Archivio per la categoria 'Ho visto'

Storia di una domanda mai nata

gelmini

Domande da fare alla Gelmini

- Gli atenei che hanno più di 12 facoltà come faranno? Devono davvero eliminarle?
- Per tagliare il senato e il consiglio di amministrazione che criterio uso?
- Ma se il Cda è appena stato eletto devo lasciarlo in carica?
- I ricercatori dopo il 3+3 finiscono in uno scatolone “professori associati” da cui gli atenei possono pescare… e se nessuno ha i soldi? Restano senza lavoro?
- Chiedere legge delega sul diritto allo studio
- Vedi anche valutazione prof.

Ho scritto le domande su un post-it. Alcune sono le stesse dell’altra volta, perché anche se poi il Consiglio dei ministri è saltato,  un po’ di punti importanti li avevo segnati. Erano già uscite delle indiscrezioni sulla riforma dell’università e almeno dovevo capire se corrispondevano a verità. Non si sa mai… Ieri sera prima di tornare a casa dal giornale ho aggiunto qualche spunto, anche solo per schematizzare le cose importanti.

Questa volta il Consiglio c’è stato. E alla fine anche la conferenza stampa. Ok, le anticipazioni sono tutte nel disegno di legge. Il Consiglio lo ha approvato. Quindi le mie domande corrispondono al contenuto.
Ora Mariastella Gelmini è seduta accanto a Giulio Tremonti. Segno veloce un’altra domanda sul blocknotes: “Perché fate la conferenza stampa insieme”? So che alla fine questa non la farò mai, perché finisce che mi brucio le altre e anche se questa magari fa venire fuori il titolo o conferma quello che dicono da sinistra (la riforma sull’università è solo una manovra finanziaria) io ho bisogno di capire bene come si applica questa riforma. Perché poi dovrò sentire anche l’università, il rettore o qualche suo delegato e discuterne, capire cosa comporta per la mia città. Devo farlo capire ai miei lettori. Però la segno.

E’ magrissima Marystar, come la chiamiamo per farci due risate. E Giulietto - un po’ di burloneria ce la mettiamo anche per lui –  è lì che mette a posto delle carte. Ogni tanto lei si rivolge a lui, quasi a chiedere conferma. Lo noto, poi non so se ci sta nel pezzo che dovrò scrivere. Mi hanno detto di pensare a un’infografica per semplificare la riforma, magari il pezzo “politico” sarà un commento. E non lo dovrò fare io. Però anche questo me lo segno.

Ah, vedi questa cosa dei componenti esterni negli organi dell’università me l’ero persa. Lo sottolineo e aggiungo una domanda: “Come si scelgono?”
Ecco, ora ha finito. Chiede se si possono fare domande.
Aspetto un attimo dai. Ci sono persone molto più autorevoli di me, sicuramente faranno qualche domanda. No. Allora be’, mi faccio coraggio e alzo la mano. Mi presento, saluto. E faccio la mia domanda. In realtà avevo già disegnato una stellina accanto a quella che secondo me era la più importante e cioè la prima: “Come fanno gli atenei con più di 12 facoltà a tagliare?”. Avevo scelto questa perché avevo fatto una ricerca su internet e ce ne sono parecchi. Per esempio Bologna ne ha 18 o 19 mi sembra. La Sapienza ne ha 23. Così posso fare qualche intervistina ai rettori, o a qualche personaggio, insomma vediamo. Intanto faccio questa domanda, che è già una rinuncia alle altre perché so che non ci sarà tempo e perché ho già visto le occhiatacce che mi hanno lanciato i colleghi che volevano uscire dalla sala. Marystar sorride , guarda Giulietto e mi risponde…

La storia è andata diversamente. Nessuno alza la mano quando il ministro Gelmini chiede se ci sono domande. Lei allarga le braccia e sorride, mi sembra stia pensando “lo sapevo, domani mi massacreranno sui loro giornali ma qui non mi chiedono niente”. Tremonti inizia a parlare. Poi ringraziano e se ne vanno.

Ah, dimenticavo.
La storia è andata ancora più diversamente.


Io a quella conferenza stampa – ovviamente – non sono mai andata. L’ho vista su internet. Quando i ministri se ne vanno li imitano i giornalisti. Certo, poi il filmato si interrompe e io non potrò mai sapere se c’è stato l’assalto per le domande. Dopo. Diciamo che dal movimento in sala sembra di no.
Anche se non ero lì le domande però ci sono. E c’è anche un filo di indignazione: perché nessuno ha alzato la mano? il giornalista ha la possibilità di vedere fatti e di poter parlare con persone che i suoi lettori non avranno mai a disposizione se non per suo tramite. Quindi? Se hai la possibilità di fare una domanda devi farla. O no?

