Archivio per settembre 2009

La vecchia fattoria

Nella vecchia fattoria del giornalismo ci sono parole sconosciute, mai sentite, eppure da sapere. Così per curiosità le condivido.

moscone1Il moscone, non è una grossa mosca fastidiosa che ci ronza nelle orecchie, ma una breve notizia pubblicata a pagamento per segnalare un matrimonio, una nascita o persino la prima comunione.

coccodrilloIl coccodrillo non potrà mai sbranare nessuno con i suoi denti aguzzi. E’  solo la biografia di un personaggio piuttosto conosciuto, già scritta e pronta in archivio in caso di morte improvvisa.

pesce_rossoIl pesce rosso gira senza sosta nella sua boccia di vetro, quello di lago nuota lontano dai pescatori riuniti in circolo a riva, quello di mare si colora di giallo, arancio e azzurro. Il pesce-giornalista è un errore nella composizione di un testo, magari alcune parole che spariscono dal pezzo o una frase saltata per sbaglio.

civettaI racconti popolari non danno speranze alla civetta: sono animali notturni che portano sfortuna. Ma non c’è bisogno di tenere le dita incrociate nella speranza di non incontrarne. La civetta è tecnicamente la locandina esposta fuori dalle edicole, ma indica anche, in prima pagina, un servizio che il lettore troverà all’interno del giornale.

cavalloNitrisce, ha il mantello di diversi colori, trecce e nastri a decorare la criniera, l’aspetto fiero e maestoso. Ecco, il cavallo non è niente di tutto ciò. E’ “semplicemente” il confidente personale di un cronista. E’ c’è anche il cavallo di ritorno… che non partecipa a gare, non ti porta indietro il bastoncino se glielo lanci lontano. E’ una notizia ripubblicata dopo essere già uscita.

bufalaE ovviamente la bufala non ci darà mai il suo latte per deliziose mozzarelle. E’ una notizia tremendamente falsa.

 

 

serpente-di-mareIl serpente di mare è velenoso, entra ed esce dall’acqua. Animale raro, legato a molte leggende. Ah, è una notizia clamorosa, ma falsa.

 

 

vacca-sacra+E poi c’è la vacca sacra. Circola in India liberamente per le strade delle città, nessuno osa toccarla, le affida speranze e preghiere. Dalle nostre parti passa di mano in mano, è costretta a sopportare segni rossi, scritti a penna. Ha gli occhi puntati addosso. E’ la prima copia del giornale stampata per segnare le correzioni da inserire nelle edizioni successive.

giraffaNon vorrei dimentare la giraffa. Il collo lungo per arrivare a mangiare le foglie più alte e lontane degli alberi. Ma è anche la gru a cui è attaccato il microfono che viene usata in televisione.

cicalaEsopo racconta che mentre la formica piano piano portava nella tana piccoli e grandi pezzi di cibo per l’inverno, la cicala si preparava al freddo e alla neve oziando tutto il giorno, cantando e passeggiando. Poi è diventata un piccolo microfono che si sistema sull’abito dell’ospite televisivo.

Appunti sparsi

scrittaNessuno può sognare per te.

Lisbona sembra dare a chi ha voglia di scoprirli scorci in cui sedersi a pensare. Ci sono finestre su cui è possibile arrampicarsi e osservare i tetti, piccole stradine che salgono e poi scendono, ripide e strette. Ci sono finestre colorate che danno speranza, alcune semplici, altre decorate fino al kitsch. Porte minuscole, impossibile entrarci, eppure sono la porta di ingresso di piccole case.

E’ una città che accoglie, che sopporta i gruppi di turisti, i commenti stupidi. La gente è pronta ad aiutarti, ti soccorre in una lingua qualsiasi al tuo solo accennare una parola di portorghese, timido sforzo per non dover sempre pesare sulla bontà altrui. Così ti trovi al cafè Brasileira, a sorseggiare un cafè expreso e il cameriere si ferma a sfogliare il tuo giornale, ti chiede se può dare un’occhiata anche il vicino. In portoghese, poi a gesti. Il punto è che non importa.

