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Dove c’era un cinema oggi c’è…

Storie di cinema che smettono di essere cinema. Che smettono di accogliere gente, di incantare, che smettono di essere una tela bianca su cui proiettare immagini. Guardo il Kursaal sventrato a Pavia. Si cercano ricordi. La gente si ferma in bicicletta, frena all’improvviso, smette di parlare al cellulare oppure descrive a chi sta dall’altra parte questo vuoto. Di cinema che muoiono e vedono nascere dalla cenere tutt’altro ne ho visti diversi anche a Genova. A Pavia faranno appartamenti di lusso dove c’erano poltroncine e tendoni. A Genova negozi. In via xx settembre al posto di una grossa sala avevano aperto un enorme Benetton. Ora, in quello stesso spazio, ci sono le vetrine di H&M. Più in basso, sempre in via xx settembre il cinema Orfeo ha lasciato il posto – ancora una volta – a Benetton. Non è questione di vecchi cinema VS multisala. A Genova resistono gloriose piccole sale nascoste nei vicoli. Ed è chiuso, con poca chiarezza sul futuro, il Cineplex, multisala nel porto antico, in piena Expo, zona acquario. E’ la mano degli affari che prevale. In una strada come via xx settembre che taglia il centro da piazza De Ferrari fino alla Foce i cinema non hanno speranze, devono lasciare il posto alle grandi marche. A Pavia l’assenza dei cinema si sente. In questi giorni d’estate le proiezioni all’aperto nel cortile dell’istituto Vittadini registrano sempre il pieno. Tutti film che Pavia non ha mai visto. Le sale “tradizionali” in inverno si spostano verso generi di massa, grandi nomi, attoroni. E il progetto della multisala in piazzale Oberdan è impantanato nella crisi economica. Manca qualcosa.

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Dancer in the dark

Sapere di dover diventare ciechi dev’essere difficile da gestire, forse cerchi di fissare nella memoria il maggior numero possibile di immagini, di volti, di espressioni, per avere una possibilità in più di vedere, anche se solo nei ricordi. Cosa significa diventare ciechi lo racconta Bjork, che insegna cosa significa ballare nel buio, in Dancer in the dark di Lars Von Trier. Ci fa capire cosa comporta non vedere nulla mentre si lavora, mentre si parla, mentre si cammina, mentre si vorrebbe recitare in un musical. Senza pietismi, senza compassione, molto semplicemente e con quel pizzico di pazzia che segna anche la sua voce e il suo modo di cantare. Il musical che vorrebbe poter ancora recitare non è casuale. Si tratta di Tutti insieme appassionatamente, film musicale del 1965 tratto dalla commedia musicale The sound of music. Devo ammettere che il film lo so a memoria, e sentire Bjork che canta “Le cose che piacciono a me” (che in Tutti insieme appassionatamente la protagonista canta durante un temporale), mentre aspetta la condanna a morte, fa uno strano effetto. Come sia spesso stupido dire e suggerire di cercare un pensiero felice per non pensare al peggio, come sia tremendamente fiabesca questa ricerca (in fondo per volare Peter Pan aveva il suo pensiero felice, prima ancora della polvere magica). Eppure, quando è buio, buio soprattutto fuori, ma non dentro, ci sono musiche, parole, suoni, pensieri che salvano. Dancer in the dark riesce a farti rimanere senza fiato, riesce a farti arrabbiare, diventa difficile stare seduti, si vorrebbe poter cambiare il corso della storia, poter intervenire. Bello e poetico, ma attaccato con le unghie a sensazioni reali, a problemi della vita, alla cattiveria di molte persone, alla Storia, quella fatta – spesso – di decisioni incomprensibili.