Pavia-Genova alla bolognese

minibasketAlzo lo sguardo dal mio giornale e curioso tra le facce degli altri passeggeri. Sono sul solito treno delle 11.35 della domenica mattina, quello che da Pavia mi porta a Genova. Non metto la musica nelle orecchie, mi lascio libera di ascoltare quello che raccontano. Sono circondata da quattro ragazzini di 12-13 anni, stanno andando insieme ad un allenatore a Sanremo. Quando poi mi coinvolgono nella conversazione, mi spiegano che sono la squadra maschile dell’Emilia Romagna per il Jamboree di Sanremo, un torneo di minibasket con 12 squadre in rappresentanza di altrettante regioni. “Vi hanno scelti anche per il carattere, per come sapete stare in campo”, spiega Federico, l’allenatore, quando Luca gli chiede perché non hanno preso “il biondo”. Uno bravo, mi dicono. Ma loro scherzano, “noi siamo i migliori”. Alcuni giocano nelle giovanili della Fortitudo. Due sono di Bologna, uno di Ferrara, l’altro non so. “Ma tu andresti a vivere in un’altra città se la società ti chiama?”, chiede sempre Federico. Perché i ragazzi iniziano a raccontarsi di loro coetanei, anzi forse con qualche anno in più, che sono andati a vivere lontano da casa, “e gli pagano tutto, la scuola e anche i vestiti”, sottolineano. “Be’ a Siena non ci andrei, però andrei in America”, risponde uno dei due più piccolini. “Vuole giocare nei Boston Sceltics“, aggiunge al suo posto uno alto alto, con i capelli tirati indietro da un cerchietto. E ridono per quella “sc” che con l’inglese non ha niente a che vedere, ma che è marchio indelebile della sua bolognesità. Mi spiegano che si sono conosciuti solo quella mattina, giocano tutti in società diverse. “Veramente io e lui ci siamo conosciuti sul campo”, mi dice un piccolino con gli occhi chiari. Hanno una parlata che fa sorridere, e loro sono simpatici. Iniziano a prendersi in giro sui voti della pagella. Italiano mi sembra essere il punto debole di tre su quattro, il quattro che subito etichettano come “secchione” ha preso 10. Anche l’allenatore non li conosceva, se non per le selezioni. E’ un istruttore nazionale di minibasket, seguirà i ragazzi e le ragazze, che ridono e scherzano  nello scompartimento a fianco, per tutta la settimana. Tengo sulle ginocchia il mio giornale, ormai lo lascio lì aperto a coprirmi le ginocchia. Mi sento bene, mentre sono lì seduta in quello scompartimento, mi sento bene. Fanno casino, mettono al massimo il volume del cellulare per sentire le canzoni di Michael Jackson. E’ quasi mezzogiorno e iniziano a ripetere in continuazione che hanno fame. Alle 12.20 in punto Federico li fa mangiare. Tirano fuori i panini, si dividono le brioches. Si respira un’aria pulita, fresca. Sono vivaci, sanno stare insieme. Mi sembra di vedere quanto può essere positivo per questi bambini giocare a basket. Poi ovviamente hanno preteso di sapere qualcosa di me. Io di loro a quel punto sapevo già troppe cose. Così gli racconto cosa faccio, da dove vengo, dove vivo. Mi ascoltano e mi fanno domande. Sono spontanei. Ecco, sono spontanei e questo ti fa sentire bene.

La coda alla posta insegna

“I nostri figli non si vedranno nemmeno più”. Lo dice un signore sulla sessantina, forse qualcosa meno. E’  in coda alla posta. Dice questa frase guardando una coppia di ragazzi giovani, i tratti asiatici, sono allo sportello e stanno pagando un bollettino. Non ci mettono né più né meno di qualsiasi altra persona. Però sono davanti a questo signore, ben vestito, un po’ abbronzato, e, ai suoi occhi, evidentemente gli fanno perdere tempo. Sento una mezza frase sui cinesi, il solito stereotipo che “ormai sono dappertutto”. La gente in coda allo sportello sbuffa. Sempre. Se poi hanno davanti un’anziana che deve ritirare la pensione il fastidio aumenta. Se c’è uno straniero si sente sbuffare ancora di più, perché scatta automatico il pensiero “non capiscono quindi ci mettono più tempo”. Discorsi fastidiosi da sentire, ovviamente. Arriva allo sportello un altro uomo, alto, vestito di verde, con i pantaloni della tuta e la maglietta infilata dentro. Deve fare parecchie operazioni, però non sento lamentele dietro le spalle. Ha modi gentili, secondo me un po’ troppi, quella gentilezza che nasconde una distanza. Spiega che deve ritirare dei soldi per sua moglie. Il nome difficile da pronunciare incuriosce la signora al di là dello sportello. “Sì, viene dalla Moldavia o Moldova”, sottolinea lui. E qualcuno dietro, in coda, si guarda.

