Racconti da Stoccolma

Racconti da Stoccolma - A. Nilsson

Ci sono diversi modi di raccontare le forme che può assumere la violenza nei confronti delle donne e l’abuso in generale. Racconti da Stoccolma la violenza la mostra senza nascondere nulla, senza lasciar immaginare. Fa vedere al punto che con la schiena spingi contro la sedia, perché vorresti sottrarti alle immagini. Il film di Anders Nilsson propone tre storie che poi si intrecciano senza mai sfiorarsi. Sono storie che raccontano di culture diverse, ma con abilità il regista non tralascia di affrontare il tema della violenza domestica, senza rifarsi a religioni diverse, usanze lontane. E’ l’abuso quotidiano di un marito nei confronti della moglie, le botte, l’umiliazione e quell’atteggiamento malato che porta a sfruttare l’amore per giustificare la propria violenza. Con questa storia lo spettatore non può giustificare ciò che vede dicendosi “in fondo da noi questo non può capitare”.

Ci sono alcuni momenti del film particolarmente angoscianti. La scena in cui i familiari di Nina spingono la ragazza a buttarsi tra le auto per togliersi la vita credo sia uno dei punti più difficili da digerire. Non solo per la violenza delle immagini, ma per ciò che esse si portano dietro. Perché è difficile accettare che la propria famiglia preferisca vederti morta piuttosto che accettare un disonore, che poi è la semplice richiesta di normalità di una ragazza. Una normalità che chiede di andare oltre la cultura della famiglia che impone la verginità alle ragazze, che le obbliga a non avere contatti con il mondo esterno e che invece concede tutto agli uomini. Ancora più inaccettabile è che le “matrone” della famiglia non solo accettino ma persino organizzino tutto questo.
Colpisce anche l’uso dei mezzi di comunicazione nel film. Il cellulare soprattutto è spesso i primo piano e diventa strumento per mostrare la violenza, diventa salvezza e libertà negata.
Tra le file di sedie di un cinema all’aperto, tra la gente in silenzio serpeggiava solo la parola “angosciante”. E l’applauso dopo i titoli di coda. Singolare e inusuale per un cinema, anche se all’aperto. Un applauso liberatorio, un gesto di condivisione, per dire che è servito vedere, che è stato giusto far vedere.
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1 Response to “Racconti da Stoccolma”


  1. 1 achab luglio 19, 2008 alle 9:23 pm

    bellisimo e inquietante. Difficilmente capita di imbattersi in una pellicola come questa. Racconti da stoccolma non è solo un film che fa riflettere. E’ un film che scuote la parte più profonda di noi, per quello che dice e fa vedere e soprattutto per COME lo dice. Il regista sceglie di affrontare il tema da angolazioni diverse: la cultura lontana da noi e quella che ci appartiene ogni giorno. Nel film la crudeltà della prima non è meno difficile da digerire della seconda:è solo più tragica. Drammaticamente esplicita. Lo è talmente tanto che non si riesce ad accettarla. Il gesto di voltare la testa durante la visione è lo stesso che ci fa definire “incivili” quelle culture che contemplano una visione della donna sottomessa e non libera, come quella islamica. Ma non sappiamo fare altrettanto, non riusciamo a indignarci nei confronti di quei gesti che sono attorno a noi ogni giorno.


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