Dopo pochi giorni sembra di essere qui da sempre. La mappa della città non serve più. Ricordi le strade, i passaggi, l’ascensore che accorcia il tragitto, l’elevador che poi è una funicolare, ancora in legno, profuma di tradizione. Un omino con la polo beige ti apre lo sportello per salire, poi lo chiude prima di partire. Butta in discesa questa scatola gialla, che attraversa le case e si affaccia sulla vita degli altri. Poi arrivati in fondo, ti chiede il biglietto, tira fuori la chiave, apre il cancello e ti lascia uscire. Fuori il porto. Questa è la vita dell’ascensor della Bica, che si ripete ogni giorno.

Abbiamo attraversato Porto e Lisbona, ma anche piccole realtà, sulla costa, all’interno, paesini minuscoli e località di mare. Monasteri, castelli, mondi di fiabe. Eppure i volti della gente sono gli stessi. E’ gente che porta i segni della fatica. Un po’ meno a Lisbona, tanto invece a Porto. Tutto è fermo ad almeno trent’anni fa, lo vedi dagli abiti delle persone e dai banconi dei bar. Dalla voglia di mantenere intatte persino le scatole dei prodotti alimentari, che così sembrano uscite da vecchie pubblicità. Il caffè costa ancora 55 centesimi. E i modi sono quelli di una volta, con il proprietario del bar che ti sistema il tavolo per vedere meglio il mercato, o che ti offre da bere per brindare alle tue ferie, come ci è successo a Nazaré, o che ti prepara il Porto Tonic al tavolo e ti chiede se va bene.

C’è sempre gente in giro. I più giovani animano il Bairro Alto, ma tutto intorno è un continuo passaggio di persone, da un locale all’altro, ma anche solo in strada, l’aria fresca, il pavimento bianco luccicante.

Non riesci a sentirti estraneo. Forse anche per la dimensione casalinga che l’Ostello dei Poeti ha dato a questa vacanza. La cucina in comune, un enorme salone con pouf colorati e cuscini sui tappeti. Il parquet in legno chiaro e le stanze da condividere con altri viaggiatori. Abbiamo incontrato tanti ragazzi che viaggiano da soli. Alcuni lontani dall’apprezzare l’essere in continuo movimento, altri meticolosi nella missione per conoscere più persone possibili. Ma comunque soli, zaino in spalla.

Scrivo a gambe incrociate su un pouf nero. Accanto a me Betty (pouf arancione) aggiorna le fotografie. Ho alle spalle un ragazzo indiano e una coppia di spagnoli, parlano in inglese, argomento Lisbona e altri viaggi. Girano per il salone altre ragazze, ci sono russi, francesi. Qui tra di noi, per fortuna, nessun italiano. Fuori, per strada, ne abbiamo incontrati troppi. La luce è soffusa, un’amaca è appesa all’angolo con la finestra. Se ti affacci vedi i tetti, e sotto, le tende gialle dei bar, l’uscita della metropolitana Chiado/Baixa, il pavimento di quadratini lucidi e scivolosi, la fermata del tram numero 28. La sera c’è sempre qualcuno che suona, per tirare su qualche soldo. Ecco, in tanti qui sembrano arrangiarsi. Poche ore fa, ad un incrocio un ragazzo si è messo a dirigere il traffico con un giornale, e a dirottare le auto verso i parcheggi liberi. E con qualche mancia di chi ha trovato più facilmente il parcheggio se ne è andato più sereno. La gente si arrangia, con i turisti, con gli avanzi dei mille ristoranti. Però sorride.

Terminado

l3Parola del giorno: terminado, finito.