“Signorina, ha dimenticato le lenti”. Me lo dice un signore, canotta bianca, che si vede perché la camicia color crema è aperta sul petto. Me lo dice indicando gli occhiali da sole che stavo dimenticando sul banco della posta. Ero assorta nei discorsi degli altri. Cercando di convicermi che no, non è razzismo. Ma non riesco a togliermelo dalla testa.

Principi, principesse e panchine

panchina

Se piangi o ti senti perso o qualcosa hai perso. Ma cosa quando e perché?
Tu quando piangi?
Quando ho perso qualcosa
Cosa hai perso?
In genere tanto. Con te la possibilità di vederti serena.

Lei è seduta su una panchina. Le foglie degli alberi la riparano dal sole. Sta leggendo. E’ concentrata, le mancano poche pagine del libro. Non c’è niente attorno. Legge, ma si capisce che aspetta qualcuno. Se sente un rumore alza la testa, poi guarda l’orologio. Torna a leggere. Apre la borsa, l’immagine non scende nel dettaglio, ma lascia vedere altri libri. La scena si ripete, fino all’ultima pagina del libro. Lei alza la testa, con il pensiero è lontana, lo dicono i suoi occhi, sembrano persi. Resta così qualche minuto, come se da un momento all’altro dovesse succedere qualcosa. Ma non succede niente. E come se si risvegliasse da un sogno lei prende il suo libro lo mette in borsa e si alza. Davanti alla panchina resta ferma, in piedi. Tira fuori un altro libro, uno di quelli che nella scena precedente ci erano stati fatti vedere. Lo appoggia sulla panchina. E se ne va.  Finisce così. Senza aggiungere altro. Lascia solo che i pensieri completino la storia. Lei aspettava qualcuno, aveva portato un libro da condividere, forse era sicura dell’arrivo. Ma perché lo lascia lì? Chi  guarda capisce che è troppo tardi, che la persona attesa potrà avere il libro, ma non lei. Chi guarda capisce che si sono persi. Chi guarda non può dire se si ritroveranno, può dire che lei lo ha aspettato, che lo ha cercato, che lo voleva lì. I film ci fanno vedere solo un momento, tutto il resto, quello che c’era prima, quello che sarà poi, possiamo solo immaginarlo e sognarlo. E in quell’unico momento che ci viene mostrato possiamo vedere tutto e niente, possiamo vedere oltre. Ma sono solo pensieri, pura immaginazione.

(La Principessa verde e il Principe malinconico, dai Racconti sotto la luna)

La rosa del sublime nella croce della volgare quotidianità

genova

Mi sono affacciata sui tetti di Genova, tornando a guardare quelle pietre e quel mare che da quel punto, dalla spianata di Castelletto, non vedevo da tempo. Siamo abituati a non dare peso alle cose che ci circondano, che ci sono sempre, o a quelle che abbiamo già visto. Poi lasciamo passare del tempo, e un giorno torniamo a posare lo sguardo sull’oggetto amato, e ci si ripropone nella stessa bellezza di sempre, che torna a sorprenderci, come fosse la prima volta. E’ così per le persone, per una vecchia maglietta lasciata nel cassetto, per le nostre città.

Mentre ancora avevo negli occhi questi tetti, e una leggera malinconia, di quelle che ti portano a estendere i pensieri al resto della vita, ho letto queste parole di Slavoj Zizek e ho chiuso i pensieri in una scatola.

“La volontà di mantenere una certa distanza dall’oggetto amato per non romperne l’incantesimo è un segno certo di falso amore: il vero amore non ha paura di avvicinarsi troppo, ma è pronto ad assumere l’oggetto amato in tutta la sua realtà comune e conservarne nello stesso tempo il suo status sublime”. (Slavoj Zizek)

