Archivio per giugno 2009

La coda alla posta insegna

“I nostri figli non si vedranno nemmeno più”. Lo dice un signore sulla sessantina, forse qualcosa meno. E’  in coda alla posta. Dice questa frase guardando una coppia di ragazzi giovani, i tratti asiatici, sono allo sportello e stanno pagando un bollettino. Non ci mettono né più né meno di qualsiasi altra persona. Però sono davanti a questo signore, ben vestito, un po’ abbronzato, e, ai suoi occhi, evidentemente gli fanno perdere tempo. Sento una mezza frase sui cinesi, il solito stereotipo che “ormai sono dappertutto”. La gente in coda allo sportello sbuffa. Sempre. Se poi hanno davanti un’anziana che deve ritirare la pensione il fastidio aumenta. Se c’è uno straniero si sente sbuffare ancora di più, perché scatta automatico il pensiero “non capiscono quindi ci mettono più tempo”. Discorsi fastidiosi da sentire, ovviamente. Arriva allo sportello un altro uomo, alto, vestito di verde, con i pantaloni della tuta e la maglietta infilata dentro. Deve fare parecchie operazioni, però non sento lamentele dietro le spalle. Ha modi gentili, secondo me un po’ troppi, quella gentilezza che nasconde una distanza. Spiega che deve ritirare dei soldi per sua moglie. Il nome difficile da pronunciare incuriosce la signora al di là dello sportello. “Sì, viene dalla Moldavia o Moldova”, sottolinea lui. E qualcuno dietro, in coda, si guarda.

“Signorina, ha dimenticato le lenti”. Me lo dice un signore, canotta bianca, che si vede perché la camicia color crema è aperta sul petto. Me lo dice indicando gli occhiali da sole che stavo dimenticando sul banco della posta. Ero assorta nei discorsi degli altri. Cercando di convicermi che no, non è razzismo. Ma non riesco a togliermelo dalla testa.

Vodka e tè verde

suqFoglie di menta in piccoli pezzi, un sapore dolce, in un bicchiere semplice. La teiera si alza e il tè cade dritto nel bicchiere, si alza ancora, quasi a sfidare le distanze. Una bimba guarda incantata quell’uomo che per 80 centesimi ti porta per qualche minuto tra i banchi di un mercato del Maghreb. Dolci ricoperti di miele, focacce schiacciate, cocco e zucchero. Poi tende, abiti rossi e arancio, stoffe verde mela, ricamate di blu. Statue in legno, monili, e bambini che dal palco cantano in spagnolo. E’ il suq di Genova. “Suq” che in arabo significa mercato. Non è un’attrazione per turisti. C’è musica, libri, persone, le pentole in terracotta che sembrano imbuti rovesciati, c’è il cibo, il profumo di spezie. C’è cultura, non c’è merce. Fino a qualche anno fa lo organizzavano in piazza Banchi, nascosta tra lunghi vicoli multicolore, racchiusa tra le vetrate della Loggia dei Mercanti. Poi lo hanno appeso al tendone dell’Expo, galleggia sull’acqua dove in inverno si trova la pista di pattinaggio sul ghiaccio. Così è più accessibile anche se la cornice del centro storico era più avvolgente.

Mentre sul mare il suq unisce curiosità e cultura, in fondo a via angolo-est1Canneto il Curto, davanti alla chiesetta di San Torpete, le vetrine dell’Angolo dell’Est sono la mia ultima scoperta. Da un lato piccole e grandi matrioske occupano la vetrina più grande. Poi si vedono tazze e teiere dorate, decorazioni barocche su sfondo rosso, servizi interi, piatti e piattini, esposti come in una vetrinetta del salotto. E poi, colorate, luminose, file e file di bottiglie di vodka. Impossibile leggerne le etichette, ma bello spiarne i colori, i disegni, le decorazioni sul vetro trasparente. Per poi passare alle bottiglie a forma di sciabola, piene di liquore. Costano meno di dieci euro, il prezzo è incollato sul collo della bottiglia. L’Angolo dell’Est, leggo nel cartellino appeso alla porta, è aperto anche la domenica, al pomeriggio. Sul vetro il disegno stilizzato di un viso di donna, bionda. Accanto a questo angolo di Russia, le botteghe della Genova antica si sono angolo-est2arricchite di sinuose scritte in arabo di chi liscia il kebab arrivato alle sue ultime porzioni, e di chi liscia i capelli dei clienti, e l’arabo lo lascia alle scritte sul vetro per tradurre “coiffeur”, o alle etichette delle bottiglie di coca cola. Si è arricchita di scritte, parole, colori, facce, suoni, odori, accenti, frutti, mercati. Ed è tutto semplicemente naturale.

