Le marmellate e il miele sono dietro il bancone di marmo, con la liquirizia. Le etichette sono scritte a mano, bordo rosso, inchiostro nero, stilografica. C’è silenzio e calma in questa drogheria. Dentro si aspetta il proprio turno, nessuno perde la pazienza, anche con dieci persone in coda. E’ così perché tutti sanno che Torielli è soprattutto un rito. Ti fanno assaggiare, annusare, toccare, provare. Segnano a mano il conto su un foglio a quadretti, il pacchettino per i regali è fatto con cura, nastri colorati e scatole di cartone. Si parla, si scambiano ricette, si chiedono consigli. Senza tempo.

I ragazzi che si baciano

“Scusate, potete andare là dietro, così è uno schifo”. Una signora con il cappotto rosso, bionda ossigenata, almeno sulla sessantina, grassoccia, bassina, cammina a passetti veloci sul binario. Lascia il marito seduto su una panchina, in attesa di un treno (il mio) in ritardo di trenta minuti. Si avvicina a due ragazzi. Lui ha le spalle appoggiate a una colonna, lei lo abbraccia. Si baciano. Sto leggendo Neve di Orhan Pamuk. Sulla panchina accanto a loro. Li ho visti e ho continuato a leggere. Lei è in partenza. Lui l’ha accompagnata. E si stanno baciando. Punto. Gente che si saluta, che si lascia, gente che si ritrova. Siamo in una stazione. Piccola, come quella di Pavia. La signora non dimostra la mia stessa indifferenza. Si avvicina a pochi centrimetri dalla loro faccia: “Spostatevi dietro la colonna così non vi vedo, è uno schifo”. Il ragazzo continua a tenersi stretta la ragazza e chiede alla signora di farsi i fatti suoi. “La mia ragazza parte per una settimana e io non posso nemmeno baciarla?” Una scena che mentre leggo Pamuk mi crea un certo disorientamento. Mi è venuto in mente Prévert e I ragazzi che si amano.

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore

Marassi, le chiavi sono un’arma i coltelli no

Quando entro allo stadio mi controllano il biglietto due volte, prima di arrivare ai tornelli. Lì si passa il codice a barre del biglietto e si può entrare. In tribuna appena varcato il cancello ti chiedono ancora una volta la carta d’identità, poi ti fanno aprire la borsa. Vado a Marassi con mio fratello. A entrambi chiedono di aprire lo zaino, la custodia della macchina fotografica. Se vedono le chiavi uscire dalle tasche dei jeans chiedono spiegazioni. “Sono le chiavi di casa”, mio fratello risponde tranquillo. Io un po’ mi arrabbio perché non sempre i controlli sono fatti con educazione. Quando entri in gradinata è peggio. Spesso c’è la Finanza a chiederti di aprire lo zaino, con le ragazzi sono più gentili, con i ragazzi no. Tutti teppisti, sembra essere questo il loro pensiero.

Ho letto e sentito troppa gente esibirsi in variegate frasi, tutte riassumibili in “serbi di merda”. Fastidioso. Pericoloso. Mentre vedevo i fumogeni in campo, le cesoie usate per tagliare la rete della gabbia, ho pensato solo a quando vado allo stadio con mio fratello. Con la mia sciarpa del Genoa, il sorriso stampato in faccia, l’agitazione del prepartita. E quei continui controlli di chi ti vede comunque come uno capace di prendere a botte il suo vicino. Così mi chiedo perché un mazzo di chiavi viene considerato un’arma e un coltellino no.

Oltre la finestra, una panchina

 Di solito le tapparelle sono abbassate, lavorare al computer con il sole sullo schermo dà fastidio. Mi giro, guardo alla mia destra dalla scrivania al centro della stanza, e vedo questa finestra, quasi sempre grigia. Ogni tanto me la danno vinta, mi fanno tirare su le listarelle scure. Pochi centimenti però. Fin quando proprio non si resiste.
Mi toglie il respiro. Stare tutto il giorno con la finestra chiusa non mi fa respirare bene. Mi basta poter guardare ogni tanto oltre la parete. Palazzi. Più in basso l’acqua scura del Naviglio. E una panchina. Ieri mattina un anziano è rimasto seduto qualche ora, sotto i raggi di un sole timido. Il cappello di lana in testa, la giacca, le gambe accavallate. Ogni tanto cambiava posizione, ma è stato lì fermo senza alzarsi, per ore. Qualche foglio tra le mani, l’acqua lenta sotto i piedi. Un angolo di mondo isolato da tutto il resto, dalle auto che sfrecciano, dalle voci, dalle facce. Un angolo di mondo in cui ogni tanto qualcuno si ferma. Chi porta a passeggio il cane, chi fa due passi la sera, chi accompagna i bimbi in bicicletta. Chi cerca qualche minuto di pausa. E da quella panchina guarda le finestre. Quasi sempre chiuse. Incapaci di guardare oltre.

Saviano a Pavia, per tutti, per pochi

La testa appoggiata alla mano, Roberto Saviano guarda dritto davanti a sé. I volti di chi in quell’aula lunga e alta aspetta di sentire le sue parole. Non si può scrivere tutto, riportare tutto quello che ha detto in aula del 400, nella prima serata di Mafie 2010 a Pavia. Ma si può provare a trasmettere la pienezza con cui riesce a raccontare. E’ un fiume in piena, potrebbe parlare per ore. In alcuni momenti sembrano un peso quelle parole che deve riuscire a trasmettere. A volte invece sembrano una liberazione. “Chi racconta costruisce gli strumenti per cambiare il paese, chi dice che invece fa fare brutta figura al paese è il primo a invitare all’omertà». E lui racconta. Nonostante tutto. Anche se attorno è circondato dalla scorta. Che non lo lascia mai solo. E mentre lo vedi lì, per la prima volta così vicino, pensi che non può andare a mangiare una pizza, o al cinema o girare tra gli scaffali di una libreria. Che non può nemmeno fare due passi tranquillo, da solo. Per questo sento la sua voce come un peso e una liberazione. Le sue parole sono la condanna alla sua “situazione”, come lui stesso definisce la condanna a morte che pende sulla sua testa, ma sono anche l’unica cosa per cui vale la pena andare avanti.