Venerdì abbiamo aspettato il tram numero 28. E’ ancora in legno, giallo fuori, sale per stradine strette per poi buttarsi giù in discesa. Nel prenderlo bisogna fare attenzione alla fermata di arrivo (scritta come da ogni parte accanto al numero), ma ovviamente io e Betty non ci abbiamo nemmeno pensato. Così per due volte, prima di capirlo, ci siamo trovate a dover scendere, per poi magari risalire un metro più avanti. “Terminado”, è quello che diceva l’autista. Ci siamo ritrovate quasi per caso all’Alfama. La cattedrale, il castello, ma soprattutto un labirinto di stradine. Le facciate bianche, spesso rosa confetto, e poi le porte colorate, i fiori ai balconi, e ancora i segni della festa di Sant’Antonio, patrono del quartiere che molti vorrebbero dell’intera città, spodestando così San Vincenzo. Giornata di lunghe camminate quella di venerdì.

alfamaL’altro labirinto di Lisbona è il Bairro Alto. Le strade si incrociano, in rigorose salite, ogni porta nasconde un bar o un ristorante, negozi curiosi, dal vintage ai marchi più noti, tutto sembra destinato a cambiare da un momento all’altro. Non ci sono antiche botteghe come in altri quartieri. I muri sono ricoperti da scritte, manifesti, pubblicità. Tutto scorre veloce, come l’acqua insaponata con cui i camerieri lavano la strada davanti al proprio locale.

In equilibrio sul puré di piselli

pureSintra a 28 chilometri da Lisbona viene descritta come una cittadina incantata. E anche in questo caso bisogna dare ragione alla Routard. I palazzi hanno le facciate color confetto, le strade si arrampicano su per la collina, fino alla Quinta de Regaleria. Un castello con un enorme giardino. Una volta pagato il biglietto di ingresso si può girare per ogni angolo, perdersi nei viali, tra le statue e gli alberi. Come in un castello fatato ci sono sottopassaggi nascosti, grotte lasciate al buio ma aperte dove ogni passo costa la paura di cadere nel vuoto. E poi il Pozzo degli iniziati, profondo 27 metri. La reggia è piena di simboli massonici, da invisibili croci a mosaico ai disegni dei giardini. Da una delle grotte si spunta su uno stagno, una distesa verde e immobile, purè di piselli. Come in una gara tra cavalieri, la prova consiste nell’attraversarlo, appoggiando i piedi su pietre piatte, senza cadere nell’acqua.

Amarelo

Parola del giorno: amarelo, giallo.

ikeaQuello del sacchetto IKEA. Io e Betty stavamo andando a Sintra, quando poco fuori Lisbona ci è apparsa la scritta gialla e blu. Così al ritorno non abbiamo resistitio alla tentazione e ora siamo in possesso del nuovo catalogo 2010… in portoghese!

Mada complicada

fatima3Mercoledì, giorno di spostamenti.

Parola del giorno: mada complicada, molto complicato.

Complicato trovare il giusto percorso da seguire per evitare l’autostrada e concederci un viaggio più lento ma con persone e luoghi da vedere. Ci siamo fermate a Fatima. Complicato. Da un lato la fede. Dall’altro il resto del mondo, nel suo muoversi continuo attorno al dio Denaro. Ci sono persone che attraversano la lunga piazza verso il santuario in ginocchio. Ci sono i negozietti, tutti numerati, che sotto i portici vendono santini e rosari, dal legno alla plastica colorata, con il volto della Madonna o quello di Hello Kitty. Ci sono i ceri. Non solo candele, piccole o altissime. Ci sono i ceri a forma di testa, braccio, gamba. Piccoli ceri con il volto e il corpo di bambini, poi organi, cuore, polmoni, un seno. Per aver ricevuto la grazia, per chiederla, o per rispettare un voto, i malati e i malati guariti comprano un cero che ricorda la loro malattina e lo buttano in un grosso forno, dove la cera cola lenta, tutta insieme, senza distinzione di corpi e persone. Complicato.

E poi complicato non perdere la strada. Invece di seguire la direzione “centro” per entrare a Lisbona, abbianmoimboccato – su m io suggerimento – il ponte Vasco De Gama, sedici chilometri sospesi sopra il fiume Tejo. Così, perché le cose facili non ci piacciono.

Coimbra, Republicas

coimbraCoimbra città universitaria. Fatta di piccole stradine e di enormi palazzi. Il bianco prevale. Niente di più. Per trovare dettagli bisogna entrare nel dedalo del centro storico, infila travessa da Matematica. Qui si trovano una dietro l’altra le republicas. Sono case di studenti che vivono in spazi comuni, piuttosto schierati politicamente, decorano le finestre e i balconi con manichini impiccati che indossano il tradizionale mantello nero degli universitari, e poi scarponi, tastiere del computer e oggetti vari. Siamo entrate a curiosare dentro la facoltà di Psicologia. Dentro ampi cortili decorati con azulejos, tavolini per studiare sia al centro del cortile sia lungo il colonnato.


