Odore di marcio

Un odore terribile. Appena entro nello scompartimento mi sembra cavolfiore. Poi capisco che invece viene dal gabinetto. La porta non si chiude, nemmeno quella del vagone e l’odore è di quelli penetranti. Nemmeno tenere la sciarpa sul naso lo allontana. Dopo un’ora quasi sei persino abituato a non poter respirare. Tranne avere poi la sensazione di tornare libero appena scendi sul binario. Sono su un intercity (1538 Genova-Milano, scendo a Pavia). E’ in ritardo. “Da dove parte la coincidenza per Mestre?” Chiede il capotreno al telefono. “Ok, binario 9, guarda che noi siamo in ritardo. Sì, siamo il 1538, siamo in ritardo, ma questa coincidenza dobbiamo fargliela prendere, ho un sacco di gente che deve prendere quel treno, è l’ultimo della sera. Dobbiamo… Ok, grazie”. Li aspettano. A Milano aspetteranno questo treno prima di far partire la coincidenza per Mestre. Mentre sento questa conversazione c’è sempre questo odore, così forte. E sto leggendo Sandokan di Nanni Balestrini. Descrive la scena in cui questo ragazzo è con il suo camion in coda al macero per buttare via la frutta di troppo, e aspetta lì giorni perché prima di lui devono passare i camion che invece di pesche e melanzane fanno interrare ferro, e tutto lo schifo che devono nascondere. E mentre questo ragazzo è lì che aspetta sente questo odore di marcio. La frutta, certo. Ma anche il mondo. E io sento questo stesso odore. Penso che le due cose non possono non essere collegate. Penso che viviamo in un paese dove è ancora possibile fare viaggi in treni in condizioni pessime, dove nessuno dice niente, dove ti fanno un favore se non ti fanno perdere una coincidenza, dove si viaggia ammassati, in ritardo, immersi in condizioni igieniche terribili. Mentre sento l’odore di quel gabinetto aperto e mentre avverto l’odore del marcio provenire dal libro non posso fare a meno di pensare che in Italia accettiamo di vivere a queste condizioni. Una resa.

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