Melina incanta

melina21  Melina firma i muri di Genova.
  Melina lascia appesi sugli autobus messaggi d’amore scritti su cartoncini a forma di stella.
  Melina, con la sua “m” panciuta quasi a formare un cuore, ha siglato i muri del porto e del centro storico.
  Melina abita in vico Lavagna. Difficile non riconoscere il suo portone.
  Melina se per strada ti vede mentre ti stai soffiando il naso ti ferma decisa: “Non vorrai buttare per terra il fazzoletto, vero?”. E’ abbastanza minacciosa.
  Melina e la sua firma sono anche sul libro di Maurizio Maggiani “Mi sono perso a Genova”
  Melina è una sorta di santone, inneggia all’amore e alla fede.
  Melina usa ritagli di giornale, pezzi di fiori e fotografie. Poi stoffa, bottoni, l’imbottitura dei cuscini.
  Melina i suoi messaggi spesso li protegge con la plastica trasparente.
  Melina parla e scrive in rima.
  Melina e il suo “Stella reale, gioia universale”
  Melina ricama. Molte delle sue frasi sono di filo dorato su sfondo rosso.
  Melina dovrebbe fare “Riccio” di cognome. Così si firma.
  Melina ha lasciato un segno anche al teatro Carlo Felice. L’immagine di Cristo dentro a un cuore e due cavolfiori alla base di questo manifesto.
  Melina adora i fiori.
  Melina dice di essere tornata vergine dopo la chiamata di Dio.
  Melina ha i capelli corti, grigi.
  Melina non sopporta come viene usata l’energia in politica. Per questo prende i cartelloni delle elezioni e li strappa. Per inventare nuovi simboli. Meno diabolici.
  Melina si racconta. A 33 anni ha lasciato marito e figli. Ha ricevuto la chiamata del Signore e nel suo biglietto al marito ha scritto “non ti lascio per abbandonarti, ma per ritrovarti in un’altra vita”.

  Melina incanta.

Occupazione sostenibile, una notte in università

foto-occupazioneUn tavolo rotondo e diverse sedie attorno. Profumo di incenso e computer accesi. Le panche deserte e la lavagna pulita. Dall’aula 6 occupata esce l’unica luce che illumina il cortile di Scienze politiche. Il cancello che si affaccia su corso Carlo Alberto è chiuso e gestito dagli studenti dopo le 20. Per entrare, qualcuno a turno sgancia le due catene e apre il cancello a chi arriva dall’esterno. Le porte non sono aperte a chiunque. Non c’è l’ingresso libero. Alle 22, lunedì sera, primo giorno di occupazione, il cortile era deserto. Nessuno tra i tavolini del bar dell’università. Solo uno spiraglio tra le porte dell’aula 6. Dentro l’occupazione notturna è iniziata da poche ore. Giovanni suona la chitarra, un gruppo gioca a carte. Si lavora al computer e si sistema la stanza. I caloriferi sono accesi. Era una delle preoccupazioni dei ragazzi: svegliarsi di notte al gelo. L’altra erano i bagni. Ma anche quelli restano aperti.

La lista di chi si ferma a dormire riporta una decina di nomi. La maggior parte sono di Scienze politiche, si conoscono da più tempo, alcuni sono compagni di corso. Micol e Sara sono anche coinquiline, da pochi mesi. Ma c’è anche Federico che è iscritto a Scienze naturali. E’ difficile dare un identikit degli occupanti. Non esiste uno stereotipo. Non appartengono tutti a un gruppo studentesco, non si muovono necessariamente sotto una stessa bandiera. Anzi, di bandiere non se ne sono viste neanche durante i corte. «Nessuno del gruppo pavese che ha partecipato alla manifestazione a Roma aveva una bandiera», spiegano i ragazzi. Sono pochi i pavesi “di nascita”, ma tutti sono figli adottivi di una città «piccola e tranquilla», che non soffoca come la vicina Milano, che dà più sicurezza. Giovanni ha 22 anni, laurea triennale in Scienze politiche. Dall’hinterland milanese ha scelto Pavia, per l’indirizzo in Cooperazione e sviluppo internazionale. Impegnato politicamente? «In me è cambiato qualcosa dopo il G8 di Genova», spiega. Giovanni si definisce un “militonto”, «quelli che hanno iniziato l’attività politica al liceo». Che una volta a Pavia, come è successo a lui, hanno sentito il problema degli spazi per i giovani, e con il gruppo Fattispazio hanno cercato di farsi sentire. Non rivela per chi ha votato alle ultime elezioni, ma spiega la sua teoria: «Voto solo quando credo nelle persone che devo delegare». E questo non capita spesso. Da grande? «Vorrei lavorare nella cooperazione internazionale non governativa».

