Diego scriveva. Poi un giorno ha deciso che non serviva più

Diego andava bene a scuola. Senza fatica, senza dover studiare troppo. Faceva i calcoli senza bisogno di usare la calcolatrice, ma sapeva anche tradurre il latino e il greco con facilità. Tanto che la pagella parlava chiaro: tutti dieci, qualche nove. Scriveva Diego. Scriveva tanto. Ma prima di togliersi la vita no. Non ha lasciato parole per spiegare perché aveva deciso di soffocare il suo dolore con una corda  attorno al collo. Forse non era necessario.

Mira, la mamma di Diego, racconta la storia di suo figlio. Lo fa con rabbia, con determinazione, con il desiderio di trovare risposte.

Diego frequentava il liceo classico a Ischia. Un quartiere “bene”, un posto dove tutti si conoscono. “Ai professori davo del tu – racconta Mira – avevamo studiato insieme all’università, loro mi dicevano che mio figlio era il fiore all’occhiello della scuola”. Sottolinea il rapporto con gli insegnanti di Diego perché questo apparente legame di amicizia non è servito a salvargli la vita. “C’era stato qualche episodio di bullismo – racconta Mira, i capelli legati, la sciarpa a quadri viola – lo avevo detto agli insegnanti, mi hanno risposto ‘è lo scotto che deve pagare il primo della classe’, non è stato fatto niente, nessuno ha pensato di fare qualcosa”. Nell’ottobre di due anni fa la situazione è diventata più difficile. Diego si candida per le elezioni del rappresentante di classe. Fa un bel discorso per incoraggiare i compagni a stare uniti contro i bulli. Non era timido, aveva coraggio. I bulli in classe sono tre: una ragazza e due ragazzi. “Tutti ricchi, molto. Avevano tutto”, dice Mira. In classe si vota. Nessun scrive il nome di Diego, che a 14 anni, quasi 15, sognava di poter cambiare quel suo piccolo mondo già così pesante. Qualcuno però su quei fogli scrive “Devi morire”, “Sei un ragazzo morto”. Diego è tornato a casa, non ha detto molto, ha pranzato. Nel pomeriggio si è tolto la vita.

“La scuola non è venuta al funerale, non hanno nemmeno scritto un biglietto, anzi hanno preso le distanze da quanto avvenuto. Ma come si fa? In quella scuola ci sono stati altri quattro suicidi prima di quello di mio figlio, e un altro ragazzo si è ucciso dopo sei mesi. Suo padre era il prof di educazione fisica di mio figlio. Se almeno lui mi è stato vicino? No, nemmeno lui”. Mira è arrabbiata. Non ha solo perso un figlio. Sa che deve raccontare quello che è successo per far capire nelle scuole che il bullismo è sotto gli occhi di ogni insegnante. Il liceo – racconta – non le ha concesso una borsa di studio intitolata a suo figlio. La borsa di studio ora la organizzeranno a Pavia. L’università farà lavorare i suoi studenti a una tesi di laurea sul fenomeno del bullismo, sulle problematiche del mondo scuola. Mira ha ringraziato davanti a psicologi e insegnanti riunioni per un convegno proprio sul bullismo, ma ha dovuto fare quasi 800 chilometri prima di veder esaudito un desiderio.  Ecco, è amareggiata Mira. Il giorno del funerale i compagni di Diego sono andati in discoteca. Lo dice come esempio di indifferenza. “Ma io non ho denunciato i ragazzi – ripete con forza – ho denunciato gli adulti, dov’erano gli adulti”?

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