Il matrimonio di Lorna

Il titolo originale è “Le silence de Lorna”. Il silenzio quindi e non il matrimonio al centro del film. Perché in fondo è vero, ruota tutto intorno ai matrimoni combinati, per garantirsi la cittadinanza in un paese straniero, per garantirla ad altri, perché diventa un modo per guadagnare soldi per costruirsi un futuro, anche se significa fare affari con chi i soldi li sporca. Però prima di tutto questo c’è il silenzio di Lorna, che accetta di sposarsi con un tossicodipendente per avere la cittadinanza belga, che accetta il modo più drastico per ottenere il divorzio, e cioè far uccidere lui. Lei che in silenzio mette via i soldi, che in silenzio sogna di aprire un bar. Fino al punto in cui lei stessa si spaventa di questa mancanza di reazioni, del suo silenzio davanti a tutte queste decisioni. E così parla. Corre. Rompe la catena di accordi. Rimarrà però da sola, in un silenzio obbligato, rotto solo dalla sua stessa voce che parla a un futuro che non c’è.
Ho visto Il matrimonio di Lorna di Jean-Pierre e Luc Dardenne a Genova, al cinema Corallo, una quarantina di persone sui circa 120 posti della sala, al primo spettacolo della domenica pomeriggio, in una Genova che si prepara al Salone Nautico, che inizia a coprirsi per ripararsi dal vento. Un cinema piccolo, che ospita il film in esclusiva per Genova, anche se una prima apparizione l’ha fatta la settimana scorsa al Sivori. Bello vedere tanta gente per un film così. Perché è un film che sai già ti lascerà un senso di fastidio e amaro, una di quelle storie che non lasciano molto spazio alla speranza, e che fanno riflettere perché sono qualcosa più della trama di un film. Sono lì intorno a noi, fuori dal cinema.

Il vento fa il suo giro

Il vento fa il suo giro, perché le cose si ripetono, le tradizioni si ripropongono. Ma poi c’è qualcosa che si unisce al passato portato dal vento, è il rifiuto per gli altri, per chi indietro vorrebbe tornarci davvero, per chi la pensa in modo diverso. Per il Festival dei diritti a Pavia hanno proiettato il film di Giorgio Diritti. Ingresso gratuito. La sala era piena, tutte le poltrone occupate, persino quelle scomodissime della prima fila. Tanti seduti per terra ai lati della sala, con la schiena appoggiata al muro, tanti anche in piedi. Perché questo film ha avuto una vita difficile, dalla produzione alla distribuzione: lo hanno voluto in pochi, poi quando il passaparola si è fatto sentire, il vento è cambiato.
E’ un film che fa dire “è realistico”. Ma detto così non significa niente, se non che i luoghi, le luci, i volti lo fanno sembrare quasi un documentario. Ha senso il realismo del film nella reazione di chi mi stava accanto. Chi conosce la realtà della montagna, le persone, il carattere, chi conosce cosa significa vivere in un paesino piccolo, in una montagna lontana, tra il verde delle valli ha finito il film con le lacrime agli occhi. “Per chi vive in città è un bel film, ma per me è devastante”. Perché la cattiveria delle persone corrisponde a verità, perché quel modo di pensare solo al proprio terreno e di fingere gentilezza per studiare chi si ha di fronte ho capito non essere solo una caricatura del regista. Ecco il realismo. Lo può dimostrare solo chi vive le stesse sensazioni raccontate dagli attori, per tutti gli altri diventa solo il gioco del Piccolo critico cinematografico.

Racconti da Stoccolma

Racconti da Stoccolma - A. Nilsson

Ci sono diversi modi di raccontare le forme che può assumere la violenza nei confronti delle donne e l’abuso in generale. Racconti da Stoccolma la violenza la mostra senza nascondere nulla, senza lasciar immaginare. Fa vedere al punto che con la schiena spingi contro la sedia, perché vorresti sottrarti alle immagini. Il film di Anders Nilsson propone tre storie che poi si intrecciano senza mai sfiorarsi. Sono storie che raccontano di culture diverse, ma con abilità il regista non tralascia di affrontare il tema della violenza domestica, senza rifarsi a religioni diverse, usanze lontane. E’ l’abuso quotidiano di un marito nei confronti della moglie, le botte, l’umiliazione e quell’atteggiamento malato che porta a sfruttare l’amore per giustificare la propria violenza. Con questa storia lo spettatore non può giustificare ciò che vede dicendosi “in fondo da noi questo non può capitare”.

