Little Miss Sunshine

Little Miss Sunshine - 2006PAVIA Non c’è solo il concorso di bellezza, che mostra bambine-mostri di sette anni vestite da Barbie ma tremendamente reali, e non c’è solo il viaggio per raggiungere Redondo Beach, dove si svolge la finale per Little Miss Sunshine. C’è una famiglia americana, allargata, complicata, che cerca di sembrare “vincente”. Difficile crederlo. Richard, il padre, organizza corsi sui 9 step per raggiungere il successo, che non hanno successo. Sheryl, la madre, sembra sopraffatta dalla Casa, ma non sa come aiutare i figli. Dwayne, 15 anni, ha smesso di parlare e usa un block notes per comunicare, ma è il più sveglio di tutti. Olive è la piccola miss che delle altre bambine non ha nulla, ha gli occhiali grossi, il pancino gonfio, ma ci crede e crede soprattutto nel suo numero preparato con il nonno Edwin. C’è anche lo zio Frank, critico di Proust, gay, che ha appena tentato il suicidio. Questo quadro di vita reale viene fuori durante il viaggio verso la California, nelle disavventure con il pullmino, nei discorsi di sostegno e consolazione che a turno coinvolgono i componenti della famiglia. Durante Little Miss Sunshine (2006, di Jonathan Dayton e Valerie Faris) capita spesso di ridere. Ma si ride per dissonanza con quello che siamo abituati a vedere. Si ride perché è aspro e amaro vedere questa famiglia, ma si ride proprio perché alla fine la lezione l’hanno imparata tutti, e si torna a casa più famiglia di prima.

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