A Google è scappata una macchia di colore

arcobaleno

Cerco una strada a Vellezzo Bellini, 3mila abitanti a 13 chilometri da Pavia. Apro Google maps, digito, zoommo. E compare una macchia arcobaleno in corrispondenza della chiesa, con accanto quella che sembra una testa di mucca (o forse è come le nuvole e ognuno può vederci quello che vuole). Assicuro che a Vellezzo Bellini non ci sono strade dipinte con i colori dell’arcobaleno. Cosa succede a Google? A qualcuno è scappata la funzione pennello?

Una straordinaria storia di ordinario spam

Trecento  mail di spam. Non il solito spam. Una serie di messaggi da indirizzi sconosciuti con una o due parole nell’oggetto e una frase nel messaggio. Zero allegati. A scorrerle tutte una dietro l’altra a tratti mi sembrava di vederci dentro un testo sensato. Così – un po’ delirante lo ammetto – ho copiato le parole nel campo “oggetto”, in ordine di arrivo, delle ultime 100 mail di arrivate. Aggiungendo la punteggiatura. Ecco una straordinaria storia di ordinario spam.

Sapevano creassimo traligna veste. Riposerei. Rinforzano, calcolino, sedassimo. Sfregato percorso foravamo, gambo dirizzaste: diffidano credemmo. Pareggerei scuse affittuari. Cuori obbediate! Prossimo, ribadendo proprio, misurarono.  Enumeriate: fissano getti annusasti. Sfogaste. Richiede: “Evaporerai?” Subordini cospiravo.  Gelereste stuccando rimorso, appigli, suffisso.  Spedimmo, camuffasti. Sintassi abbonasse faticosi.
Raggirerei, misurerei teologie, perequiamo confortare gratuite. Incitavi? Assecondai tigne ripartite, contati assillo destinato denunciate.  Viravano salici vocabolo. Giuravano urtasse procedere: esagerano? Arrederete.
Tasserebbe ricerche.  Chimici? Dunque stinto. Ottimismo. Raspavate azionista, avresti finanziero.  Spiravi fratturate pontefici, ricambiavi. Sperino costando attiva, scalaste offuscato, strisciato dipanerai.
Autista, cavassi speciali, decifrato immeritate. Vistavamo presentare, deludero salati.
Affatichi torneata, defluiremo. Computiate, speculando. Mieteresti. Straripano. Spetteremo. Nuotavano, pompiate. Commenta: recassi sbadiglio, aggiustati laterizio ingrossato, barasti.
Fresco sfrattata, boriose burberi sciupando. Ingerenza stralciava, ospizi congelati appaiasti. Epurarono: sedavo, impiccavi, menerai avvitando. Sintetizzi! Galoppano? Restituzione conglobata, risaltavo spariremmo
quotano, perturbate. Ripartir integrerà rampa. Paregger appianati sovvenzioi. Capovolte passeranno, serbiate questore congelo! Vuoteresti burliate? Frustata preliminare! Ruzzolerei.  Depurerete apici elettrico… sussultavi… installavi. Avallati contronava sgozzi, rivelasse triglie pernott esporterò. Demolirai: deperirei,  sfasciaste, putrefiate. Sparlata? Calcola: spettinino rientravi, aiutassi spolveravo. Bendassero imballiate. Sussultò. Sviluppavi allegrie, evaporasse cooperata. Rozzo, scartati! Comandasse, tassativa. Smorzasse, imiteremo. Aiutiamo. Sottoscale incolto appestare.

