Posts Tagged 'genova'



Viaggiare un lunedì di luglio

Viaggiare un lunedì di luglio. Prendo il treno alle 9.30, Pavia-Genova. La macchinetta (tra l’altro hanno cambiato le biglietterie automatiche in stazione, aggiungendone un paio) mi dice che non c’è più posto. Amen, faccio il biglietto per il treno dopo ma salgo lo stesso. Me lo farò cambiare dal capotreno. Che però non si vede e quando si vede non si ferma. Anche perché la gente viaggia nel corridoio, in piedi o seduta sulle valigie o sui seggiolini ribaltabili. E quando è così nessuno si ferma a chiedere i biglietti. Mi devo alzare un po’ di volte, lasciar passare il mini-bar, e un po’ di gente che va al mare. In lontananza sento una bambina litigare con la nonna. “Non capisci – le dice – come si fa a prendere lo stesso albergo dell’anno scorso? E’ come una pianta che si secca, ne devi scegliere un’altra”. Rifletto. Ma siccome sto leggendo Alveare di Giuseppe Catozzella torno presto con la testa nel sangue e nei soldi della ‘ndrangheta.

Viaggio un lunedì di luglio e attraverso il mio centro storico come da molto non facevo. Via del Campo e la colonna infame, il profumo di spezie, le prostitute con i seni e le braccia cascanti sedute fuori dalla porta, i colori, le facce, le scritte in lingue difficili da imparare. Una bicicletta agganciata con tutta la forza alla chiesa dove sono stata battezzata colpisce il mio sguardo.

Viaggio un lunedì di luglio e non può essere tutto normale. Treno del ritorno ore 19.19. L’altrio della stazione Principe è pieno e si capisce subito che c’è qualcosa che non va. Strizzo gli occhi miopi per leggere i ritardi sul tabellone: 3 ore. Treni soppressi. Esce benzina dall’oleodotto a Sestri Ponente e i vigili del fuoco hanno chiuso le strade, evacuato 120 persone (questo lo scoprirò solo ore dopo) e fermato i treni… perché potrebbe saltare tutto. Fantastico. Comunque alla fine mi va persino bene. Il regionale delle 19.35 parte da Genova Brignole, e quindi è puntuale, senza un minuto di ritardo. Con il mio biglietto precedente da Intercity (13 euro) mi siedo nella prima classe del regionale, che è solo un po’ meno fetida del normale. Finisco di leggere Catozzella. Nei sedili di fianco a me, oltre il corridoio, una ragazza ha perso il cellulare. Aveva spostato le borse in un punto vuoto del treno e ora non trova più il telefono. Dev’essere russa, biondissima. Torna al suo vecchio posto, un passeggero le dice “lo facciamo squillare” (le porge il suo telefono perché sia lei a digitare il numero… tanto poi gli rimane in memoria, non è che sia un inno alla privacy). Ma non serve. Un ragazzo lo tira fuori dallo zaino. Lo restituisce. Poi parlando da solo in una lingua sconosciuta cambia scompartimento.

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Ho conosciuto Melina Riccio

Ho conosciuto Melina. Piazza De Ferrari, Genova. L’ha vista prima mio fratello, seduta sui gradini del teatro Carlo Felice. I capelli grigi cortissimi, fiori a decorarle la testa, un abito giallo, un mantello scuro, con cucito il suo nome chiuso in un cuore: Melina Riccio. Genova è piena dei suoi messaggi. Li trovi dipinti di rosa sul cemento della sopraelevata, pennarello nero sui cartelli della stazione. A Pasqua gli alberelli di alloro del teatro erano coperti dalle sue tele. Tulle chiaro cucito su sacchetti della spazzatura, cuori dorati sul cartoncino rosso. Mi sono avvicinata, le ho chiesto di spiegarmi. Mi ha messo tra le mani un cuore di carta e ha iniziato il suo racconto. Parla in rima Melina. Non puoi trovare senso in tutto quello che dice, ma resti incantato. Il “domani” significa fare le cose “con le mani”. Non basta imparare una ricetta per sapere fare una torta. La dimentichi subito, anche se leggi con attenzione ogni passaggio. Devi provare a farla la torta, solo così ti rimarrà impressa la ricetta. Melina dice che passiamo troppo tempo concentrati sulla carta, sulle parole. Mentre mi parla ritaglia un pezzo di carta bianca a forma di stella. “E’ il nostro corpo”, mi dice. Piega su se stesse le gambe, poi le braccia e la testa. E’ quello che ci succede, ci chiudiamo in noi stessi, troppo concentrati a imparare nozioni. Non siamo più capaci di guardare il sole, di svegliarci al mattino e apprezzare quello che ci circonda. Secondo Melina dobbiamo essere creativi, rispettare l’ambiente, non creare rifiuti, non sprecare carta, parlare in modo corretto. Non farci cancellare dalla croce della chiesa e delle istuzioni, diventare autosufficienti, capaci di cavarcela da soli, senza dimenticarci degli altri. Avrei voluto registrare ogni singola parola, non riesco a ricordare nemmeno una rima. Faceva la sarta Melina, cucire era il suo lavoro. E’ nata ad Ariano Irpino, 23mila abitanti, provincia di Avellino. Sposata con tre figli. Ha vissuto a Milano, Varese, Genova. Un giorno, mi racconta, ha sentito che doveva fare qualcosa, chiamata da dio a diffondere un messaggio di amore, di pace. Ha lasciato tutto. Sapeva che i suoi figli avevano bisogno di lei. “Ma lasciandoli potevo salvare il futuro di tanti giovani”. Ti chiede cos’è l’anima. Cos’è l’anima? Aria, essenza.

