Archive for the 'incontri' Category

Autocensura e libertà

20120430-172552.jpg
“Lo spazio della nostra libertà significa prenderla e viverla. Siamo in una società che si sente assalita, in guerra. Accetta di essere sotto controllo e di rinunciare a delle libertà fondamentali. Lo accetta. In una società così, il nostro nemico peggiore, per noi che facciamo questo mestiere e raccontiamo storie, è l’autocensura. Che ha un corrispettivo nelle direzioni dei giornali, nelle produzioni cinematografiche, nelle distribuzioni, ti arrivano messaggi chiari, per cui ti dicono “a me questo non interessa, è inutile che me lo porti”. Allora tu scrivi una prima volta l’articolo e ti dicono no, e non lo pubblicano. Poi lo scrivi una seconda volta, e alla terza non lo scrivi più, non glielo porti proprio. Questa cosa si chiama autocensura. Smetti di combattere per le cose in cui credi e quello che fa veramente la differenza tra una democrazia e una cosa che non è democrazia è questo. Non è il fatto che siano scritte delle regole, ma il fatto che i cittadini che fanno i giornalisti, i registi o i narratori non rinuncino. Se rinunciano allora giochiamo un’altra partita. Lo dobbiamo sapere”.

Sono parole di Daniele Vicari, regista del film Diaz. Insieme al giornalista Calo Bonini e al regista di Acab Stafano Sollima era al Festival del giornalismo di Perugia. Penso al coraggio che serve per raccontare e a quanto sia più facile lasciare tutto in un cassetto. Penso a quanto sia importante aprirli questi cassetti, e scrivere, parlare, filmare, raccontare. Fregandosene dei no. Perché poi un sì arriva sempre. Questa, appunto, è un’altra partita.

Per vedere l’intervista, il link al sito del festival.

Normandia-Bretagna/2. Facce

Cammini, ti guardi attorno. Quello che vedi dipende dalla concentrazione, dai pensieri del momento. Mi piace guardare le facce, i volti della gente che come  me cammina, si guarda attorno. A Giverny una coppia di orientali è seduta su una panchina davanti alla casa di Monet, immersa nel verde e nei colori dei suoi fiori. Rubo uno scatto, la foto è mossa, ma mentre sono lì a guardare quella donna ben vestita e l’uomo in grigio penso alla panchina di Dolls (Takeshi Kitano) lui e lei che si aspettano una vita.

All’estero la sensazione è che sia tutto più semplice, meno nervoso. In spiaggia ad Etretat un bimbo si avvicina all’acqua vestito, con le scarpette da ginnastica ai piedi. Prima scappa, poi fa un passo, poi i piedi finiscono immersi nel mare. I genitori sorridono, niente strilli, reazione più italiana. Forse parlo per luoghi comuni, a capofitto in stereotipi da due soldi. Ma penso alle facce. Nell’anziano che chiede l’elemosina a Dinan, nell’uomo dalla barba bianca che tiene sulla mano un gabbiano a Saint Malo, nel ragazzo che parla da solo seduto su un muretto di Concarneau con piume di uccello appuntate a raggera sui capelli, nel sorriso di Mireille mentre prepara la colazione all’hotel San Pedro, nella fatica di Jean Pierre e Jacqueline che hanno costruito con le loro mani lo splendido giardino e la casetta ad Alençon. In tutte queste facce vedo la capacità di prendere un respiro e affrontare le giornate, la vita, senza sprecare parole inutili. Forse è solo la malinconia da ritorno.

Ben tornati in Italia

Scena 1

Lei si alza per prima, apre lo sportello che sopra le teste dei passeggeri raccoglie i bagagli a mano. Inizia a tirare fuori una borsa, poi due, poi un sacchetto bianco con un grosso peluche di Hello Kitty. Lui è nel corridoio tra le poltrone dell’aereo, volo Vienna-Milano Malpensa. Lei ha un culone, corpo robusto fasciato da un abito nero a fiori, i capelli biondissimi corti. Lui ha un panzone, i bottoni della camicia tesi. “Prima non te l’ho dato, ma se fai scene con le valigie ti tiro uno schiaffo”, lui usa un tono minaccioso. Lei borbotta. Credo sia russa, forse ucraina, anzi più ucraina che russa. Sono a un passo dal litigare, poi lui le mette una mano sul culo, poi le solleva leggermente il vestito e la mano gliela infila sotto. Qualche istante di quella che è la firma della tregua poi si può continuare a tirar fuori bagagli e sacchetti.