Federico invece viene da Ascoli Piceno. «Città piccola e di destra, una città che soffoca _ spiega _ L’ambiente dei giovani è da squadristi e questo si manifesta molto alto stadio. Se non segui la massa sei tagliato fuori. Tutti i ragazzi che hanno 23 anni come me devono andare a studiare fuori, perché c’è solo Architettura». Anche Federico ha cambiato città. Ha scelto Perugia e Scienze naturali. Federico suona batteria, basso e chitarra. Ad Ascoli faceva combat folk, a Perugia suonava cover dei Pearl Jam. «Sono andato in Erasmus in Olanda _ racconta _ lì si vive bene, ogni dettaglio funziona. L’università ti prepara gradualmente, prima lavori in gruppo poi in azienda». Si è laureato con una tesi sui sistemi informativi geografici. A Perugia gli avevano chiesto di restare, perché mancava qualcuno con le conoscenze che aveva acquisito in Olanda. Federico era indeciso, ci ha pensato. Difficile proiettare tutto il futuro all’estero, così come in almeno tre anni di dottorato a meno di mille euro al mese. Suo papà, operaio, gli ha sempre detto di cercarsi un lavoro nel settore pubblico, magari di insegnare. «Ma hanno chiuso anche le Silsis _ spiega Federico _ non possiamo nemmeno insegnare eppure noi di Scienze naturali siamo preparati per questo». Così restano i sogni: quelli di diventare fotografo naturalista, per assecondare anche la passione per la fotografia. Ecco, Federico, al contrario di Giovanni, crede profondamente nel voto: «Voto sempre _ dice _ perché è un diritto e prima di noi c’è stato chi se l’è dovuto guadagnare». Anche Micol, 22 anni, alle ultime elezioni ha votato. «Pd, ma me ne vergogno, non c’erano alternative», spiega. Micol ha i capelli chiari e occhi da cui esce energia. Dopo la maturità ha passato un anno in Israele, tra volontariato e lavoro. «Quando sono tornata non sapevo bene cosa fare, ma l’idea di tornare a Milano, dove sono nata, mi faceva venire i brividi. Pavia mi piace di più, è più vivibile». Micol vorrebbe lavorare all’estero, in un progetto di cooperazione. Intanto però studia, pensa alla laurea, al viaggio in Asia che seguirà, poi alla specialistica. Alle 23.30, per la sigaretta, i ragazzi escono in cortile. In aula non si fuma. Fuori fa freddo, dentro restano la chitarra e i bicchieri di plastica con il nome scritto a pennarello, per non sprecarne troppi. Si dorme nei sacchi a pelo, sul pavimento, perché la pedana di legno tra le panche è sconnessa. Sveglia alle 7. Hanno aperto il cancello, comprato i giornali, e allestito la colazione informativa, per dare il buongiorno al secondo giorno di occupazione.

Freeze, anche Pavia si congela

freezeIl freeze è una protesta, è creatività, spettacolo metropolitano. Un gruppo di persone si dà appuntamento in un punto preciso della città e a un segnale concordato si blocca, nella posizione in cui si trova. Il mondo si ferma per qualche minuto. Anche Pavia ha avuto il suo freeze day, organizzato dall’Associazione dottorandi pavesi, per simboleggiare fisicamente il blocco della ricerca che deriverà dalla legge 133. C’è chi si è fermato leggendo un libro, chi mentre cercava di allacciarsi una scarpa. Tra chi si soffiava il naso e chi beveva da una bottiglietta d’acqua, camminavano i “non congelati”. Gli universitari pavesi hanno concesso il bis, e alle 13.12 di ieri è suonato per la seconda volta il segnale prestabilito. Strano e particolare vedere statue umane immobili in mezzo alla strada, mentre gruppi di liceali attraversavano piazza della Vittoria, all’uscita da scuola. Tra chi si domandava “Ma cosa sta succedendo?” e chi un po’ dubbioso diceva “Fanno quasi paura”, mi ha colpito l’uscita di un ragazzino che pensando di fare una battuta ha urlato “Ehi, il mondo si è fermato!”. Per lui era solo un modo per far ridere gli amici, ma il senso del freeze è proprio questo: fermare per pochi minuti la realtà che ci circonda. Pavia lo ha fatto con un valore aggiunto: evitare il blocco della ricerca.
“Né pallido, né abbronzato. Ma rosso di vergogna”. Un semplice cartello, appeso al collo di un ricercatore “congelato” in piazza col camice bianco. Non ci sono carinerie che reggono il futuro incerto dell’università.

Il video:

Da vedere anche:

http://laprovinciapavese.repubblica.it/multimedia/home/3604163

“Oggi è solo l’inizio”