Ci sono alcuni momenti del film particolarmente angoscianti. La scena in cui i familiari di Nina spingono la ragazza a buttarsi tra le auto per togliersi la vita credo sia uno dei punti più difficili da digerire. Non solo per la violenza delle immagini, ma per ciò che esse si portano dietro. Perché è difficile accettare che la propria famiglia preferisca vederti morta piuttosto che accettare un disonore, che poi è la semplice richiesta di normalità di una ragazza. Una normalità che chiede di andare oltre la cultura della famiglia che impone la verginità alle ragazze, che le obbliga a non avere contatti con il mondo esterno e che invece concede tutto agli uomini. Ancora più inaccettabile è che le “matrone” della famiglia non solo accettino ma persino organizzino tutto questo.
Colpisce anche l’uso dei mezzi di comunicazione nel film. Il cellulare soprattutto è spesso i primo piano e diventa strumento per mostrare la violenza, diventa salvezza e libertà negata.
Tra le file di sedie di un cinema all’aperto, tra la gente in silenzio serpeggiava solo la parola “angosciante”. E l’applauso dopo i titoli di coda. Singolare e inusuale per un cinema, anche se all’aperto. Un applauso liberatorio, un gesto di condivisione, per dire che è servito vedere, che è stato giusto far vedere.

Tropa de elite

Tropa de eliteHa il viso duro il capitano Nascimento, un filo di cinismo e un equilibrio che si rompe per la troppa violenza vista e provocata, per la paura di non esserci più, soprattutto davanti a un figlio che sta per nascere. Tropa de elite è duro, violento nell’essere una finestra su una realtà che non lascia molte speranze. Non c’è solo droga, non ci sono solo ragazzini uccisi, c’è anche la corruzione, il denaro, il silenzio pagato. E queste truppe armate, la divisa nera e un teschio come stemma: sono gli squadroni della morte, perché quando viene chiesto il loro intervento l’esito è scontato. Tropa de elite (vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino nel 2007) mostra la realtà delle favelas brasiliane, la gerarchia del potere, la difficoltà dei giovani a capire e ad accettare. Mostra la violenza da entramIl capitano Nascimentobe le parti. Colpisce l’ “occasione” raccontata nel film. Papa Giovanni Paolo II per la visita in Brasile del 1997 doveva alloggiare vicino a una delle favelas più difficili e per non creare problemi di “sicurezza” viene richiesto l’intervento del Bope, i soldati del corpo speciale, per “fare pulizia”. La musica scandisce la violenza. Il sangue, i colpi, le armi, le minacce lasciano che il film sia nervoso e crudo, un documentario narrato. Ma tremendamente reale. Perché ad essere tremenda è semplicemente la realtà. Così come era stato per Bus 174, sempre del regista brasiliano José Padilha: più documentario e meno film, dove la trama era la successione di fatti ripresi in diretta, il sequestro di un auotobus e il suo tragico epilogo.
La violenza però è anche all’interno del corpo speciale. L’addestramento per selezionare il successore del capitano Nascimento lascia senza fiato. E’ crudele e un po’ ricorda alcuni momenti di Full Metal Jacket di Kubrick. Quella forma di violenza che non è solo fisica, ma vuole anche derisione, umiliazione. Serve a formare il carattere e a preparare alla guerra mangiare il proprio vomito? Non lo so, ma vederlo sullo schermo fa uscire dal cinema in silenzio.

La giusta distanza

La giusta distanza - 2007Esiste una giusta distanza? Tra i personaggi del film di Carlo Mazzacurati si intrecciano riflessioni sul posto che ciascuno deve avere rispetto agli altri, in un paesino dove tutti si conoscono e arriva una giovane “esterna” ad attirare l’attenzione. Ci sono sentimenti e c’è il giallo del mistero. Filosofia e amore, poi pregiudizi, giudizi, sempre chiedendosi chi ha infranto la giusta distanza.
Il vecchio giornalista suggerisce al giovane cronista di imparare a stare nel punto giusto: non troppo lontano, ma nemmeno troppo vicino perché si corre il rischio di rimanere impantanati nei sentimenti. Non bisogna provare emozioni dunque, o almeno non farle prevalere. Eppure credo non si possa prescindere da quello che si prova, bisogna saperlo trattenere e usarlo nelle parole, perché chi scrive deve trasmettere emozioni, impressioni, colori, suoni, brividi a chi non può assistere direttamente a un fatto. Non ci sono solo dati, non ci sono solo nomi, dietro rimangono le persone. Ed è questo credo uno dei messaggi del film di Carlo Mazzacurati.
Ma non c’è solo la giusta distanza nel lavoro, c’è anche quella nei rapporti con le persone. Impossibile non tener presente la prossemica, le distanza tra le persone nel film segnano sospetti e svolte. Quando il confine dello spazio personale viene superato diventa amore, passione o fastidio, persino morte. La giusta distanza - 2007Non c’è giusta distanza poi proprio in cui giudica, perché davanti a un imputato straniero prevale il pregiudizio rispetto alla verità o almeno all’indagine per ottenerla.
Mi piace l’immagine della giovane esterna che irrompe in paese avvolta in un cappotto rosso. Mara si catapulta per lavoro in un paesino avvolto nella nebbia, vive da sola, beve tazze di tè, scrive seduta a un tavolo che si affaccia sul verde. Si innamora di Hassan, meccanico tunisino scappato dal suo paese da un matrimonio combinato. Lei vive, non pensa o pensa troppo, è pronta a partire anche se ha trovato l’amore. Sorride agli altri, perché sorride a se stessa.