Via Canneto il Lungo perde la sua identità

Via Canneto il Lungo è la strada della spesa, dei fruttivendoli, del pesce fresco. Lunga e stretta, tante vetrine, vecchie botteghe dai profumi antichi e i colori accesi dei nuovi genovesi. E’ una strada fatta di pietre, rigate, scalfite. Da mesi il cantiere è aperto, si apre, si chiude, si sposta. Tubi da cambiare. E a vederli smontati, aperti, rotti vien da dire “meno male”. Però c’è qualcosa che non fa stare tranquilli chi ci vive. Vado a Genova la domenica, nemmeno tutte. Un giorno ho trovato i tubi del gas che passavano in alto all’altezza del portone di casa mia. Provvisori. Un altro giorno non ho trovato più le pietre, solo voragini. Provvisorie. Poi è arrivata la sabbia, dopo ancora l’asfalto. Provvisorio. Solo a tratti, solo in alcuni punti. Un rattoppo. Provvisorio anche questo. Io voglio crederci. Voglio credere che finiti i lavori le pietre torneranno al loro posto. Voglio credere che non ci vorranno anni. Ma ricordo bene stradone Sant’Agostino. Pieno centro storico, sede della facoltà di architettura. Lì per non rovinare la pavimentazione durante alcuni lavori avevano steso una copertura di plastica e poi una colata di cemento. Ci è rimasta anni. Anche a cantiere chiuso da tempo. Le fotografie ci sono, le date anche, non si può scherzare. Le lascio grandi apposta queste immagini. In alto si vede piazzetta dell’Amico, un pezzo di asfalto, le poche pietre rimaste, cemento. E poi una delle tante passerelle che scandiscono via Canneto il Lungo. Questo è una specie di nodo al fazzoletto. Perché adesso una delle più tradizionali strade del centro storico di Genova ha perso la sua identità e bisognerà essere capaci di restituirgliela.

Meno 8 ore al click day

Tra 8 ore scatta il primo click day. Dalle 8 in punto di domani mattina, lunedì 31 gennaio, i cittadini stranieri potranno presentare la domanda per regolarizzare il proprio lavoro. Solo on line, solo davanti a un computer, solo domani, solo dalle 8. L’orario è fondamentale. Questa è una gara a chi “clicca” per primo. E’ una gara per aggiudicarsi qualcosa come 98mila posti di lavoro. Perché si terrà conto – nel valutare le richieste –  dell’ora di invio. Dicono che a lavorare in nero però ci siamo almeno 500mila persone. Che forse domani mattina punteranno la sveglia, accenderanno il computer, apriranno il sito del Ministero dell’Interno e guarderanno con ansia all’orologio appeso alla parete. Pronti al click. Potrebbe essere una scena perfetta. Ma mi guardo attorno e non capisco. Penso ai miei vicini di casa genovesi, che schiacciati vivono in sei o sette in pochi metri quadri. Non hanno un computer. Penso al ragazzo senegalese che ogni tanto incontro per le scale. Vede suoi figlio uno volta all’anno, con il lavoro si arrangia. E non ha un computer. Penso agli operai, a chi si sveglia all’alba e cerca lavoro. Non hanno un computer. Sì, ci sono i patronati, i sindacati che si mettono a disposizione. Ma continuo a pensare che il click day sia solo un modo per dire che siamo abbastanza tecnologici, che evitiamo alle persone lunghe code davanti agli uffici, che risparmiamo carta, tempo. Senza pensare che a quei numerini scritti in basso a destra sullo schermo del computer corrisponde il futuro di molte persone. E penso alle donne, spesso in Italia per pochi mesi all’anno. Aggrappate ai secondi di un giorno dal nome americanizzato. In provincia di Pavia per almeno mille stranieri ci sarà la possibilità di svegliarsi al mattino senza la preoccupazione di un lavoro che non ha garanzie, di sicurezza, di soldi, del domani. Ma tutto dipende da un click.