Anche Pavia ha avuto la sua contestazione. Anche la Pavia universitaria è riuscita a muoversi contro il decreto Gelmini. Di Pavia si dice che è addormentata, che non reagisce, non riunisce, che è sempre troppo contenuta nelle reazioni. E’ normale che vista questa considerazione di base, e visto il fermento nelle altre piazze italiane, anche gli universitari pavesi si siano decisi a dare voce, spazio e concretezza ai loro no. Nessuno si aspettava di vedere migliaia di studenti riuniti sotto il cortile del rettorato, insieme a docenti (comunque non molti), ricercatori, dottorandi e personale tecnico. Eppure è andata così. Mentre il senato accademico discuteva se approvare o meno la mozione presentata dagli studenti (mozione che chiedeva una presa di posizione rispetto ai tre “no” della legge 133: i tagli, il blocco del turn over e la possibilità per gli atenei di diventare fondazioni private) si sono alternati al microfono rappresentanti di tutte le categorie, tre minuti a testa per raccontare il proprio dissenso, un’esperienza, una proposta. Uniti e senza bandiere. Anita, una ricercatrice precaria ha ricordato quanti precari lavorano tutti i giorni in universitò, Lorenzo ha espresso il disagio dei dottorandi,  “che vivono nell’angoscia del futuro e per questo lavorano male nel presente”. Poi docenti, alcuni pronti a spiegare in piazza. E tanti studenti. Giovanni, scienze politiche, ha preso il microfono per dire con entusiasmo che in quattro anni di università non aveva mai visto tanta gente in assemblea. “BIsogna dare un segnale a questa Pavia sempre morigerata”, l’appello di Anna Maria, chimica. Michele è partito dal cartello appeso al muro, dietro le sue spalle: “Oggi è solo l’inizio”, per dire che bisogna coinvolgere anche la città. 

In senato accademico si sono astenuti solo i due rappresentanti degli studenti di Azione Universitaria, non un’astensione politica – hanno spiegato – ma per ribadire la contrarietà rispetto ai “no senza proposte alle spalle”. La mozione comunque è passata, non le azioni simboliche che gli studenti avevano chiesto di prendere in considerazione (lezioni in piazza, rinvio dell’inaugurazione dell’anno accademico). Ora si va avanti. Per tutta la settimana ci saranno le assemblee di facoltà. Ma la protesta – che fino a questo momento è sempre stata, almeno a Pavia, divisa per ordine di scuola – adesso potrebbe davvero coordinarsi. Ancora una volta grazie a Internet. La rete creata dai genitori delle elementari ha raccolto anche gli universitari, e la catena ha raggiunto anche i licei. Come si articolerà la protesta? Difficile dirlo, per il momento. Ma intanto le voci iniziano a farsi sentire. Dopo le maestre e i genitori in piazza della Vittoria, sono arrivati gli studenti, che hanno spostato l’assemblea di ateno da una delle aule di giurisprudenza, al cortile sotto il rettorato. Perché la “piazza” dell’università pavese è proprio i cortile, con i supo portici, le sue panchine, punto di incontro e di scambio. Ora anche i licei stanno prendendo consapevolezza. Servirebbe un’azione dimostrativa. Servirebbe una catena umana dal centro verso il Ponte Vecchio, un sit-in in Piazza, una distesa di teste pensanti, unite per non mettere a rischio il futuro. Mi piace pensare che forse anche Pavia arriverà ad avere la sua lezione in piazza, come Pisa o Genova. Gli studenti, a gambe incrociate sui ciotoli pavesi, prenderanno appunti tra i passanti curiosi e disinformati, che magari si fermeranno ad orecchiare numeri, teorie e letture. Potrebbe essere un’esperienza interessante, prima ancora che una protesta simbolica.

“Ma poi chi è ’sta Gelmini?”

Ore dieci, in piazza della Vittoria arriva Daniela. Ha portato il tavolo, i voltantini da distribuire e i cartelloni da appendere. Poco dopo la raggiunge Paola. Porta le due gambe mancanti del tavolo. Daniela è maestra di inglese alle elementari, Paola è una mamma. Stanno raccogliendo firme, insieme ad altre famiglie, ad altri insegnanti, contro la riforma della scuola. E’ il primo sabato di una serie, per riuscire a raccogliere il maggior numero di firme. Che sono già quasi duemila.
A dare una mano arrivano anche altre maestre, qualche mamma. Fermano la gente per strada. Attive, sorridenti, ma anche dure se serve. Spiegano alla gente cosa comporta il ritorno al maestro unico. Si parla di tempo pieno, tagli, precari, classi di inserimento per stranieri.
“Vi interessa la scuola?”, chiede Rosanna, insegnante alle elementari, a una signora. “Sì, ma non firmo”. Sarà una mattinata difficile. Ma queste maestre trasmettono entusiasmo, credono in quello che spiegano alla gente, ecco perché tanti si fermano, prendono il documento tra le mani e firmano. Quando qualcuno risponde “non firmo perché sono d’accordo con la Gelmini”, si ferma tutto. Si fa gruppo, si discute, se ne parla, si cerca di capire. Non è una manifestazione di massa, come quelle che in queste settimane si vedono in molte città, ma per Pavia è la prima protesta concreta, il primo tentativo di coinvolgere la città. E vedere che così, in mezzo alla Piazza, c’è gente che si ferma a parlare con estranei di temi importanti, che racconta le proprie esperienze positive o negative, che si confessa, che chiede, che si informa, fa uno strano effetto. 
La signora Felicita, 62 anni, firma “per i suoi nipoti” e racconta di quando era bambina, la più grande di nove figli, che per questo non era stata mandata a scuola, e ora “mi arrangio – dice – leggo qualche testo, ma non sempre riesco a mettere insieme le frasi”. C’è chi firma per solidarietà, ma non è tanto convinta. Elena, spiega, ha visto l’intervista di Paola Perego alla Gelmini a Buona Domenica, ed è rimasta impressionata, positivamente. (Io però mi ricordo quella domenica. E’ stato abbastanza nauseante. In studio non c’era controparte, parlava solo il ministro, nessuno a fare domande critiche. Sono entrati dei ragazzi in studio per fare domande, ma hanno lasciato solo il tempo per chiedere lumi sui libri di testo… forse l’unica cosa positiva della riforma). In mezzo a tanto parlare, a tanta canfusione si sente un“Ma poi chi è ’sta Gelmini?”.  Lo chiede una bimba alla sua mamma, mentre lei firma il documento. Ha ragione questa bimba. Strappa un sorriso a chi è costretto ad aprire l’ombrello per riparare i fogli. Le maestre sono scatenate. Rosanna, avvolta in una sciarpa verde, ferma un ragazzo giovane: “Non firmi per la scuola?”. “No, ormai la scuola l’ho finita…”. A me vien da pensare: “Ecco perché troppe cose non vanno per il verso giusto”, Rosanna invece si ferma a parlare e cerca di capire. Poi lo lascia andare. “Non si può convincere tutti”. Però ci si prova. A spiegare almeno, che è già importante.