Genova, da una finestra in piazza Alimonda si può veder morire un ragazzo

Piazza Alimonda. La nonna Franca abitava proprio in questa piazzetta, una finestrella sulla facciata della chiesa, smontata a fine 800 da via XX Settembre e rimontata in questo snodo della città, vicino alla stazione Brignole, al centro, ma anche all’ospedale e ai piedi della collina di Albaro. In piazza Alimonda è morto Carlo Giuliani. Un ragazzo. Lo ricorda così la targa nell’aiuola davanti alla chiesa, che qualcuno pochi giorni fa, come si vede nella foto, ha preso a martellate e imbrattato di nero. Oggi a Genova, a undici anni dal G8, un corteo ha ricordato Giuliani e le violenze di quei giorni. Ho visto Diaz, il film di Daniele Vicari, solo adesso. Salto da un argomento all’altro: mia nonna, Giuliani, il corteo, il cippo, il film. Ma ho un filo in testa che tiene unito tutto.
Il giorno prima dell’inizio del G8 eravamo andati a trovare la nonna. Dal centro storico sigillato con cancellate nei vicoli siamo usciti dalla zona rossa mostrando i documenti di residenti, abbiamo superato quella gialla. E ci siamo ritrovati nel deserto di via Teodolinda e piazza Alimonda. Ricordo che io e mio papà abbiamo pensato: se in questa parta della città non ci sono controlli sarà qui che ci saranno scontri. Un pensiero da genovesi che conoscono la città. Mia nonna, dalla sua finestra, sentiva urla e scontri. Un giorno mi ha detto “questa finestra è il mio cinema”. Poi è arrivato il cinema davvero. Il film di Vicari è un colpo allo stomaco. Una signora accanto a me se ne è andata dopo un’ora, dopo che i denti erano stati spaccati, e i calci, e il sangue, e quei corpi che sembravano morti. Nel film c’è piazza Merani. L’insegna del Dì per dì, le finestre del primo piano sono quelle dove abitavano i nonni, dove è cresciuto mio papà. La Diaz è stata la sua scuola, quando era un istituto magistrale. Mi chiedo come sarà stato per gli studenti tornare in classe, con le pareti piene del sangue di altri ragazzi. Si unisce tutto: i ricordi della nonna, la finestra da cui si può veder morire un ragazzo, le immagini di un film che però è anche la tua città. Ricordo un vecchietto che a una cancellata che sbarrava Porta Soprana ha chiesto al finanziere che la sorvegliava: “Scusi, sono uscito di casa stamattina e i cancelli erano aperti. Ora che li avete chiusi non so più come rientrare a casa”. Inutile dare indicazioni, nomi di strade, piazze. Chi indossava la divisa di Genova non sapeva nulla.

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Buonanotte nonna, chissà a cosa hai pensato

Ore 19.26. “Mi puoi chiamare”. Un messaggio di mia mamma. Senza punto interrogativo, fa sempre così. Perché non mi chiama direttamente? Me lo chiedo tutte le volte. So che ha paura di disturbare quando sono al lavoro. Per istinto non la chiamo dal telefono fisso. Mi alzo dal mio posto e vado sulle scale. Deve dirmi qualcosa. Penso “magari ha litigato con qualcuno”. “E’ morta la nonna Franca”. Questo no, non me lo aspettavo. Perché domani è il suo compleanno. E oggi è quello di mio papà. Madre e figlio hanno sempre festeggiato una dopo l’altro. Che poi non c’entra con la morte il compleanno, però non lo prendi in considerazione.

Si è addormentata e non si è più svegliata. So che deve averci pensato tanto a questo momento. Quando chiudi gli occhi e ti domandi se hai lasciato tutto in ordine, la vita. Ci aveva già salutati tutti l’ultima volta che ci siamo visti. Un regalo ciascuno. Non un regalo comprato. Una cosa sua. Ricordi soprattutto. Il baule della nonna in quella casa troppo piccola rispetto all’appartamento dai mobili di legno con le teste di leone dove viveva quando il nonno era ancora vivo.
Se penso alla nonna Franca penso alla nostalgia che aveva negli occhi. Le mancava il nonno Mario.
Penso a quando aveva detto che io non mi sarei costruita una famiglia perché pensavo più al lavoro. Era contenta di me, di quello che faccio. Diceva sempre che ero al centro del mondo, dove succedono le cose. E io pensavo a Pavia e sorridevo. Non è il centro del mondo, ma lei intendeva che potevo sapere le cose in tempo reale. E sapere qualche dettaglio in più prima che gli altri lo leggessero sul giornale. Era orgogliosa.
Le foto dei nipoti appese in cucina, le bustine con i soldi sotto il piatto, il tono della voce che si alzava spesso ultimamente. Non era facile. Aveva le sue idee. E le faceva notare.
Aveva lavorato per la Lanerossi a Schio. Le piaceva cucire. Le borse imbottite.
Aveva gli zigomi accentuati.
Punzecchiava tutti. Mio papà la chiamava “tappo”. Non so ancora bene perché.
Buonanotte nonna.

