Non si gira nessuno. Una donna urla, si inchina sulla testa del suo compagno ferito da un colpo di pistola impazzito e nessuno si gira a guardarla. Saranno una decina di persone, pensano solo a salvarsi, a scappare. Certo, hanno appena visto due ragazzini in motorino sparare a caso per strada, hanno appena finito di correre al riparo, di avere paura per la propria vita. Ma al chiuso, lontani da altri possibili spari, cosa rischiano a spostare lo sguardo verso il pavimento? Cosa vedrebbero? Un uomo, che urla per il dolore, o che forse si contorce senza riuscire a dire più nulla. Gli leggono in volto che si chiama Petru Birlandeanu, che ha origini romene, che per vivere suona la fisarmonica sui treni della metropolitana? E anche se fosse, questo gli vieterebbe il diritto ad essere soccorso? Le immagini sono quelle della telecamera della metropolitana. Il video va avanti. Tutte quelle persone che in questa immagine si spingono verso la porta, escono. La compagna di Petru Birlandeanu chiede aiuto, agita le braccia, le porta alla testa. Intanto arrivano altri passeggeri della metropolitana. Una signora vestita di bianco si ferma. Parla con la donna. Una ragazzina prende in mano il cellulare. Così fa anche un altro uomo, arrivato dopo qualche secondo. C’è un uomo morto sul pavimento. Solo quando non c’è più niente da fare, solo quando arrivano facce nuove, che magari non hanno nemmeno assistito alla precedente sparatoria, allora il grido di quella donna viene ascoltato. E la morte di quel ragazzo trova un occhio da cui essere guardata. A debita distanza però. Ah, siamo a Napoli. Ma in un qualsiasi altro posto sarebbe stato comunque agghiacciante.
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Rodolfo viveva solo, al quinto piano di un antico palazzo. Scriveva a macchina, batteva rapido sui tasti e spesso gridava a gran voce il contenuto di quelle lettere. Rodolfo era arrabbiato. Una delle sue finestre dava su un cortile interno del palazzo. Al vetro aveva incollato un foglio di quaderno. In stampatello con un pennarello verde aveva scritto un messaggio ai suoi vicini. Non ne ricordo esattamente il contenuto. Ma era un messaggio di avvertimento, credeva di essere spiato. Rodolfo era sicuro che qualcuno gli avvelenasse l’acqua di casa. Per questo aveva fatto controllare i serbatoi del palazzo, ma era tutto in regola. Rodolfo era spesso cattivo con gli altri. Alzava la voce, spesso. D’estate indossava sempre la canotta bianca e i pantaloni beige, a volte sopra metteva una camicia. Viveva solo e non si prendeva cura di sé. Lo ricordo seduto sui gradini della prima rampa di scale. Accanto aveva i sacchetti della spesa e sei bottiglie d’acqua minerale. Gliele portavo davanti alla porta di casa, lui ringraziava sempre un po’ stupito. E diffidente. Ecco, Rodolfo era diffidente. Fino a immaginare piani e congetture nei suoi confronti. Poi gli anni hanno iniziato a pesare sulle sue spalle. Una volta aveva lasciato il rubinetto dell’acqua aperto. Ricordo che ero entrata nel suo appartamento. C’era odore di chiuso, di sporco. Un’altra volta era stato il gas. Poi una ragazza latino americana, nel palazzo dicevano peruviana, ha iniziato a occuparsi di lui. Gli puliva la casa. Ha buttato scatoloni e scatoloni di vecchie cose. E io mi domandavo se tra le carte di quel vecchio signore non ci potesse essere qualcosa di interessante. Magari tutte quelle lettere che batteva a macchina con tanto rumore.
Rodolfo è morto. In un letto d’ospedale. Aveva più di ottant’anni. Non aveva parenti stretti, non aveva nessuno da interessato alla sua vita, nemmeno alle sue cose. Quella ragazza si è stabilita nel suo appartamento. Lo ha ricevuto in eredità da Rodolfo. Il testamento porta la sua firma. Solo che è scritto in spagnolo. Rodolfo era diffidente. Non avrebbe mai firmato un documento senza capirne il contenuto. Rodolfo però adesso non può spiegare cosa è successo nella sua vecchia casa.
