Archive for the 'Riflemozioni' Category

Aspettando Maria

 

Dopo la curva conta 4 fermate del 39. Oregina. Stradina stretta, gradini. La chiesa. E una vista azzurra. C’è Genova lá sotto, oltre quel muretto, con le panchine troppo lontane dal bordo per poter guardare sotto. Il mare, il porto, le gru che oggi non sollevano i container, è domenica. O forse si muovono, ma io da così in alto non le vedo. Oregina. La campana chiama la gente per la messa. Entro. Un anno fa mia nonna se ne è andata. La nonna Maria. Adesso, a una settimana da Natale un prete che nemmeno la conosceva chiederà puntando gli occhi al cielo di ricordarsi di lei. Si fanno dire le messe per i morti. E’ una tradizione. Sarà che sto leggendo “Cosi è la vita” di Concita de Gregorio, capitoli di morte e di come raccontarla, di come parlarne. Sarà per le pagine lette in treno in viaggio per Genova, ma a questa cerimonia sociale oggi presto particolare attenzione.
Mia mamma e mia zia ci tengono a questa messa. Hanno faticato per trovare una chiesa, pare che ci siano delle liste d’attesa. Questa non è la chiesa del quartiere di mia nonna, ma Oregina è il primo angolo di Genova che ha conosciuto quando ha lasciato la Calabria. Io ricordo la nonna senza bisogno di farlo fare a un altro. Ma sono entrata in questa chiesa bianca perché è uno di quei momenti in cui la famiglia ha bisogno di essere insieme. In questo luogo, proprio qui sulle alture di Genova dove mia nonna ha cresciuto quattro figli da sola quando nonno Clemente è morto sul suo camion.
Una chiesa piena di gente, un prete che parla mettendo l’accento su alcune parole. Mi guardo attorno, lo ascoltano in pochi. Però la si definirebbe una messa partecipata: ci sono i canti, i bambini che leggono le preghiere, i disegni fatti al catechismo per l’ultima domenica di avvento, la mostra dei presepi. Io mi concentro sulle parole perché aspetto di sentirgli dire “Maria”, non la madonna, ma la mia “Maria”, la nonna. Per questo vorrei che non scorresse via così il suo nome, vorrei che la chiamasse nonna o mamma. Mi concentro e lo sento raccontare ai bambini l’annuncio dell’arcangelo Gabriele. Due frasi mi colpiscono. Il sacerdote spiega la reazione di Maria. “Maria ha guardato l’angelo stupita e gli ha detto ma come faccio ad avere un figlio se non sono ancora andata in sposa a Giuseppe”? Dopo una pausa il sacerdote aggiunge: “Per far nascere Gesù basta dire ti voglio bene”. Io lo so che pochi bambini lo stavano davvero ascoltando. Lo so che chiacchieravano o guardavano in alto pensando al Natale, ai giochi, ai regali. Lo so. Ma non si può rischiare di creare confusione nei bambini. Mi immagino un piccoletto biondo in prima fila che dice all’amichetta “ti voglio bene ora devi far nascere un bambino”. Ripeto, forse sarà il libro di Concita de Gregorio, scandito dalle domande che fanno i bambini, domande che spiazzano, e dalle risposte degli adulti che sono troppo spesso una presa in giro. Sarà per questo. Eppure vorrei che non si prendesse alla leggera quello che si dice ai bambini. Semplificare va bene, ma non se poi non si può dare risposte alle domande. Penso a questo mentre aspetto. C’è un momento della messa in cui il sacerdote chiede di ricordare il papa, il vescovo, e i nostri cari che non ci sono più. Il prete inizia a leggere i nomi. Ecco Maria. Dopo di lei Bruna. Un’altra figlia, mamma, donna. Non so. Penso che Maria è un nome in un elenco. Penso che dopo la messa si dà un’offerta al sacerdote per aver pronunciato quel nome, per aver chiesto a dio di ricordare i nostri morti. Penso che mia nonna era molto di più di un nome in un elenco.