Genova, parole sulle pietre

Genova, solo pochi passi. Un madonnaro ha lasciato il suo disegno di gessi colorati incustodito accanto alla cattedrale. Melina bacchetta chi la ostacola. Aveva scritto in rosso uno dei suoi messaggi sotto i portici di piazza De Ferrari, l’avevano cancellata. E lei ha riscritto, perché le parole “sono più importanti di un muro”. E c’è un racconti comparso in una notte. Parole scritte in corsivo bianco, si trovano in tutto il centro storico. Mi piacerebbe avere una mappa con segnate le pagine di questo romanzo urbano. Mi piacerebbe dare un volto e un nome al suo autore.

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Autocensura e libertà

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“Lo spazio della nostra libertà significa prenderla e viverla. Siamo in una società che si sente assalita, in guerra. Accetta di essere sotto controllo e di rinunciare a delle libertà fondamentali. Lo accetta. In una società così, il nostro nemico peggiore, per noi che facciamo questo mestiere e raccontiamo storie, è l’autocensura. Che ha un corrispettivo nelle direzioni dei giornali, nelle produzioni cinematografiche, nelle distribuzioni, ti arrivano messaggi chiari, per cui ti dicono “a me questo non interessa, è inutile che me lo porti”. Allora tu scrivi una prima volta l’articolo e ti dicono no, e non lo pubblicano. Poi lo scrivi una seconda volta, e alla terza non lo scrivi più, non glielo porti proprio. Questa cosa si chiama autocensura. Smetti di combattere per le cose in cui credi e quello che fa veramente la differenza tra una democrazia e una cosa che non è democrazia è questo. Non è il fatto che siano scritte delle regole, ma il fatto che i cittadini che fanno i giornalisti, i registi o i narratori non rinuncino. Se rinunciano allora giochiamo un’altra partita. Lo dobbiamo sapere”.

Sono parole di Daniele Vicari, regista del film Diaz. Insieme al giornalista Calo Bonini e al regista di Acab Stafano Sollima era al Festival del giornalismo di Perugia. Penso al coraggio che serve per raccontare e a quanto sia più facile lasciare tutto in un cassetto. Penso a quanto sia importante aprirli questi cassetti, e scrivere, parlare, filmare, raccontare. Fregandosene dei no. Perché poi un sì arriva sempre. Questa, appunto, è un’altra partita.

Per vedere l’intervista, il link al sito del festival.

Perugia, una città un po’ di tutti

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Perugia è bella, pietre bianchissime, vicoli stretti, mattoni. È viva, piena di gente. Attraversata da scale mobili, vista sospesa sulle colline. Il Festival internazionale del giornalismo si adagia nel suo centro storico in modo naturale. Non ci si sente mai ospiti, si arriva a sentire questa città un po’ di tutti. Considerazioni a margine. Il Festival è un’occasione. Bisognerebbe esserci sempre. Perché ti confronti, pensi, guardi quello che fanno altri, parli di quello che fai tu. Capisci cosa puoi sperimentare, cosa invece proprio non si può fare. Idee tante, chiacchiere ancora di più e qualche esempio concreto. Ma anche parlare parlare parlare a volte fa bene. Ci sono i grandi nomi e quelli meno conosciuti, volti che solitamente conosci dietro un tweet e chi si affaccia a un mondo che ha decine di declinazioni. C’è sempre la curiosità. Quella non manca a nessuno.