I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Paul Auster, un po' di Pamuk, Erri De Luca

ULTIME LETTURE

Un uso qualunque di te (Sara Rattaro)

Twitter factor (Augusto Valeriani)

La vita è altrove (Milan Kundera)

1Q84 (Haruki Murakami)

Zita (Enrico Deaglio)

L'animale morente (Philip Roth)

Così è la vita (Concita de Gregorio)

I pesci non chiudono gli occhi (Erri De Luca)

Cattedrale (Raymond Carver)

Lamento di Portonoy (Philip Roth)

Libertà (Jonathan Franzen)

Il dio del massacro (Yasmina Reza)

L'uomo che cade (Don De Lillo)

Il condominio (James G. Ballard)

Sunset limited (Cormac McCarthy)

I racconti della maturità (Anton Cechov)

Basket & Zen (Phil Jackson)

Il professore di desiderio (Philip Roth)

Uomo nel buio (Paul Auster)

Indignazione (Philip Roth)

Inganno (Philip Roth)

Il buio fuori (Cormac McCarthy)

Alveare (Giuseppe Catozzella)

Il Giusto (Helene Uri)

Raccontami una storia speciale (Chitra Banerjee Divakaruni)

Cielo di sabbia (Joe R. Lansdale)

La stella di Ratner (Don DeLillo)

3096 giorni (Natascha Kampusch)

Giuliano Ravizza, dentro una vita (Roberto Alessi)

Boy (Takeshi Kitano)

La nuova vita (Orhan Pamuk)

L'arte di ascoltare i battiti del cuore (Jan-Philipp Sendker)

Il teatro di Sabbath (Philip Roth)

Sulla sedia sbagliata (Sara Rattaro)

Istanbul (Orhan Pamuk)

Fra-Intendimenti (Kaha Mohamed Aden)

Indignatevi! (Stéphane Hessel)

Il malinteso (Irène Némirovsky)

Nomi, cognomi e infami (Giulio Cavalli)

Tangenziali (Gianni Biondillo e Michele Monina)

L’Italia in seconda classe (Paolo Rumiz)

ULTIME VISIONI

Be kind rewind (Michel Gondry, 2007)

Kids return (Takeshi Kitano, 1996)

Home (Ursula Meier, 2009)

Yesterday once more (Johnnie To, 2007)

Stil life (Jia Zhang-Ke, 2006)

Cocaina (Roberto Burchielli e Mauro Parissone, 2007)

Alla luce del sole (Roberto Faenza, 2005)

Come Dio comanda (Gabriele Salvatores, 2008)

Genova, un luogo per dimenticare (Michael Winterbottom, 2010)

Miral (ulian Schnabel, 2010)

Silvio forever (Roberto Faenza, 2011)

Election (Johnnie To, 2005)

Oasis (Lee Chang-dong, 2002)

Addio mia concubina(Chen Kaige, 1993)

La nostra vita (Daniele Luchetti, 2010)

Departures (Yojiro Takita, 2008)

La pecora nera (Ascanio Celestini, 2010)

Flags of our fathers (Clint Eastwood, 2006)

L'uomo che fissa le capre (Grant Heslov, 2009)

Buongiorno Notte (Marco Bellocchio, 2003)

Vallanzasca - Gli angeli del male (Michele Placido, 2010)

Paz! (Renato De Maria, 2001)

Stato di paura (Roberto Burchielli, 2007)

Gorbaciof (Stefano Incerti, 2010)

L'esplosivo piano di Bazil (Jean-Pierre Jeunet, 2008)

Confessions (Tetsuya Nakashima, 2010)

127 ore (Danny Boyle, 2010)

Qualunquemente (Giulio Manfredonia, 2011)

American life (Sam Mendes, 2009)

Look both ways (Sarah Watt, 2005)
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