Le parole servono per far capire, per rendere più consapevoli. “C’è solo un modo per salvare i giovani, spiegare come stanno davvero le cose”, dice Saviano. Non possono vedere davvero solo l’auto di lusso o il telefonino nuovo ogni settimana. Devono sapere che se decidono di entrare nel sistema prenderanno 2500 euro a omicidio, con weekend all’estero per cambiare aria per un po’. Dopo dieci anni prenderanno più o meno 4-5mila euro al mese. Tanti. Ma poi? Poi basta. E se si finisce in galera quei soldi andranno solo alle mogli con figli. “E devono sapere che un giorno arriverà qualcuno in carcere a dirti che tua moglie non può stare senza marito e che quindi puoi scegliere. Puoi scegliere da chi farti sostituire, un cugino, un fratello”. Non è vita questa. Nomi e cognomi, date, ricordi. Fatti di cronaca che si intrecciano alle sue sensazioni. Sono riuscita a sentire e vedere Saviano, sono riuscita a parlare qualche minuto con lui, che ha accettato di stringere mani, di firmare libri, alle persone che si sono messe in coda. Mi sento una privilegiata. Perché fuori dall’aula, c’erano 1500 persone che non hanno visto e sentito niente.Motivazioni varie, sicurezza soprattutto. Ma c’è stata poca chiarezza.


I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Paul Auster, un po' di Pamuk, Erri De Luca

ULTIME LETTURE

Un uso qualunque di te (Sara Rattaro)

Twitter factor (Augusto Valeriani)

La vita è altrove (Milan Kundera)

1Q84 (Haruki Murakami)

Zita (Enrico Deaglio)

L'animale morente (Philip Roth)

Così è la vita (Concita de Gregorio)

I pesci non chiudono gli occhi (Erri De Luca)

Cattedrale (Raymond Carver)

Lamento di Portonoy (Philip Roth)

Libertà (Jonathan Franzen)

Il dio del massacro (Yasmina Reza)

L'uomo che cade (Don De Lillo)

Il condominio (James G. Ballard)

Sunset limited (Cormac McCarthy)

I racconti della maturità (Anton Cechov)

Basket & Zen (Phil Jackson)

Il professore di desiderio (Philip Roth)

Uomo nel buio (Paul Auster)

Indignazione (Philip Roth)

Inganno (Philip Roth)

Il buio fuori (Cormac McCarthy)

Alveare (Giuseppe Catozzella)

Il Giusto (Helene Uri)

Raccontami una storia speciale (Chitra Banerjee Divakaruni)

Cielo di sabbia (Joe R. Lansdale)

La stella di Ratner (Don DeLillo)

3096 giorni (Natascha Kampusch)

Giuliano Ravizza, dentro una vita (Roberto Alessi)

Boy (Takeshi Kitano)

La nuova vita (Orhan Pamuk)

L'arte di ascoltare i battiti del cuore (Jan-Philipp Sendker)

Il teatro di Sabbath (Philip Roth)

Sulla sedia sbagliata (Sara Rattaro)

Istanbul (Orhan Pamuk)

Fra-Intendimenti (Kaha Mohamed Aden)

Indignatevi! (Stéphane Hessel)

Il malinteso (Irène Némirovsky)

Nomi, cognomi e infami (Giulio Cavalli)

Tangenziali (Gianni Biondillo e Michele Monina)

L’Italia in seconda classe (Paolo Rumiz)

ULTIME VISIONI

Be kind rewind (Michel Gondry, 2007)

Kids return (Takeshi Kitano, 1996)

Home (Ursula Meier, 2009)

Yesterday once more (Johnnie To, 2007)

Stil life (Jia Zhang-Ke, 2006)

Cocaina (Roberto Burchielli e Mauro Parissone, 2007)

Alla luce del sole (Roberto Faenza, 2005)

Come Dio comanda (Gabriele Salvatores, 2008)

Genova, un luogo per dimenticare (Michael Winterbottom, 2010)

Miral (ulian Schnabel, 2010)

Silvio forever (Roberto Faenza, 2011)

Election (Johnnie To, 2005)

Oasis (Lee Chang-dong, 2002)

Addio mia concubina(Chen Kaige, 1993)

La nostra vita (Daniele Luchetti, 2010)

Departures (Yojiro Takita, 2008)

La pecora nera (Ascanio Celestini, 2010)

Flags of our fathers (Clint Eastwood, 2006)

L'uomo che fissa le capre (Grant Heslov, 2009)

Buongiorno Notte (Marco Bellocchio, 2003)

Vallanzasca - Gli angeli del male (Michele Placido, 2010)

Paz! (Renato De Maria, 2001)

Stato di paura (Roberto Burchielli, 2007)

Gorbaciof (Stefano Incerti, 2010)

L'esplosivo piano di Bazil (Jean-Pierre Jeunet, 2008)

Confessions (Tetsuya Nakashima, 2010)

127 ore (Danny Boyle, 2010)

Qualunquemente (Giulio Manfredonia, 2011)

American life (Sam Mendes, 2009)

Look both ways (Sarah Watt, 2005)
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