Da Crainz ad Humpty Dumpty

– Quando io uso una parola – disse Humtpy Dumpty in tono d’alterigia – essa significa ciò che appunto voglio che significhi: né più né meno.
– Si tratta di sapere – disse Alice – se voi potete dare alle parole tanti diversi significati.
– Si tratta di sapere – disse Humtpy Dumpty – chi ha da essere il padrone… Questo è tutto.
Alice era così impacciata che non disse nulla, e dopo un minuto Humtpy Dumpty ricominciò:
– Alcune di esse sono intrattabili… specialmente i verbi sono orgogliosissimi… con gli aggettivi si può fare ciò che si vuole, ma non con i verbi… Però io so maneggiarle tutte quante. Impenetrabilità! Ecco che dico!
– Vorreste dirmi, per favore – disse Alice – che cosa significa questo?
– Ora parli come una bambina ragionevole – disse Humtpy Dumpty, con un’aria molto soddisfatta – Intendevo con «impenetrabilità» d’averne avuto abbastanza di questo argomento e che sarebbe stato opportuno che mi avessi detto che pensavi di far dopo, perché suppongo che tu non intenda fermarti qui vita natural durante.
– È un voler far significare troppe cose a una parola sola, disse Alice in tono pensoso.
– Quando a una parola faccio far tanto lavoro – disse Humtpy Dumpty – la pago di più.
– Oh! – disse Alice, troppo confusa per fare anche una sola osservazione.
– Ah, dovresti vederle venirmi intorno la sera del sabato – disse Humtpy Dumpty, gravemente scotendo la testa da un lato all’altro – per aver la paga.
(Alice non s’avventurò a chiedergli come le pagasse, e così io non posso dirvelo).

(Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, Lewis Carrol)

Cercavo questo dialogo da anni. L’ho ritrovato leggendo Le regole nel paese di Alice di Guido Crainz (Repubblica, 16 marzo 2010). Anche se con un altro significato. Ma è proprio questo il punto. Quando avevo letto Carrol mi aveva colpito la convinzione di poter influenzare le parole. La certezza di poterle usare a mio piacimento, di piegarle al mio volere, e quindi andando anche oltre il significato condiviso. Un potere incredibile. Che rende invincibili. A 18 anni mi bastava l’idea di poter usare la mia scrittura in qualche modo. Adesso, la teoria di Humpty Dumpty applicata a Silvio Berlusconi e che sintetizza quella che Crainz definisce “la democrazia sostanziale e non formale” mi sembra più matura. Pensandoci, è una conferma che da una stessa frase si possano trarre ragionamenti diversi (astratto il mio, applicativo quello di Crainz). Ma anche che le parole hanno davvero un ruolo decisivo. Così ho trascritto il dialogo al volo, l’ho “buttato” su Google e ho ritrovato l’intero capitolo. Che non riuscivo più a trovare, perché ormai avevo plasmato le parole del dialogo in modo da non farmi bastare “parole” e “potere” come elementi chiave per avere buoni riscontri da un motore di ricerca. Non ricordavo nemmeno Humpty Dumpty, quell’uomo-uovo arrogante e un po’ saccente capace di giocare con parole semplice o incomprensibili. Ricordo che al liceo da questo dialogo di Lewis Carroll ero rimasta colpita. Mi sembrava di aver trovato in un contesto tendente al magico la prova che sì, le parole sono importanti e che possono essere strumento, una massa da tenere tra le dita per giocare a inventare e dare significati.

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1 Response to “Da Crainz ad Humpty Dumpty”


  1. 1 alis aprile 5, 2010 alle 8:57 pm

    Ehi bastava bussassi alla porta della camera della tua coinquilina che lo conosce a memoria e lo sta rileggendo in queste settimane…;-)Moolto meglio e anche più precisa di google…


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