Conversazione rubata

Negozio di telefonini.
La commessa è arrampicata su uno sgabello, i capelli ricci stirati, il viso largo, esagonale. Piena, formosa più che altro. Carina e autoritaria. Compila i moduli per il cliente.
Lui è in piedi accanto al bancone. Pelle chiarissima, occhi azzurri, una barba appena accennata. Carino, anzi forse qualcosa di più. Anche se il volto è un po’ infantile. Sembra un modello, per come è vestito soprattutto. Soprabito marrone scuro, sotto un maglione blu a coste di quelli a doppiopetto, sotto maglietta scollata che lascia vedere i pettorali. Appena accennati, come la barba. Pantaloni di jeans chiari, stretti in fondo, su scarpe a punta e al posto di un qualsiasi zainetto, un’ampia borsa di pelle nera. Occhiali ray-ban appesi alla scollatura.
Al modello deve avere pensato anche lei.
Che passa il modulo a lui.
“Devo proprio mettere la residenza ufficiale?” chiede il ragazzo.
“Ma… non per forza. Pavia o Milano?”
“No… Vigevano”. Imbarazzo. Di lui. Come se avesse appena ammesso di aver ucciso sua madre. Ecco, la mamma.
“C’è un numero che chiami più spesso? Così attiviamo la promozione?” chiede lei, e lo guarda. Voleva sapere se è fidanzato.
“Metti mia mamma”.
Ecco.
Modello di provincia, max 25 anni, offresi, mamma permettendo.

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