Scena 2

“Giuseeeeeppe”. Urla lei nel corridoio volante mentre si cammina verso l’aeroporto. “Sono troppo pesanti, io le lascio qui”. Lui, Giuseppe, poco più avanti elenca una serie di santi, non dimentica la madonna e poi torna indietro.

Ben tornati in Italia.

Se i giocattoli non vanno bene per i figli unici

Scatole colorate con piccoli esperimenti per imparare il mondo, giochi dal sapore antico, tecnologia in miniatura, gli animali della fattoria e quelli della savana. Giro tra gli scaffali di un negozio di gioccatoli particolare, la Città del sole. Una mamma e il suo bambino stanno scegliendo alcuni giochi da regalare a dei compagni di classe. Immagino l’invito ad una festa di compleanno e la voglia di comprare qualcosa che non sia il solito giocattolo usa e getta. Prendono le scatole, le girano e leggono le regole. Una scatola rossa deve avere spiegazioni troppo misteriose, così chiedono aiuto al personale della Città del sole. Il ragazzo legge con attenzione e spiega che è una specie di gioco dell’oca, forse un po’ più avventuroso. “Be’ è carino”, dice la mamma. Ma il bimbo la tira per la giacca, deve dirle una cosa, ma non può farsi sentire dal negoziante. Così il naso all’insu verso il viso della sua mamma le sussurra che non si può. “Quel gioco non va bene, perché lui è figlio unico, come fa a giocarci”? La mamma e il negoziante restano qualche secondo in silenzio. Poi decidono di dar retta al consiglio del piccolo. La mamma prova a lanciare un’obiezione (“potrebbe giocare con i suoi genitori”, dice con un leggero disappunto per non essere stata presa in considerazione come categoria di possibili giocatori). Ma non serve, impossibile ribattere alle parole di quel bambino.

Ho conosciuto Melina Riccio

Ho conosciuto Melina. Piazza De Ferrari, Genova. L’ha vista prima mio fratello, seduta sui gradini del teatro Carlo Felice. I capelli grigi cortissimi, fiori a decorarle la testa, un abito giallo, un mantello scuro, con cucito il suo nome chiuso in un cuore: Melina Riccio. Genova è piena dei suoi messaggi. Li trovi dipinti di rosa sul cemento della sopraelevata, pennarello nero sui cartelli della stazione. A Pasqua gli alberelli di alloro del teatro erano coperti dalle sue tele. Tulle chiaro cucito su sacchetti della spazzatura, cuori dorati sul cartoncino rosso. Mi sono avvicinata, le ho chiesto di spiegarmi. Mi ha messo tra le mani un cuore di carta e ha iniziato il suo racconto. Parla in rima Melina. Non puoi trovare senso in tutto quello che dice, ma resti incantato. Il “domani” significa fare le cose “con le mani”. Non basta imparare una ricetta per sapere fare una torta. La dimentichi subito, anche se leggi con attenzione ogni passaggio. Devi provare a farla la torta, solo così ti rimarrà impressa la ricetta. Melina dice che passiamo troppo tempo concentrati sulla carta, sulle parole. Mentre mi parla ritaglia un pezzo di carta bianca a forma di stella. “E’ il nostro corpo”, mi dice. Piega su se stesse le gambe, poi le braccia e la testa. E’ quello che ci succede, ci chiudiamo in noi stessi, troppo concentrati a imparare nozioni. Non siamo più capaci di guardare il sole, di svegliarci al mattino e apprezzare quello che ci circonda. Secondo Melina dobbiamo essere creativi, rispettare l’ambiente, non creare rifiuti, non sprecare carta, parlare in modo corretto. Non farci cancellare dalla croce della chiesa e delle istuzioni, diventare autosufficienti, capaci di cavarcela da soli, senza dimenticarci degli altri. Avrei voluto registrare ogni singola parola, non riesco a ricordare nemmeno una rima. Faceva la sarta Melina, cucire era il suo lavoro. E’ nata ad Ariano Irpino, 23mila abitanti, provincia di Avellino. Sposata con tre figli. Ha vissuto a Milano, Varese, Genova. Un giorno, mi racconta, ha sentito che doveva fare qualcosa, chiamata da dio a diffondere un messaggio di amore, di pace. Ha lasciato tutto. Sapeva che i suoi figli avevano bisogno di lei. “Ma lasciandoli potevo salvare il futuro di tanti giovani”. Ti chiede cos’è l’anima. Cos’è l’anima? Aria, essenza.