L’autobus delle donne di servizio

Il 15 e il 42 sono gli autobus delle donne di servizio. Me lo dice mia mamma, siamo sedute proprio sul 15, al capolinea in piazza Dante, Genova. Io e la zia la ascoltiamo, un sorriso velato. Invece ha ragione. Dobbiamo ragionare un po’ per luoghi comuni, ma ci accorgiamo che nel giro di pochi minuti sull’autobus salgono solo donne. La maggior parte di origine sudamericana. Si conoscono, si salutano, si raccontano. Sono le 8 e sempre mia mamma ci spiega la storia sociale di queste due linee. Il 15 e il 42, con percorsi diversi, puntano entrambe verso Albaro, il quartiere delle ville, “di gente che sta bene”, gente che ha “la donna di servizio”. E il ragionamento fila. Al rientro, lasciata la linea delle badanti di lusso, saliamo sul 20, che va verso Sampierdarena. Tutto il contrario di Albaro, che porta un nome arabo Al-bar, al mare. E’ pieno, poi si svuota in via XX settembre, alla fermata davanti al Mercato Orientale. Scende anche un signore. Lascia il posto (più comodo ma sempre in piedi a mia zia). Ci sente parlare del pranzo, piadine formaggio e prosciutto. “Quasi quasi mi aggiungo anch’io”, dice ridendo. “Non è un gran pasto”, rispondiamo noi. “Ma sa cosa mi piace mangiare? – dice lui proprio prima di scendere – pane olio e zucchero, non sale”. La merenda di una volta. Anche questo ragionamento fila.

Incrociando la Blat Family Tribu

Scendo dal treno. Ha piovuto, ma non piove più. Quando arrivo a Genova e non trovo subito il sole mi infastidisco, come se mi portassi dietro un filo di grigiore, contagioso. Sono quasi le cinque del pomeriggio, attraverso la stazione, vado verso la metropolitana. Alzo lo sguardo e vedo che tra le nuvole ancora scure si apre uno spiraglio. Sorrido. Mentre scendo i gradini, tenendo stretto in mano il biglietto del metro, vedo questo furgone (vedi foto) stracarico e sporco. Ha tende scure ai finestrini, è una specie di camper. Dentro non c’è nessuno, dietro una piccola Vespa rosa. Sorrido. Vedo una scritta: Blat Family Tribu. Scatto una foto e passo oltre. Però sono curiosa e trovo soddisfazione grazie a Google. Scopro che BLAT sta per Brice, Lou, Aude e Teo, rispettivamente papà, bimba di 1 anno, mamma e bimbo di 8 anni. Sono in viaggio, stanno attraversando l’Europa diretti in Mongolia, tappa obbligata del loro percorso la Russia. Sono partiti il 10 marzo 2010 e hanno fissato la data del ritorno ad Antibes: 31 gennaio 2011. Manca poco insomma. Sul loro sito tengono un diario di viaggio (http://www.wix.com/divinoria/blat-family-tribu), spiegano come fanno studiare il piccolo Teo per non fargli perdere la scuola e raccolgono i commenti di chi li incontra e li incrocia. Da dieci mesi la loro casa è un furgone, la Francia sempre più distante, e ora quando al rientro manca davvero poco Genova segna una delle ultime tappe.

