Marassi, le chiavi sono un’arma i coltelli no

Quando entro allo stadio mi controllano il biglietto due volte, prima di arrivare ai tornelli. Lì si passa il codice a barre del biglietto e si può entrare. In tribuna appena varcato il cancello ti chiedono ancora una volta la carta d’identità, poi ti fanno aprire la borsa. Vado a Marassi con mio fratello. A entrambi chiedono di aprire lo zaino, la custodia della macchina fotografica. Se vedono le chiavi uscire dalle tasche dei jeans chiedono spiegazioni. “Sono le chiavi di casa”, mio fratello risponde tranquillo. Io un po’ mi arrabbio perché non sempre i controlli sono fatti con educazione. Quando entri in gradinata è peggio. Spesso c’è la Finanza a chiederti di aprire lo zaino, con le ragazzi sono più gentili, con i ragazzi no. Tutti teppisti, sembra essere questo il loro pensiero.

Ho letto e sentito troppa gente esibirsi in variegate frasi, tutte riassumibili in “serbi di merda”. Fastidioso. Pericoloso. Mentre vedevo i fumogeni in campo, le cesoie usate per tagliare la rete della gabbia, ho pensato solo a quando vado allo stadio con mio fratello. Con la mia sciarpa del Genoa, il sorriso stampato in faccia, l’agitazione del prepartita. E quei continui controlli di chi ti vede comunque come uno capace di prendere a botte il suo vicino. Così mi chiedo perché un mazzo di chiavi viene considerato un’arma e un coltellino no.

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