Principi, principesse e panchine

panchina

Se piangi o ti senti perso o qualcosa hai perso. Ma cosa quando e perché?
Tu quando piangi?
Quando ho perso qualcosa
Cosa hai perso?
In genere tanto. Con te la possibilità di vederti serena.

Lei è seduta su una panchina. Le foglie degli alberi la riparano dal sole. Sta leggendo. E’ concentrata, le mancano poche pagine del libro. Non c’è niente attorno. Legge, ma si capisce che aspetta qualcuno. Se sente un rumore alza la testa, poi guarda l’orologio. Torna a leggere. Apre la borsa, l’immagine non scende nel dettaglio, ma lascia vedere altri libri. La scena si ripete, fino all’ultima pagina del libro. Lei alza la testa, con il pensiero è lontana, lo dicono i suoi occhi, sembrano persi. Resta così qualche minuto, come se da un momento all’altro dovesse succedere qualcosa. Ma non succede niente. E come se si risvegliasse da un sogno lei prende il suo libro lo mette in borsa e si alza. Davanti alla panchina resta ferma, in piedi. Tira fuori un altro libro, uno di quelli che nella scena precedente ci erano stati fatti vedere. Lo appoggia sulla panchina. E se ne va.  Finisce così. Senza aggiungere altro. Lascia solo che i pensieri completino la storia. Lei aspettava qualcuno, aveva portato un libro da condividere, forse era sicura dell’arrivo. Ma perché lo lascia lì? Chi  guarda capisce che è troppo tardi, che la persona attesa potrà avere il libro, ma non lei. Chi guarda capisce che si sono persi. Chi guarda non può dire se si ritroveranno, può dire che lei lo ha aspettato, che lo ha cercato, che lo voleva lì. I film ci fanno vedere solo un momento, tutto il resto, quello che c’era prima, quello che sarà poi, possiamo solo immaginarlo e sognarlo. E in quell’unico momento che ci viene mostrato possiamo vedere tutto e niente, possiamo vedere oltre. Ma sono solo pensieri, pura immaginazione.

(La Principessa verde e il Principe malinconico, dai Racconti sotto la luna)

Giratevi dall’altra parte

napoliNon si gira nessuno. Una donna urla, si inchina sulla testa del suo compagno ferito da un colpo di pistola impazzito e nessuno si gira a guardarla. Saranno una decina di persone, pensano solo a salvarsi, a scappare. Certo, hanno appena visto due ragazzini in motorino sparare a caso per strada, hanno appena finito di correre al riparo, di avere paura per la propria vita. Ma al chiuso, lontani da altri possibili spari, cosa rischiano a spostare lo sguardo verso il pavimento? Cosa vedrebbero? Un uomo, che urla per il dolore, o che forse si contorce senza riuscire a dire più nulla. Gli leggono in volto che si chiama Petru Birlandeanu, che ha origini romene, che per vivere suona la fisarmonica sui treni della metropolitana? E anche se fosse, questo gli vieterebbe il diritto ad essere soccorso? Le immagini sono quelle della telecamera della metropolitana. Il video va avanti. Tutte quelle persone che in questa immagine si spingono verso la porta, escono. La compagna di Petru Birlandeanu chiede aiuto, agita le braccia, le porta alla testa. Intanto arrivano altri passeggeri della metropolitana. Una signora vestita di bianco si ferma. Parla con la donna. Una ragazzina prende in mano il cellulare. Così fa anche un altro uomo, arrivato dopo qualche secondo. C’è un uomo morto sul pavimento. Solo quando non c’è più niente da fare, solo quando arrivano facce nuove, che magari non hanno nemmeno assistito alla precedente sparatoria, allora il grido di quella donna viene ascoltato. E la morte di quel ragazzo trova un occhio da cui essere guardata. A debita distanza però. Ah, siamo a Napoli. Ma in un qualsiasi altro posto sarebbe stato comunque agghiacciante.