I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Paul Auster, un po' di Pamuk, Erri De Luca

ULTIME LETTURE

Un uso qualunque di te (Sara Rattaro)

Twitter factor (Augusto Valeriani)

La vita è altrove (Milan Kundera)

1Q84 (Haruki Murakami)

Zita (Enrico Deaglio)

L'animale morente (Philip Roth)

Così è la vita (Concita de Gregorio)

I pesci non chiudono gli occhi (Erri De Luca)

Cattedrale (Raymond Carver)

Lamento di Portonoy (Philip Roth)

Libertà (Jonathan Franzen)

Il dio del massacro (Yasmina Reza)

L'uomo che cade (Don De Lillo)

Il condominio (James G. Ballard)

Sunset limited (Cormac McCarthy)

I racconti della maturità (Anton Cechov)

Basket & Zen (Phil Jackson)

Il professore di desiderio (Philip Roth)

Uomo nel buio (Paul Auster)

Indignazione (Philip Roth)

Inganno (Philip Roth)

Il buio fuori (Cormac McCarthy)

Alveare (Giuseppe Catozzella)

Il Giusto (Helene Uri)

Raccontami una storia speciale (Chitra Banerjee Divakaruni)

Cielo di sabbia (Joe R. Lansdale)

La stella di Ratner (Don DeLillo)

3096 giorni (Natascha Kampusch)

Giuliano Ravizza, dentro una vita (Roberto Alessi)

Boy (Takeshi Kitano)

La nuova vita (Orhan Pamuk)

L'arte di ascoltare i battiti del cuore (Jan-Philipp Sendker)

Il teatro di Sabbath (Philip Roth)

Sulla sedia sbagliata (Sara Rattaro)

Istanbul (Orhan Pamuk)

Fra-Intendimenti (Kaha Mohamed Aden)

Indignatevi! (Stéphane Hessel)

Il malinteso (Irène Némirovsky)

Nomi, cognomi e infami (Giulio Cavalli)

Tangenziali (Gianni Biondillo e Michele Monina)

L’Italia in seconda classe (Paolo Rumiz)

ULTIME VISIONI

Be kind rewind (Michel Gondry, 2007)

Kids return (Takeshi Kitano, 1996)

Home (Ursula Meier, 2009)

Yesterday once more (Johnnie To, 2007)

Stil life (Jia Zhang-Ke, 2006)

Cocaina (Roberto Burchielli e Mauro Parissone, 2007)

Alla luce del sole (Roberto Faenza, 2005)

Come Dio comanda (Gabriele Salvatores, 2008)

Genova, un luogo per dimenticare (Michael Winterbottom, 2010)

Miral (ulian Schnabel, 2010)

Silvio forever (Roberto Faenza, 2011)

Election (Johnnie To, 2005)

Oasis (Lee Chang-dong, 2002)

Addio mia concubina(Chen Kaige, 1993)

La nostra vita (Daniele Luchetti, 2010)

Departures (Yojiro Takita, 2008)

La pecora nera (Ascanio Celestini, 2010)

Flags of our fathers (Clint Eastwood, 2006)

L'uomo che fissa le capre (Grant Heslov, 2009)

Buongiorno Notte (Marco Bellocchio, 2003)

Vallanzasca - Gli angeli del male (Michele Placido, 2010)

Paz! (Renato De Maria, 2001)

Stato di paura (Roberto Burchielli, 2007)

Gorbaciof (Stefano Incerti, 2010)

L'esplosivo piano di Bazil (Jean-Pierre Jeunet, 2008)

Confessions (Tetsuya Nakashima, 2010)

127 ore (Danny Boyle, 2010)

Qualunquemente (Giulio Manfredonia, 2011)

American life (Sam Mendes, 2009)

Look both ways (Sarah Watt, 2005)
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