Arrivederci, buona domenica

Non ho molto nel carrello. Gli ingredienti per fare una torta salata, il cous cous, due lattine di coca cola, una caffettiera piccola, comprata per la casa nuova. E l’ultimo numero di Dyland Dog. La signora davanti a me mi chiede se voglio passare avanti. No, non serve, non ho fretta. E’ vero, è domenica, mi dice, e dobbiamo tutti prenderci del tempo, stare tranquilli. Sorrido. Ha ragione. Prima di uscire di casa ho finito di vedere l’intervista a Vasco Rossi, alla Storia siamo noi. Non un mio mito, Vasco Rossi. Però mi sono trovata a commuovermi, forse per questi eccessi di sensibilità che adesso più di prima fatico a controllare. “Se rispetto la vita? Certo, perbacco… ma solo se rispetta me”. Ecco, penso a queste parole, ripetute al telefono tra gli scaffali del supermercato a una voce che mi scalda, quando la signora mi riporta alla realtà della coda alla cassa. “Non sei  di qui, vero?”. In effetti no, lei Genova la ricorda solo perché ci prendeva il traghetto per la Sardegna. Anche lei non è pavese. Ma a Pavia vive dal 1954. Da 4-5 anni non torna a casa, ma quest’anno sì, partirà da Genova, per raggiungere le montagne tra Sassari e Nuoro. Mi mostra due foto nel portafoglio. La prima è di sua madre, una foto in bianco nero, con il tipico vestito sardo – mi spiega – un foulard a coprire i capelli. E’ morta a 28 anni, lasciando quattro figli. Era il 1941. La seconda foto è di una sua nipote. Anche lei morta giovanissima. Mi dice che non importa dove viviamo, basta stare bene, anche se il posto che abbiamo lasciato sembra a tutti gli altri migliore. Sistemo le mie cose sul rullo. Lei paga. Io preparo la tessera per la raccolta punti. Sistemo gli occhiali appesi alla maglietta. Arrivederci, buona domenica.

Incrociando la Blat Family Tribu

Scendo dal treno. Ha piovuto, ma non piove più. Quando arrivo a Genova e non trovo subito il sole mi infastidisco, come se mi portassi dietro un filo di grigiore, contagioso. Sono quasi le cinque del pomeriggio, attraverso la stazione, vado verso la metropolitana. Alzo lo sguardo e vedo che tra le nuvole ancora scure si apre uno spiraglio. Sorrido. Mentre scendo i gradini, tenendo stretto in mano il biglietto del metro, vedo questo furgone (vedi foto) stracarico e sporco. Ha tende scure ai finestrini, è una specie di camper. Dentro non c’è nessuno, dietro una piccola Vespa rosa. Sorrido. Vedo una scritta: Blat Family Tribu. Scatto una foto e passo oltre. Però sono curiosa e trovo soddisfazione grazie a Google. Scopro che BLAT sta per Brice, Lou, Aude e Teo, rispettivamente papà, bimba di 1 anno, mamma e bimbo di 8 anni. Sono in viaggio, stanno attraversando l’Europa diretti in Mongolia, tappa obbligata del loro percorso la Russia. Sono partiti il 10 marzo 2010 e hanno fissato la data del ritorno ad Antibes: 31 gennaio 2011. Manca poco insomma. Sul loro sito tengono un diario di viaggio (http://www.wix.com/divinoria/blat-family-tribu), spiegano come fanno studiare il piccolo Teo per non fargli perdere la scuola e raccolgono i commenti di chi li incontra e li incrocia. Da dieci mesi la loro casa è un furgone, la Francia sempre più distante, e ora quando al rientro manca davvero poco Genova segna una delle ultime tappe.