Facce di pietra

magritte1

Facce silenziose, che si guardano. Attente. Alla luce negli occhi, al fuoco che vi si riflette dentro. Attente a cogliere, capire, anche oltre, molto più lontano del punto in cui i pensieri sono già riusciti ad appoggiarsi. Facce che portano sulle pieghe della pelle i momenti difficili e quelli sereni, che non riescono a nasconderli. Facce che non hanno bisogno di troppe parole. Ma che poi devono sforzarsi di dare voce  a quello che esprimono. Perché gli occhi parlano, ma non sempre si riesce a cogliere tutto. Facce nascoste, da distanze, dal tempo, da un velo. Sottile, come sottile è il confine tra reale e irreale.

Facce di pietra, spigolose. Fisse in una sola espressione, mentre dentro tutto il resto si confonde, e solo non si trasforma in luce negli occhi.

Facce dolci. Tristi, velate. Serene e luminose.

Quell’angolo di fiume

fiume

La bicicletta appoggiata al marciapiede, e il vento che sfoglia lento il mio giornale. Lo stesso vento che scompiglia i capelli e gela il sudore sulla pelle quando corri vicino al fiume. Sabbia bianca, un angolo ritagliato tra un prato troppo secco. Un telo steso, rosso, la Luna e il Sole al centro, intrecciati. Un telo comprato a Montpellier, che sa ancora dell’incenso del negozio, anche se è già passato sotto acqua e detersivo. Un caso quella luna e quel sole, su cui sdraiati cercare il sonno e l’assenza di pensieri. Un fiume e una panchina. Tra gli alberi, in legno. Dura, la schiena che si scompone. Ma il libro che è troppo vivo per potersi fare da parte rispetto ai muscoli che stridono. Il fiume che brilla, che è là mentre tu prendi il sole, mentre leggi, mentre cammini, corri o scappi in bicicletta. Non è il fiume, tutto, nella sua interezza. E’ quell’angolo, proprio a due passi da casa. Nemmeno troppo bello. Quell’angolo che la Lega vorrebbe liberare dai latinos, come troppo facilmente sintetizzano, senza chiedersi chi sono. Vorrebbero mandarli via perché troppo allegri, perché troppo rumorosi, perché troppa musica, perché troppe auto, perché troppo più liberi di noi. Perché la gente apprezza quello che ha solo quando altri lo scoprono e lo trovano interessante. E’ proprio quell’angolo di fiume, tra le canoe e le barche e le due scuole che avversarie si guardano. E’ lo stesso angolo di fiume dove una ragazza ha perso la vita. Era in macchina con gli amici Valentina. Occhi chiari, studentessa di Como, campionessa di nuoto sincronizzato. Era seduta dietro, l’auto si è ribaltata, oltre la strada, oltre la pista ciclabile, oltre il prato, veloce, troppo veloce su quella curva, e la sua schiena si è spezzata. Nell’angolo di fiume, proprio in quell’angolo di fiume ora c’è un mazzo di fiori e un peluche nascosto tra le foglie.

La rosa del sublime nella croce della volgare quotidianità

genova

Mi sono affacciata sui tetti di Genova, tornando a guardare quelle pietre e quel mare che da quel punto, dalla spianata di Castelletto, non vedevo da tempo. Siamo abituati a non dare peso alle cose che ci circondano, che ci sono sempre, o a quelle che abbiamo già visto. Poi lasciamo passare del tempo, e un giorno torniamo a posare lo sguardo sull’oggetto amato, e ci si ripropone nella stessa bellezza di sempre, che torna a sorprenderci, come fosse la prima volta. E’ così per le persone, per una vecchia maglietta lasciata nel cassetto, per le nostre città.

Mentre ancora avevo negli occhi questi tetti, e una leggera malinconia, di quelle che ti portano a estendere i pensieri al resto della vita, ho letto queste parole di Slavoj Zizek e ho chiuso i pensieri in una scatola.

