L’Italia in uno scompartimento

Domenica, 20 dicembre. Pavia-Genova. Al mattino non ricordo nemmeno il ritardo del mio treno, ne ho preso uno di qualche ora prima, arrivato finalmente a destinazione. E il ritorno… Prendo il treno delle 18.19 da Genova Principe. In orario. Però poi si ferma poco dopo Arquata Scrivia. “C’è un guasto alla linea, non sappiamo dire fra quanto il treno potrà ripartire”. La voce del capotreno – donna – getta nel panico una signora di Brescia, in corridoio, con il suo cane al guinzaglio. Si affaccia allo scompartimento: “Giuro che non prenderò mai più un treno in vita mia”. Avrà una cinquantina d’anni, forse qualcosina di meno. Magra, curata, vestiti stile leopardato. Ci racconta la sua disavventura tra Brescia e La Spezia, i ritardi, i treni annullati, i pullman sostitutivi, l’ultimo tratto a piedi. E’ eccessiva, direi esuberante. Le dà corda un passeggero seduto alla mia sinistra. E poi uno dopo l’altro anche gli altri si uniscono alle chiacchiere, in attesa di sentir ripartire il treno. Non proprio tutti, però. Io mi limito ad ascoltare, lo preferisco. Alla mia destra un signore sta studiando parole in cinese: sono divise in due colonne, cinese da una parte inglese dall’altra. Non stacca mai gli occhi da quel foglio e mentalmente impara a memoria verbi e aggettivi. Di fronte a me una ragazza giovane, il volto gelminiano (occhialini azzurri, capelli corti) mangia un panino e paziente e disponbile chiama la madre per farle cercare le coincidenze da Milano per Brescia per tranquillizzare la signora-col-cane che proprio non si dà pace. Sempre di fronte a me, alla destra e alla sinistra della ragazza, ci sono una donna che gioca con il cane della signora-col-cane, e che racconta le sue disavventure (questa volta settimanali) dei tanti viaggi pavesi-liguri. E c’è un signore, i modi antichi, che avverte casa del ritardo. E parla volentieri, diffondendo nello scompartimento complimenti alle signore. E non manca di condividere aneddoti della sua vita (è professore, da giovane ha insegnato in America, sei mesi in cui si è sentito davvero solo e lontano, fino all’incontro con una altrettanto giovane irlandese). Il treno riparte. Si parla dei disagi per ghiaccio e neve di questi giorni. Il Professore ha una proposta: “Bisognerebbe mettere delle resistenze sotto le strade – dice – così la neve potrebbe sciogliersi subito”. Però, aggiunge, costa troppo. E poi, penso io, bisognerebbe sventrare le strade… Non ricordo con quale collegamento i miei compagni di scompartimento finiscono a parlare di crisi. “E’ colpa di Prodi – dice il Professore – e dei suoi 9 fratelli, perché è lui che ha sbagliato il cambio dell’euro”. Interviene il signore alla mia sinistra. E’ calabrese, fa l’operaio. E racconta di quando appena arrivato l’Euro, era andato a vedere Padre Pio. “Ero nel parcheggio, e il custode mi dice 3 euro. E io gli dico, ma scusi è impossibile, l’estate scorsa erano tremila lire. E il custode risponde: sì infatti è uguale”. La stazione di Pavia si avvicina, mi preparo per scendere. Ci salutiamo tutti, ci si augura buon viaggio, buon Natale. Il viaggio è durato quasi due ore, invece di una. Ho finito Cosmopolis di De Lillo, ho visto uno spaccato di Italia. Perfetto.

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