Richiesta di riscatto per i libri rapiti
Pubblicato Settembre 23, 2008 Storie Lascia un commentoTags: biblioteca, francobolli, genova, libri, misteri
Capita di aver bisogno di un libro e di andare in biblioteca a cercarlo. Capita di trovare personale cordiale, che ti segue nelle pratiche di ricerca e ti aiuta a trovare quello che cerchi. Capita però anche che i libri che hai sempre preso in prestito un giorno spariscano. Capita a Genova. I libri “ballerini” protagonisti di questa storia sono dedicati ai francobolli. Sono libri del 2003. “Li ho sempre presi in prestito senza nessun problema”, mi raccontano. Fino all’ultima volta. Stessa richiesta, risposta diversa: “I libri sono in prestito”. Strano, pensa chi quei libri li consultava, perché pochi si interessano di francobolli. Però, può succedere. Solo che passano tre mesi. Strano, torna a pensare l’utente della biblioteca. Allora si cerca di capirci qualcosa. “Hanno controllato in video e mi hanno detto che quei libri non li avevano”. Ma per fortuna, per poter studiare i francobolli a casa, l’utente si era fotocopiato alcune pagine. Ecco la prova che quei libri in biblioteca c’erano. “Allora provi ad andare allo scaffale”, il suggerimento. Ma i libri proprio non ci sono. Inghiottiti dagli scaffali? Ostaggio di qualche utente? Rapiti da un filatelista? Si sale di livello per svelare il mistero, ma spiegazioni non ce ne sono. Anzi, una risposta arriva: “Sono andati persi”. Cavoli. Davvero si può perdere un libro di francobolli? Tutti i passaggi da un utente all’altro sono registrati, arrivano minacciose lettere a casa se si è in ritardo con la restituzione del libro preso in prestito. E poi, i libri se si perdono si cercano. O no? Strano, viene ancora da pensare. Nel vedere un volto stupito, un po’ amareggiato, qualcuno si sente in dovere di dare la sua interpretazione. Le parole di un dipendente, però non danno sollievo: “Sa – spiega – siete in due a chiedere quei libri, probabilmente rompendo le scatole li hanno fatti sparire”. Ecco, li hanno fatti sparire. Svelato il mistero. Che sia stata una battuta? La presa in giro di un simpaticone davanti a un volto deluso davvero? Che sia tutto uno scherzo? Che siano spariti davvero? Le ricerche proseguono.
Intercity 666 – carrozza 6
Pubblicato Agosto 19, 2008 Storie Lascia un commentoTags: coppie, intercity, matrimonio, Storie, treno, viaggi, viaggiare
Treno intercity 666 Fausto Coppi delle 18.19, carrozza 6 posto 43. Salgo a Genova. Mi guardo attorno e metto le cuffie dell’ipod. Sto così per un po’, tento di leggere qualche pagina di Firmino, un capitolo forse due poi tolgo anche la musica dalle orecchie. Lo scompartimento è pieno. Davanti a me il 44 è un signore sulla settantina, abbastanza abbronzato, curato, piccolo di statura. Accanto a lui due ragazze. Al 46 una ragazza ha gli occhi verde salvia, i capelli lunghi e ricci, l’amica è truccata, più in carne, i capelli scuri raccolti in una coda alta. Accanto a me invece c’è una signora sui sessanta. Ha grossi occhiali da sole, una borsa di paglia sulle ginocchia. La ragazza seduta accanto al finestrino invece la vedo poco, ha anche lei la musica nelle orecchie, una maglietta lilla. Quando spengo la musica mi ritrovo nei loro discorsi. Parlano di coppie e di amore.
44. Il signore è vedovo da quasi 20 anni, dice che è stata dura all’inizio e che ora un po’ si è abituato, ma che per un uomo “ritrovarsi senza la sua donna è molto più dura, perché la donna sa arrangiarsi”. Ha tre figli e cinque nipoti. Il terzo figlio – 41 anni – vive con lui, non si vuole sposare o almeno così sembrerebbe.
46. La ragazza riccia non ha nemmeno 40 anni, ha due figli, un maschio e una femmina. E’ divorziata. Interrogata dalla signora di fronte risponde che “ora sta bene e che preferirebbe fosse sparito del tutto”. Perché invece continua a vedere i figli. Non paga gli alimenti e lei non gli vuole fare causa perché anche se dovessero togliergli il diritto a vedere i figli loro comunque sono molto legati al padre, farebbe un torto ai due bambini e non a lui. Lavora nella chirurgia plastica. Dice che bisogna imparare da subito che nessuna storia è per sempre.
48. E’ l’amica della “riccia”. Molto più in carne, ha una maglietta turchese con una scollatura ampia. Ha i capelli scuri, è tagliente. Non ha figli, “io sono perfetta era un problema di mio marito”. E’ stata sposata cinque anni, si sono separati e ora aspetta il divorzio. E’ molto critica nei confronti degli uomini e lo spunto viene proprio dal figlio 41enne del vedovo: uno che si vuole divertire.
45. La signora – ha circa 60 anni – ha la pelle chiara. Si toglie gli occhiali da sole dopo un po’ che sta parlando con le due ragazze. Ha gli occhi chiari, ma la pelle intorno – dice – è sempre stata rovinata, non dall’età, è così da sempre, “ma ormai non ha senso intervenire”. E’ una bella donna o almeno lo deve essere stata, ora ha il viso stanco. Sua figlia è separata. “Non bisogna mai chiedere i motivi, i genitori devono sapere solo fino a un certo punto”. “Ma ora sua figlia come sta?”, chiede la riccia. “Bene, meglio di prima”, la risposta che sapeva di sentirsi dire.
Volevo girare il mondo
Pubblicato Maggio 6, 2008 Storie Lascia un commentoTags: genova, mondo, viaggi
GENOVA. Quattro anni, era con la mamma a fare la spesa. Pochi secondi giusto per pagare il conto del macellario e il piccolo ometto non c’è più. Escono fuori dai negozi i commercianti, la mamma chiede aiuto, inizia a risalire la strada, a chiamare. Niente. Ma lui aveva semplicemente attraversato la strada, diretto verso il porto, verso il parco giochi. Lo ha preso per mano una signora che lo ha accompagnato dalla polizia. “Perché sei andato via?”, gli ha chiesto la mamma appena lo ha ritrovato. “Volevo solo girare il mondo”. Il sogno di un bimbo di quattro anni.