Alberi di cachi da immortalare

Nemmeno una foglia, i rami scuri, secchi, e quelle palline arancioni che sembrano perenni decorazioni. Non se ne incontrano tantissimi alberi di cachi. Ogni volta che ne trovo uno mi incanto. Mi fermo. Oppure, faccio abbassare il finestrino di corsa ad Anna, tiro fuori la macchina fotografica e in mezzo al disastro edilizio di San Martino Siccomario cerco di immortalare l’albero di cachi. Che mi piacciono. Tolgo la buccia ruvida, con un cucchiaino sistemo la polpa in una coppetta, mescolo veloce, come per amalgamare il tutto. Mi chiedono spesso se quei fili e quelle “lingue” più viscide non siano fastidiose. Sì, un po’ sì. Mio fratello, quando gli rispondo così, mi guarda schifato. Pensando agli alberi di cachi, ho un ricordo. Quando ero piccina c’è stato un periodo in cui le feste di compleanno si organizzavano all’asilo Chighizola, a Genova. Un bel giardino, con gli alberi di cachi. Gonna bianca, macchia arancione. Un posto perfetto.


I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Paul Auster, un po' di Pamuk, Erri De Luca

ULTIME LETTURE

Un uso qualunque di te (Sara Rattaro)

Twitter factor (Augusto Valeriani)

La vita è altrove (Milan Kundera)

1Q84 (Haruki Murakami)

Zita (Enrico Deaglio)

L'animale morente (Philip Roth)

Così è la vita (Concita de Gregorio)

I pesci non chiudono gli occhi (Erri De Luca)

Cattedrale (Raymond Carver)

Lamento di Portonoy (Philip Roth)

Libertà (Jonathan Franzen)

Il dio del massacro (Yasmina Reza)

L'uomo che cade (Don De Lillo)

Il condominio (James G. Ballard)

Sunset limited (Cormac McCarthy)

I racconti della maturità (Anton Cechov)

Basket & Zen (Phil Jackson)

Il professore di desiderio (Philip Roth)

Uomo nel buio (Paul Auster)

Indignazione (Philip Roth)

Inganno (Philip Roth)

Il buio fuori (Cormac McCarthy)

Alveare (Giuseppe Catozzella)

Il Giusto (Helene Uri)

Raccontami una storia speciale (Chitra Banerjee Divakaruni)

Cielo di sabbia (Joe R. Lansdale)

La stella di Ratner (Don DeLillo)

3096 giorni (Natascha Kampusch)

Giuliano Ravizza, dentro una vita (Roberto Alessi)

Boy (Takeshi Kitano)

La nuova vita (Orhan Pamuk)

L'arte di ascoltare i battiti del cuore (Jan-Philipp Sendker)

Il teatro di Sabbath (Philip Roth)

Sulla sedia sbagliata (Sara Rattaro)

Istanbul (Orhan Pamuk)

Fra-Intendimenti (Kaha Mohamed Aden)

Indignatevi! (Stéphane Hessel)

Il malinteso (Irène Némirovsky)

Nomi, cognomi e infami (Giulio Cavalli)

Tangenziali (Gianni Biondillo e Michele Monina)

L’Italia in seconda classe (Paolo Rumiz)

ULTIME VISIONI

Be kind rewind (Michel Gondry, 2007)

Kids return (Takeshi Kitano, 1996)

Home (Ursula Meier, 2009)

Yesterday once more (Johnnie To, 2007)

Stil life (Jia Zhang-Ke, 2006)

Cocaina (Roberto Burchielli e Mauro Parissone, 2007)

Alla luce del sole (Roberto Faenza, 2005)

Come Dio comanda (Gabriele Salvatores, 2008)

Genova, un luogo per dimenticare (Michael Winterbottom, 2010)

Miral (ulian Schnabel, 2010)

Silvio forever (Roberto Faenza, 2011)

Election (Johnnie To, 2005)

Oasis (Lee Chang-dong, 2002)

Addio mia concubina(Chen Kaige, 1993)

La nostra vita (Daniele Luchetti, 2010)

Departures (Yojiro Takita, 2008)

La pecora nera (Ascanio Celestini, 2010)

Flags of our fathers (Clint Eastwood, 2006)

L'uomo che fissa le capre (Grant Heslov, 2009)

Buongiorno Notte (Marco Bellocchio, 2003)

Vallanzasca - Gli angeli del male (Michele Placido, 2010)

Paz! (Renato De Maria, 2001)

Stato di paura (Roberto Burchielli, 2007)

Gorbaciof (Stefano Incerti, 2010)

L'esplosivo piano di Bazil (Jean-Pierre Jeunet, 2008)

Confessions (Tetsuya Nakashima, 2010)

127 ore (Danny Boyle, 2010)

Qualunquemente (Giulio Manfredonia, 2011)

American life (Sam Mendes, 2009)

Look both ways (Sarah Watt, 2005)
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