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Dalla finestra sul tetto si vede il cielo

Il pennello passa leggero sul legno, il colore cambia, diventa viola scuro. Poi trasforma una scatola rotonda, dorata, contenitore per uno di quei pacchi di Natale che nascondono cioccolatini e salame tra la paglietta trasparente. Dettagli. Piccoli cambiamenti. Mi piace alzare lo sguardo e vedere le travi di legno. Mi piace salire la scala per andare a dormire e vedere il cielo da una finestrella che segue la linea obliqua del tetto. Mi piace l’idea di aver sistemato le mie cose come piace a me. I numeri di Internazionale in ordine di data (un paio del 2004, pochi 2006, e poi a seguire fino a venerdì scorso), il mobile del bagno con il vetro della Billy in versione limitata. I miei libri sugli scaffali, i saggi da un lato, i romanzi dall’altro, non ancora in ordine alfabetico, ma almeno vicini per autore. Mi piace sapere che sono riuscita a montare il letto da sola, anche se mancano ancora metà doghe di legno. Mi piace entrare in questo cortile e avere la sensazione di essere in un altro mondo: le statuette di santi e madonne alla finestra della pizzeria, le piante grasse dietro le ringhiere, l’ascensore che sembra annunciare l’arrivo di un treno, din-don. Devo ancora appendere le fotografie. Un dettaglio dopo l’altro, per la mia casa nuova.

Ricordi in una noce

Scrivevo stretto stretto, un elenco lungo racchiuso in un foglio piccolo. Ne facevo un quadratino. Poi prendevo i gusci di noci, aperti in modo da non romperli, li volevo metà perfette. Sistemavo il mio quadratino dentro la noce e la sigillavo, lasciata a riposare in un cassetto. Dentro tutto quello che era successo durante l’anno. Cose piccole, date importanti, immagini, ricordi. A volte ben ordinati, un mese dopo l’altro. Altre volte in ordine sparso, così come la memoria li ritrovava tra i pensieri. Un rito. Un po’ come scrivere su un angolo strappato dal quaderno una cosa da buttare e una da tenere e poi far bruciare quei fogli scomposti nel rogo della notte delle streghe, in una Genova che si prepara a cercare i suoi fantasmi mentre celebra il suo patrono San Giovanni Battista.
Per qualche anno il 31 dicembre per me è stato una noce aperta poi chiusa di nuovo. Avevo il mare attorno, forse anche l’aria rende diversi i giorni e i pensieri che questi si portano dietro. C’è stato un momento in cui lo avrei fatto ancora. Pochi giorni fa ero pronta a cercare due gusci perfetti, pronta a dare loro un contenuto alternativo, il mio. Poi ho pensato che non mi servivano contenitori da lasciar dormire in fondo ad un cassetto. Ci sono io che ricordo ogni minuto, che sento gli odori, che vedo ogni faccia, un sorriso, una mano, una parola. Sono il mio guscio.

Abituarsi al cielo grigio

 Il cielo grigio non può diventare un’abitudine.  Non si può restare indifferenti a un colore che schiaccia. Non dovrebbe condizionare le giornate, ma ci riesce. Ti svegli, guardi fuori dalla finestra e sai già che sarà una giornata lunga. E’ la nebbia del mattino, rintocco simbolico di quello che sarà. E’ la sensazione di umido sulla pelle, la voglia di stare chiusi, lontani, senza occhi che si posano. Quando appena uscito dal mondo dei sogni riesci a vedere spicchi di blu, è semplicemente un’altra cosa. E io sono fatta per i cieli azzurri.

Le parole degli altri. Inquietudine

“Non possiamo distinguere se certi momenti profondi, per la loro essenza sottile e ambigua, appartengono all’anima o al corpo, se sono il malessere causato dal fatto di avvertire la futilità della vita, o l’indisposizione che deriva da un abisso organico: lo stomaco, il fegato, il cervello. Oggi la mia anima è triste fino al corpo”.

