Riflessioni sulle radici. Delle parole. Della gente

ge_veloRifletto. Genova, domenica mattina. Alla fermata dell’autobus in piazza Tommaseo una donna aspetta il bus. Indossa il niqab, il velo che lascia scoperti solo gli occhi. Trascina un trolley grigio. Suo marito le si avvicina, le sfiora il viso. Penso a una carezza. Ma la mano di lui non riesce a sfiorare la pelle di lei. Così “carezza” mi viene difficile da usare. Lui indossa una giacca a vento bianca. Guardo incuriosita perché a Genova non avevo ancora visto una donna indossare il niqab. Si vede molto più spesso l’hijab, che copre solo capelli, nuca e orecchie e lascia vedere il volto.

Rifletto. Ho imparato che in arabo jamah (moschea, congregazione) e jamh (plurale) hanno la stessa radice (jmh) e quindi sono legate dallo stesso significato “unire la gente”

Rifletto. Per le scale del mio palazzo incontro un mio vicino di casa. Se gli chiedo il nome ride, perché mi dice “per te è troppo difficile”. E’ senegalese. Qualche giorno fa è partito per il Senegal, starà via qualche settimana. Torna a casa per un motivo preciso: deve conoscere suo figlio Fallou. Adesso ha sei mesi, ma lui non lo ha mai visto. E’ nato quando lui era già tornato in Italia. Sua moglie lo aspetta in Senegal. Allora mi sono ricordata di una mattina che ero andata a parlare con la dirigente dell’ufficio stranieri di Vigevano per lavoro. Mi aveva spiegato che per alcuni paesi, come il Senegal, a venire in Italia sono solo gli uomini. Non vogliono ottenere il ricongiungimento, perché periodicamente tornano nel loro paese. Si sposano. Poi tornano in Italia. Hanno un figlio. Poi tornano. E vanno a vederlo quando ha già qualche mese, appena possono prendersi qualche giorno di ferie dal lavoro italiano. Quando i bambini sono più grandi passano qualche mese in Itali, anche con la mamma, nella pausa scolastica.
Ho visto il mio vicino di casa felice. “Vado a conoscere mio figlio”. Mi è sembrata una frase bellissima. Ma fa pensare. Ecco, rifletto.

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