“La volontà di mantenere una certa distanza dall’oggetto amato per non romperne l’incantesimo è un segno certo di falso amore: il vero amore non ha paura di avvicinarsi troppo, ma è pronto ad assumere l’oggetto amato in tutta la sua realtà comune e conservarne nello stesso tempo il suo status sublime”. (Slavoj Zizek)


I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Paul Auster, un po' di Pamuk, Erri De Luca

ULTIME LETTURE

Un uso qualunque di te (Sara Rattaro)

Twitter factor (Augusto Valeriani)

La vita è altrove (Milan Kundera)

1Q84 (Haruki Murakami)

Zita (Enrico Deaglio)

L'animale morente (Philip Roth)

Così è la vita (Concita de Gregorio)

I pesci non chiudono gli occhi (Erri De Luca)

Cattedrale (Raymond Carver)

Lamento di Portonoy (Philip Roth)

Libertà (Jonathan Franzen)

Il dio del massacro (Yasmina Reza)

L'uomo che cade (Don De Lillo)

Il condominio (James G. Ballard)

Sunset limited (Cormac McCarthy)

I racconti della maturità (Anton Cechov)

Basket & Zen (Phil Jackson)

Il professore di desiderio (Philip Roth)

Uomo nel buio (Paul Auster)

Indignazione (Philip Roth)

Inganno (Philip Roth)

Il buio fuori (Cormac McCarthy)

Alveare (Giuseppe Catozzella)

Il Giusto (Helene Uri)

Raccontami una storia speciale (Chitra Banerjee Divakaruni)

Cielo di sabbia (Joe R. Lansdale)

La stella di Ratner (Don DeLillo)

3096 giorni (Natascha Kampusch)

Giuliano Ravizza, dentro una vita (Roberto Alessi)

Boy (Takeshi Kitano)

La nuova vita (Orhan Pamuk)

L'arte di ascoltare i battiti del cuore (Jan-Philipp Sendker)

Il teatro di Sabbath (Philip Roth)

Sulla sedia sbagliata (Sara Rattaro)

Istanbul (Orhan Pamuk)

Fra-Intendimenti (Kaha Mohamed Aden)

Indignatevi! (Stéphane Hessel)

Il malinteso (Irène Némirovsky)

Nomi, cognomi e infami (Giulio Cavalli)

Tangenziali (Gianni Biondillo e Michele Monina)

L’Italia in seconda classe (Paolo Rumiz)

ULTIME VISIONI

Be kind rewind (Michel Gondry, 2007)

Kids return (Takeshi Kitano, 1996)

Home (Ursula Meier, 2009)

Yesterday once more (Johnnie To, 2007)

Stil life (Jia Zhang-Ke, 2006)

Cocaina (Roberto Burchielli e Mauro Parissone, 2007)

Alla luce del sole (Roberto Faenza, 2005)

Come Dio comanda (Gabriele Salvatores, 2008)

Genova, un luogo per dimenticare (Michael Winterbottom, 2010)

Miral (ulian Schnabel, 2010)

Silvio forever (Roberto Faenza, 2011)

Election (Johnnie To, 2005)

Oasis (Lee Chang-dong, 2002)

Addio mia concubina(Chen Kaige, 1993)

La nostra vita (Daniele Luchetti, 2010)

Departures (Yojiro Takita, 2008)

La pecora nera (Ascanio Celestini, 2010)

Flags of our fathers (Clint Eastwood, 2006)

L'uomo che fissa le capre (Grant Heslov, 2009)

Buongiorno Notte (Marco Bellocchio, 2003)

Vallanzasca - Gli angeli del male (Michele Placido, 2010)

Paz! (Renato De Maria, 2001)

Stato di paura (Roberto Burchielli, 2007)

Gorbaciof (Stefano Incerti, 2010)

L'esplosivo piano di Bazil (Jean-Pierre Jeunet, 2008)

Confessions (Tetsuya Nakashima, 2010)

127 ore (Danny Boyle, 2010)

Qualunquemente (Giulio Manfredonia, 2011)

American life (Sam Mendes, 2009)

Look both ways (Sarah Watt, 2005)
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