“Non riesco più a sopportare niente, a parte la vita: l’ufficio, la casa, le strade (perfino il loro contrario se ciò fosse possibile), ogni cosa mi pesa e mi opprime; solo l’insieme mi dà sollievo. Sì, in questo insieme, una cosa da nulla è sufficiente a consolarmi”.

(Il libro dell’inquietudine, Fernando Pessoa)

Le parole degli altri si mescolano a quelle che scorrono nella testa. Lo stomaco si attorciglia, poi cerca di liberarsi, di lasciarsi andare, di cacciare tutto quello che non puoi più tenere dentro. Eppure, con il respiro che si fa più controllato, con gli occhi che si chiudono, anche questa sensazione lentamente si allontana. Il corpo reagisce ai pensieri, diventa pensiero. Così l’insofferenza si traduce in un senso di soffocamento, il respiro che stenta a darti aria. E quel senso incontrollabile di inquietudine che mette in fila i pensieri uno dopo l’altro, poi li schiaccia, li dilata, li stritola. E lo stesso succede alla pelle, alla lingua, agli occhi. Poi li devi chiudere. E forse iniziare a cercare altre parole. Altre.

Le parole degli altri. Anche per me.

Parole scritte e pensate da altri. Per me. Anche per me. E’ il pensiero in cui mi cullo. Mentre bevevo il caffè stamattina leggevo qualche pagina di McCarthy. Poi distogliersi da quelle pagine è dura, sai che devi mettere in movimento il corpo e che non puoi, proprio non puoi, soffermarti troppo su quelle parole. Non è dura per il piacere – interrotto – della lettura. Ma solo perché poi devi misurarti con tutt’altro mondo, impossibile il confronto. Qualche ora più tardi cerco le parole dedicate ai pesci. Orizzonti da ampliare, isole da cercare. Mondi diversi insomma. Mondi in cui le biciclette si arrampicano come lucertole su una parete bianca. E le parole di McCarthy mi tornano in mente, lette solo poche ore prima.

“Ci sono cose che non decidi tu. Il prendere decisioni non ha niente a che fare con certe cose. (…) Quello che non va in questa storia è che non è una storia vera. Gli uomini hanno in testa un’immagine di come sarà il mondo. Di come loro saranno dentro questo mondo. Il mondo può avere diversi aspetti per ciascuno di loro. Ma c’è di sicuro un mondo che non esisterà mai ed è proprio questo il mondo che sognano”.

(Città della pianura, Cormac McCarthy)

“La foca vi guarda. Stupita. Cosa ci fate qui, si chiede, come siete finiti qui. Quale genere di corrente seguite, quale nuoto controcorrente, per arrivare alla roccia desera, allo scoglio sperduto. La foca vi fissa, un attimo incerta, perché si trova di fronte un altro occhio di foca, il vostro, e alquanto smarrito. Nel vostro vagare siete un po’ come Latona, che nessuna isola voleva: l’accolse solo la poverissima Delo, a partorire Apollo sotto la famosa palma. A quel punto, in quell’isoletta, tutto divenne d’oro. Così voi. State per generare ricchezza, prosperità, qualità, amore. Ma proprio nell’angolo di mare dimenticato da tutti”.

(Pesci, Oroscopo, La repubblica delle Donne)

“Negli ultimi vent’anni ho usato un solo tipo di scarpe: le Converse alte nere. Le ho messe ai matrimoni e per andare a correre, alla festa di diploma di mia figlia e ai miei spettacoli. Sono troppo abitudinario? Decisamente sì. Tu però, Pesci, non fare come me. Qualunque sia la tua versione delle Converse nere, le prossime settimane saranno il momento ideale per cambiare. Rompi la monotonia, amplia i tuoi orizzonti. Prova a presentarti in modo diverso, come se io decidessi di passare ai mocassini di camoscio o agli stivali da cowboy in pelle di serpente”.

(Pesci, Oroscopo Internazionale)

Pochi secondi di silenzio

Camminare e vedere in fondo alla strada una nebbia vaporosa, pioggia sottile. Le luci dei lampioni, le insegne delle banche. E poi, per pochi secondi, sentire solo le gocce sull’ombrello e il rumore dei miei passi, sull’asfalto bagnato. Nemmeno un’auto di passaggio, una voce, un suono. Niente. Il silenzio. E io nel mezzo.