I volti della passione, 28 gradini in ginocchio

Forse inquietante non è la parola giusta. Forse bisognerebbe precisare che se un luogo inquieta è perché turba e agita. Non quieta, non rilassa, non distende. Ma smuove qualcosa dentro. Quando sono arrivata al santuario della Passione di Torricella Verzate ho subito pensato a questa parola. Mi è sembrata inquietante la via crucis raffigurata con sculture chiuse dentro a tcappelle-teche di vetro nel piazzale della chiesa, così come i souvenir in vendita all’interno: rosari e cartoline, come a dire che ogni santuario ha il suo lato commerciale.
apre una porta in legno scuro, sul retro della chiesa. Su un cartello si comunica ai visitatori che è possibile lasciare delle fotografie, con l’indicazione del luogo e della data. Cosa significa? Lo scopri aprendo la porta. Davanti una scritta nera sulla parete grigia recita che è salendo quella scala in ginocchio si potranno ottenere nove anni di indulgenza per ogni gradino. Lo aveva concesso Papa Pio IX nel 1877. Accanto alla scritta una campana, da suonare al proprio ingresso. La luce entra da occhi rotondi, vetrate rosse e blu illuminano la scala. Subito non pensi a cosa significa salire una scala in ginocchio, a quella promessa di indulgenza. No. Subito, appena entrato vedi le fotografie. Volti sempre sorridenti riparati dalle rughe della vita sono appesi ai lati della scala, e poi più su, fino all’ultimo gradino. Sono le fotografie di ragazzi e ragazze, bambini, famiglie, coppie, sorelle, amiche, genitori morti in un incidente stradale. Data di nascita e di morte, luogo dell’incidente. La maggior parte aveva vent’anni. Molti anche meno. Chi sale le scale in ginocchio, deve farlo con devozione per avere l’indulgenza, e ad ogni gradino lo pugnala un sorriso, un volto delicato di un giovane morto schiacciato nella sua auto. Ecco perché all’ingresso un cartello avvertiva di quella possibilità. Questa cappella del santuario è curata dall’associazione Familiari vittime della strada. Nei santuari si vedono spesso stanze, cappelle, pareti le cui uniche decorazioni sono disegni, fotografie di famiglie salvate, di miracolati, ci sono piccoli gessi di bambini feriti ma salvi. Qui invece ci sono immagini di chi non vive più.

Tu mi fai girar, come fossi una bambola

Patty Pravo era sicura, non voleva essere una bambola, non voleva essere “tra le dieci bambole che non ti piacciono più”. Questa, capelli rossi legati in una coda e maglietta gialla, di sicuro non piace più al suo ragazzo. Se ne sta lì, appoggiata alla ringhiera di un palazzo, in una Pavia che non fa caso a una “rossa” gettata tra i cassonetti, o forse messa lì per lanciare un messaggio a qualche burattinaio maldestro in amore. O per diventare l’ennesima ragazza di strada, nascosta ai più, ma tristemente al suo posto. Sa di film horror tra i più trash, ricorda Chucky, la bambola assassina del 1988. Eppure, senza gambe, seduta sul muretto, gli occhi truccati e i capelli arruffati ma comunque pettinati ha un suo perché. Ecco, perché è lì?
Cercasi proprietario disperatamente.

