Siviglia, la città che brucia

Ore 7.45 il treno da Malaga per Siviglia parte in perfetto orario. I bagagli vengono controllati come in aeroporto, in stazione (appendice di un enorme centro commerciale) non c’è quasi nessuno. Nel tragitto ostello-stazione vediamo una città ancora addormentata, avvolta dal buio. Il kebbaro però è esattamente come lo abbiamo lasciato la sera prima: sedie bianche sul marciapiede per parlare e guardare la gente che passa. Il sole qui sorge alle 8. Il viaggio per Siviglia dura poco meno di tre ore. Si dorme. Fuori è il deserto. Distese di pianura e dolci colline bruciate dal sole. Case bianche, o decine di villette gialle e rosse, come la terra, sdraiate sotto il sole. Che brucia. Siviglia è caldissima. Solo verso sera siamo riuscite a dare un valore numerico alla senzazione di calore: ore 19.30 41 gradi all’ombra.

Siviglia è da vedere, mi hanno detto. In effetti sì, non si poteva non passare di qui. Lasciamo stare la periferia, facciamo finta che la porta della città sia il prado de San Sebastian, un parco che accompagna verso quello più grande, il parque Maria Luisa, che racchiude plaça de Espagna. Nel 1929 qui c’era stata l’Esposizione ispano-americana. Ci sono 58 panchine di azulejos a rappresentare le altrettante province della Spagna, e poi ponticelli, fontane, portici.

Santa Cruz è il quartiere della cattedrale, dell’Alcazar, delle stradine con i palazzi bianchi di calce. E’ la città dei pellegrini, che qui vengono per la Pasqua. Agosto, mese dei vacanzieri, è bassa stagione. Dentro alla cattedrale c’è il mausoleo di Cristoforo Colombo. Qui ci sono le sue spoglie. O forse no, se si dà ragione a Santo Domingo che rivendica le stesse ossa.

Oggi, sabato, a Siviglia passa la Vuelta, il loro giro d’Italia. Transenne, furgoncini pubblicitari, camion. Attesa. Noi ci siamo state venerdì, giorno di preparativi.

Ah, i treni possono anche arrivare in anticipo.

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