I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Paul Auster, un po' di Pamuk, Erri De Luca

ULTIME LETTURE

Un uso qualunque di te (Sara Rattaro)

Twitter factor (Augusto Valeriani)

La vita è altrove (Milan Kundera)

1Q84 (Haruki Murakami)

Zita (Enrico Deaglio)

L'animale morente (Philip Roth)

Così è la vita (Concita de Gregorio)

I pesci non chiudono gli occhi (Erri De Luca)

Cattedrale (Raymond Carver)

Lamento di Portonoy (Philip Roth)

Libertà (Jonathan Franzen)

Il dio del massacro (Yasmina Reza)

L'uomo che cade (Don De Lillo)

Il condominio (James G. Ballard)

Sunset limited (Cormac McCarthy)

I racconti della maturità (Anton Cechov)

Basket & Zen (Phil Jackson)

Il professore di desiderio (Philip Roth)

Uomo nel buio (Paul Auster)

Indignazione (Philip Roth)

Inganno (Philip Roth)

Il buio fuori (Cormac McCarthy)

Alveare (Giuseppe Catozzella)

Il Giusto (Helene Uri)

Raccontami una storia speciale (Chitra Banerjee Divakaruni)

Cielo di sabbia (Joe R. Lansdale)

La stella di Ratner (Don DeLillo)

3096 giorni (Natascha Kampusch)

Giuliano Ravizza, dentro una vita (Roberto Alessi)

Boy (Takeshi Kitano)

La nuova vita (Orhan Pamuk)

L'arte di ascoltare i battiti del cuore (Jan-Philipp Sendker)

Il teatro di Sabbath (Philip Roth)

Sulla sedia sbagliata (Sara Rattaro)

Istanbul (Orhan Pamuk)

Fra-Intendimenti (Kaha Mohamed Aden)

Indignatevi! (Stéphane Hessel)

Il malinteso (Irène Némirovsky)

Nomi, cognomi e infami (Giulio Cavalli)

Tangenziali (Gianni Biondillo e Michele Monina)

L’Italia in seconda classe (Paolo Rumiz)

ULTIME VISIONI

Be kind rewind (Michel Gondry, 2007)

Kids return (Takeshi Kitano, 1996)

Home (Ursula Meier, 2009)

Yesterday once more (Johnnie To, 2007)

Stil life (Jia Zhang-Ke, 2006)

Cocaina (Roberto Burchielli e Mauro Parissone, 2007)

Alla luce del sole (Roberto Faenza, 2005)

Come Dio comanda (Gabriele Salvatores, 2008)

Genova, un luogo per dimenticare (Michael Winterbottom, 2010)

Miral (ulian Schnabel, 2010)

Silvio forever (Roberto Faenza, 2011)

Election (Johnnie To, 2005)

Oasis (Lee Chang-dong, 2002)

Addio mia concubina(Chen Kaige, 1993)

La nostra vita (Daniele Luchetti, 2010)

Departures (Yojiro Takita, 2008)

La pecora nera (Ascanio Celestini, 2010)

Flags of our fathers (Clint Eastwood, 2006)

L'uomo che fissa le capre (Grant Heslov, 2009)

Buongiorno Notte (Marco Bellocchio, 2003)

Vallanzasca - Gli angeli del male (Michele Placido, 2010)

Paz! (Renato De Maria, 2001)

Stato di paura (Roberto Burchielli, 2007)

Gorbaciof (Stefano Incerti, 2010)

L'esplosivo piano di Bazil (Jean-Pierre Jeunet, 2008)

Confessions (Tetsuya Nakashima, 2010)

127 ore (Danny Boyle, 2010)

Qualunquemente (Giulio Manfredonia, 2011)

American life (Sam Mendes, 2009)

Look both ways (Sarah Watt, 2005)
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