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I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Moon Palace (Paul Auster)

Il caffè di Sindona (Gianni Simone, Giuliano Turone)

… ULTIME LETTURE

Firmino (Sam Savage)

Gli effetti secondari dei sogni (Delphine de Vigan)

Abbiamo ucciso Aldo Moro (Emmanuel Amara)

Il cinico non è adatto a questo mestiere (Ryszard Kapuscinski)

La prova del miele (Salwa al-Neimi)

Né di Eva né di Adamo (Amélie Nothomb)

L'insostenibile leggerezza dell'essere (Milan Kundera)

La solitudine dei numeri primi (Paolo Giordano)

Aprile è arrivato (Morley Callaghan)

La ragazza dai capelli strani (David Foster Wallace)

Il giudice e il suo boia (Friedrich Durrenmatt)

L'amante di Lady Chatterley (David Herbert Lawrence)

Mi fido di te (Abate, Carlotto)

Il pornografo di Vienna (Lewis Crofts)

Caos Calmo (Sandro Veronesi)

Proibito parlare (Anna Politkovskaja)

La regina dei castelli di carta (Stieg Larson)

Il giorno prima della felicità (Erri De Luca)

Americana (Don De Lillo)

L'identità (Milan Kundera)

L'amante (Marguerite Duras)

La separazione del maschio (Francesco Piccolo)

Il vecchio che leggeva romanzi d'amore (Luis Sepulveda)

Foto di gruppo con chitarrista (Mauro Pagani)

Distanza di sicurezza (Slavoj Zizek)

Everyman (Philip Roth)

La bellezza e l'inferno (Roberto Saviano)

Girasole (Gyula Krudy)

Una parentesi luminosa (Marella Caracciolo Chia)

… ULTIME VISIONI

Hana-bi (Takeshi Kitano, 1997)

My blueberry nights (Wong Kar Wai, 2007)

Galantuomini (Winspeare, 2008)

In the mood for love (Wong Kar Wai, 2000)

L'isola (Kim Ki Duk, 2000)

Le onde del destino (Lars Von Trier, 1996)

Ferro 3 (Kim Ki Duk, 2004)

Sangue Vivo (Winspeare, 2000)

Onora il padre e la madre (Lumet, 2007)

Ogni cosa è illuminata (Schreiber, 2005)

Cargo 200 (Balabanov, 2007)

Il giardino di limoni (Eran Riklis, 2008)

Il bambino con il pigiama a righe (Mark Herman, 2008)

Stella (Sylvie Verheyde, 2008)

Valzer con Bashir (Ari Folman, 2008)

Milk (Gus Van Sant, 2008)

News from home (Amos Gitai, 2005)

Il cacciatore di aquiloni (Marc Forster, 2007)

La foresta sepolta (Kohei Oguri, 2005)

Caos Calmo (Antonello Grimaldi, 2007)

Gran Torino (Clint Eastwood, 2008)

Era il mese di maggio (Marlen Khutsiyev, 1970)

Lunga felice vita (Gennadi Shpalikov, 1966)

Teza (Hailé Gerima, 2008)

Birdcage Inn (Kim Ki Duk, 1998)

Freeze me (Ishii Takashi, 2000)

The Coastguard (Kim Ki Duk, 2002)

The millionaire (Danny Boyle, 2008)

Revolutionary road (Sam Mendes, 2008)

Rosetta (Luc &J.Pierre Dardenne, 1990)

True women for sale (Herman Yau Lai-To, 2008)

The Reader (Stephen Daldry, 2008)

Arizona Dream (Emir Kusturica, 1992)

Zodiac (David Fincher, 2007)

Dream (Kim Ki Duk, 2008)

Uomini che odiano le donne (Niels Arden Oplev, 2009)

Nuvole in viaggio (Aki Kaurismäki, 1996)

In Bruges (Martin McDonagh, 2008)

La banda Baader Meinhof (Uli Edel, 2008)

Crocodile (Kim Ki Duk, 1996)

La vita è un miracolo (Emir Kusturica, 2004)

La Fiammiferaia (Aki Kaurismaki, 1990)

Paura e delirio a Las Vegas (Terry Gilliam, 1998)

L'uomo in più (Paolo Sorrentino, 2001)

Il segreto di Esma (Jasmila Zbanic, 2006)

L'ultimo re di Scozia (Kevin MacDonald, 2006)

Idiots (Lars Von Trier, 1998)

L'estate di Kikujiro (Takeshi Kitano, 1999)

L'uomo senza passato (Aki Kaurismaki, 2002)

China Blue (Micha X. Peled, 2005)

Beirut diaries (Mai Masri, 2005)

Machan (Uberto Pasolini, 2008)

Il matrimonio di Tuya (Wang Quanan, 2006)

 

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