I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Paul Auster, un po' di Pamuk, Erri De Luca

ULTIME LETTURE

Un uso qualunque di te (Sara Rattaro)

Twitter factor (Augusto Valeriani)

La vita è altrove (Milan Kundera)

1Q84 (Haruki Murakami)

Zita (Enrico Deaglio)

L'animale morente (Philip Roth)

Così è la vita (Concita de Gregorio)

I pesci non chiudono gli occhi (Erri De Luca)

Cattedrale (Raymond Carver)

Lamento di Portonoy (Philip Roth)

Libertà (Jonathan Franzen)

Il dio del massacro (Yasmina Reza)

L'uomo che cade (Don De Lillo)

Il condominio (James G. Ballard)

Sunset limited (Cormac McCarthy)

I racconti della maturità (Anton Cechov)

Basket & Zen (Phil Jackson)

Il professore di desiderio (Philip Roth)

Uomo nel buio (Paul Auster)

Indignazione (Philip Roth)

Inganno (Philip Roth)

Il buio fuori (Cormac McCarthy)

Alveare (Giuseppe Catozzella)

Il Giusto (Helene Uri)

Raccontami una storia speciale (Chitra Banerjee Divakaruni)

Cielo di sabbia (Joe R. Lansdale)

La stella di Ratner (Don DeLillo)

3096 giorni (Natascha Kampusch)

Giuliano Ravizza, dentro una vita (Roberto Alessi)

Boy (Takeshi Kitano)

La nuova vita (Orhan Pamuk)

L'arte di ascoltare i battiti del cuore (Jan-Philipp Sendker)

Il teatro di Sabbath (Philip Roth)

Sulla sedia sbagliata (Sara Rattaro)

Istanbul (Orhan Pamuk)

Fra-Intendimenti (Kaha Mohamed Aden)

Indignatevi! (Stéphane Hessel)

Il malinteso (Irène Némirovsky)

Nomi, cognomi e infami (Giulio Cavalli)

Tangenziali (Gianni Biondillo e Michele Monina)

L’Italia in seconda classe (Paolo Rumiz)

ULTIME VISIONI

Be kind rewind (Michel Gondry, 2007)

Kids return (Takeshi Kitano, 1996)

Home (Ursula Meier, 2009)

Yesterday once more (Johnnie To, 2007)

Stil life (Jia Zhang-Ke, 2006)

Cocaina (Roberto Burchielli e Mauro Parissone, 2007)

Alla luce del sole (Roberto Faenza, 2005)

Come Dio comanda (Gabriele Salvatores, 2008)

Genova, un luogo per dimenticare (Michael Winterbottom, 2010)

Miral (ulian Schnabel, 2010)

Silvio forever (Roberto Faenza, 2011)

Election (Johnnie To, 2005)

Oasis (Lee Chang-dong, 2002)

Addio mia concubina(Chen Kaige, 1993)

La nostra vita (Daniele Luchetti, 2010)

Departures (Yojiro Takita, 2008)

La pecora nera (Ascanio Celestini, 2010)

Flags of our fathers (Clint Eastwood, 2006)

L'uomo che fissa le capre (Grant Heslov, 2009)

Buongiorno Notte (Marco Bellocchio, 2003)

Vallanzasca - Gli angeli del male (Michele Placido, 2010)

Paz! (Renato De Maria, 2001)

Stato di paura (Roberto Burchielli, 2007)

Gorbaciof (Stefano Incerti, 2010)

L'esplosivo piano di Bazil (Jean-Pierre Jeunet, 2008)

Confessions (Tetsuya Nakashima, 2010)

127 ore (Danny Boyle, 2010)

Qualunquemente (Giulio Manfredonia, 2011)

American life (Sam Mendes, 2009)

Look both ways (Sarah Watt, 2005)
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