Suttree, ogni anima è sola

“Devo dirle una cosa. So che tutte le anime sono un’anima e ogni anima è sola”.
(Suttree, Cormac McCarthy)

Per lunghe pagine pensi di trovarti in un’altra dimensione. In un tempo che sai definito, perché le storie hanno date e luoghi (Knoxville, Tennessee, fine anni ’40 primi ’50) ma non sembra possibile. La vita sul fiume, le case arrangiate fatte di scatole e pezzi di mobili rimasti a riva dopo una piena, quei pochi centesimi di dollari per un pranzo in un locale. Poi la città improvvisamente assume la sua dimensione, prima erano strade e locali dalle porte principali chiuse, dalle porte sul retro spalancate. Solo nomi, tavoli fatti di lapidi, tazze di caffè. Poi arriva la città con le finestre sul traffico, con le scale per salire ai piani alti di alberghi fatiscenti, distrutti fino alle molle del letto.
Suttree di Cormac McCarthy alterna delirio e poesia. Vita, fatta di mani piagate, ma anche di giornate ad aspettare che il tempo porti qualcosa di nuovo, o porti via qualcosa di vecchio. Lo leggiamo oggi ma McCarthy lo ha scritto trent’anni fa. In America si sono rincorse ricerche, studi, saggi per rivedere quel mondo descritto a volte rapidamente a volte lento, come un fiume che in alcuni giorni non permette di lasciarsi toccare e si lascia solo guardare senza troppa attenzione, mentre altri giorni è così immobile da rallentare anche la vita di chi vi si riflette. C’è il dolore. E la serenità. Ci sono legami di amicizia che si spingono fino al sacrificio e al rischio. E prove d’amore, tentativi di condividere.

“Doveva aver dormito. Quando si svegliò era steso sull’erba con gli occhi alzati alla volta celeste. Una notte senza nuvole tempesta di stelle. In gola il sapore salato del dolore. Vide una stella sbrodolarsi nel cielo, una vaga scia di fuoco e poi nulla. Schegge arroventate di materia che scalfivano l’etere di ghiaccio. Coaguli deformi di scorie metalliche”.
(Suttree, pag 188)

Ho trovato sul sito dell’editore Einaudi la trascrizione (che riporto) di una conversazione telefonica del 1998 tra David Foster Wallace e il regista Gus Van Sant, che voleva adattare per lo schermo Infinite Jest.
Van Sant chiede a Wallace quali sono i suoi scrittori preferiti e lui risponde:
DFW: In tutta onestà? I favoriti dei favoriti? … Cormac McCarthy, hai letto Meridiano di sangue? È letteralmente il western che mette la parola fine a tutti i western. Direi che è il libro più orripilante di questo secolo, almeno nella narrativa. Ma è anche… Questo tipo, non so come faccia, guarda, di fatto usa l’inglese del 1600, voglio dire, scrive in anglosassone, con tanto di pronomi antichi e tutto, e ne viene fuori una cosa bellissima, per niente manierata o gratuita. Ne ha fatto un altro che si chiama Suttree, mio Dio quel libro, Dio, da quello sì che verrebbe fuori un film fantastico.
GVS: Come si chiama?
DFW: Si chiama Suttree.
GVS: Puoi farmi lo spelling?
DFW: S-U-T-T-R-E-E. È uscito, mi pare, a metà degli anni ’70. Parla di un tizio che ha toccato il fondo, Cornelius Suttree si chiama, uno che è stato al college ma poi ha praticamente abbandonato tutto per vivere in una casa galleggiante a Knoxville, Tennessee tra la fine degli anni ’40 e i primi ’50 e tutti i suoi amici, tutto il suo mondo, è fatto di derelitti, ritardati e svirgolati. Sono all’incirca quattrocento pagine della prosa più densa e lapidaria che puoi immaginare su personaggi che sono poco più di idioti funzionali sempre attaccati al collo della bottiglia. Suttree è il libro che gli ha fatto ottenere il MacArthur Grant che poi ha usato per andare in Messico a fare ricerche per Meridiano di sangue. Ok, dimmi tu ora.

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