I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Paul Auster, un po' di Pamuk, Erri De Luca

ULTIME LETTURE

Un uso qualunque di te (Sara Rattaro)

Twitter factor (Augusto Valeriani)

La vita è altrove (Milan Kundera)

1Q84 (Haruki Murakami)

Zita (Enrico Deaglio)

L'animale morente (Philip Roth)

Così è la vita (Concita de Gregorio)

I pesci non chiudono gli occhi (Erri De Luca)

Cattedrale (Raymond Carver)

Lamento di Portonoy (Philip Roth)

Libertà (Jonathan Franzen)

Il dio del massacro (Yasmina Reza)

L'uomo che cade (Don De Lillo)

Il condominio (James G. Ballard)

Sunset limited (Cormac McCarthy)

I racconti della maturità (Anton Cechov)

Basket & Zen (Phil Jackson)

Il professore di desiderio (Philip Roth)

Uomo nel buio (Paul Auster)

Indignazione (Philip Roth)

Inganno (Philip Roth)

Il buio fuori (Cormac McCarthy)

Alveare (Giuseppe Catozzella)

Il Giusto (Helene Uri)

Raccontami una storia speciale (Chitra Banerjee Divakaruni)

Cielo di sabbia (Joe R. Lansdale)

La stella di Ratner (Don DeLillo)

3096 giorni (Natascha Kampusch)

Giuliano Ravizza, dentro una vita (Roberto Alessi)

Boy (Takeshi Kitano)

La nuova vita (Orhan Pamuk)

L'arte di ascoltare i battiti del cuore (Jan-Philipp Sendker)

Il teatro di Sabbath (Philip Roth)

Sulla sedia sbagliata (Sara Rattaro)

Istanbul (Orhan Pamuk)

Fra-Intendimenti (Kaha Mohamed Aden)

Indignatevi! (Stéphane Hessel)

Il malinteso (Irène Némirovsky)

Nomi, cognomi e infami (Giulio Cavalli)

Tangenziali (Gianni Biondillo e Michele Monina)

L’Italia in seconda classe (Paolo Rumiz)

ULTIME VISIONI

Be kind rewind (Michel Gondry, 2007)

Kids return (Takeshi Kitano, 1996)

Home (Ursula Meier, 2009)

Yesterday once more (Johnnie To, 2007)

Stil life (Jia Zhang-Ke, 2006)

Cocaina (Roberto Burchielli e Mauro Parissone, 2007)

Alla luce del sole (Roberto Faenza, 2005)

Come Dio comanda (Gabriele Salvatores, 2008)

Genova, un luogo per dimenticare (Michael Winterbottom, 2010)

Miral (ulian Schnabel, 2010)

Silvio forever (Roberto Faenza, 2011)

Election (Johnnie To, 2005)

Oasis (Lee Chang-dong, 2002)

Addio mia concubina(Chen Kaige, 1993)

La nostra vita (Daniele Luchetti, 2010)

Departures (Yojiro Takita, 2008)

La pecora nera (Ascanio Celestini, 2010)

Flags of our fathers (Clint Eastwood, 2006)

L'uomo che fissa le capre (Grant Heslov, 2009)

Buongiorno Notte (Marco Bellocchio, 2003)

Vallanzasca - Gli angeli del male (Michele Placido, 2010)

Paz! (Renato De Maria, 2001)

Stato di paura (Roberto Burchielli, 2007)

Gorbaciof (Stefano Incerti, 2010)

L'esplosivo piano di Bazil (Jean-Pierre Jeunet, 2008)

Confessions (Tetsuya Nakashima, 2010)

127 ore (Danny Boyle, 2010)

Qualunquemente (Giulio Manfredonia, 2011)

American life (Sam Mendes, 2009)

Look both ways (Sarah Watt, 2005)
agosto: 2017
L M M G V S D
« Ago    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

In un tweet