Je t’aime… C’est trop

Il controllore apre la porta dello scompartimento. “Buongiorno biglietti”. Un rito. A cui ci sottoponiamo tutti. Lui però dorme. Il controllore gli tocca un ginocchio. La testa cade pesante, come attratta dalla terra. “Il biglietto”, chiede il controllore. Lui apre gli occhi, sono bianchi sulla pelle nera. Le cuffie alle orecchie, lo guarda, come se non sapesse perché lo hanno svegliato. “Le billet”? “Si”. “Cosa succede se non ce l’ho”? “Non farmi perdere tempo, dai”. Allora tira fuori dalla tasca un biglietto piegato, seccato. Ma è un atteggiamento. Lo guarda. “E’ quello”? Gli chiede il capotreno. Lui non dice niente, glielo passa. “Sì, Genova”. Se lo riprende, lo mette in tasca. Io non ho staccato gli occhi dal mio libro. Ma so che ora mi sta guardando. Ha un anello grosso, d’argento credo, piatto. Le mani rovinate, ruvide. La pelle scura scura e il palmo della mano chiaro. “Il biglietto, il biglietto, tu hai già pagato il biglietto?”. Ripete queste parole come fossero parte di una filastrocca, e la recita guardando me. Io sorrido, e torno a leggere. Non sorrido per compiacere, né per circostanza. E’ un sorriso sincero, perché lui avrà pensato qualcosa del tipo “erano tutti sicuri che io fossi senza biglietto”. E invece no. Sorrido ma ho il mio libro a mantenere il distacco.

Carrozza 9, in testa al treno. Una signora si alza, rincorre il carrello-bar, torna con delle patatine, una bottiglietta d’acqua e un caffè. “Dovrei dimagrire, ma non ho fatto colazione”. Lo dice ad alta voce e guarda la nonna del bambino che mi sta accanto. Lui gioca senza sosta con un videogioco, fa correre veloce la sua macchinina. La nonna è rispettosamente grossa. “Cosa dovrei fare io? Buttarmi giù dal treno”? Giusta osservazione. Ma la signora-delle-patatine a quel punto ha trovato il modo per raccontarsi. Spiega di aver perso 30 chili in 5 mesi, con una dieta fai-da-te, dice di essere arrivata all’anoressia, di esserne uscita grazie ai figli che a un certo punto hanno detto basta e hanno iniziato a portarla nei ristoranti più buoni, per farla mangiare. “Mangiavo una mela e piangevo”, dice. Ha i capelli ricci e biondi, ma tinti. Un maglione con il collo alto, jeans e stivali. Ora ha ripreso 10 chili, ma comunque ne vorrebbe perdere almeno 5. Pancia e viso, spiega, non è che è mai riuscita a farli sembrare meno grossi.  Erano più pelle senza forma, a un certo punto. Ora. Ora sembra una donna normale, le darei 50 anni. E infatti poco dopo parla della festa per il suo compleanno, ne fa 49. Ho sbagliato di poco. Racconta ancora un po’ la sua storia alle due donne (madre e figlia) e quindi nonna e madre di questo bambino con gli occhiali e la maglietta a righe, che sembra immerso nel suo mondo. Poi torna il silenzio.

Genova si avvicina. La galleria. Sono nel corridoio, continuo a leggere, vorrei arrivare alla fine del capitolo. Non mi va di aspettare guardando fuori dal finestrino dove c’è solo nero. Così leggo.

“Tu ne peux pas passer”, non puoi passare e fa cenno a una grossa valigia su cui ha appoggiato anche il suo borsone. E’ lo stesso ragazzo di prima. Ecco, a lui non so dare un’età. Potrebbe avere trent’anni, come di meno. Ha una giacca pesante, forse troppo grande, jeans scuri. So che non devo dare troppa confidenza, non per paura, ma perché ha un modo di guardare che mette a disagio. “ça ne fait rien”. Comunque gli rispondo. “Alors tu comprends le français”. “Un petit peu”. Torno a leggere. Allunga una mano e tocca la mia mano sinistra, quella che regge il libro. Come poco prima il controllore aveva toccato il suo ginocchio, per svegliarlo dal sonno, così mi ha svegliata dal mio libro. “Je t’aime”, mi ha detto. “C’est trop”, gli ho risposto io, è esagerato. Insomma, non si possono sprecare le parole in questo modo, penso. Lui sorride. “Alors tu ne croix pas au coup de foudre…”. E’ deluso. No. Sempre in francese gli rispondo che non credo al colpo di fulmine. “Tu es libre de croire ce que tu veux”. Sì, credo anch’io di essere libera di credere a quello che voglio.

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