Il nastro bianco (Das Weisse Band)
di Michael Haneke (2009)
Ci sono storie una dietro l’altra, parentesi, intrecci, momenti. Spunti di riflessione. C’è la violenza di un padre sulla figlia, il disprezzo per il diverso. Per la donna. Per il proprio presente. c’è lo sguardo dei bambini, che sanno anche essere cattivi. C’è l’immagine di uguaglianza – nell’abito con il colore del lutto, nei capelli raccolti delle ragazze – e l’estrema differenza – nei muri decadenti delle case e nei muri decorati con enormi arazzi delle ville. Ci sono livelli: di comprensione, di accettazione, di ricchezza, di fatica. C’è la paura e la religione. L’amore che sembra, l’amore che non è, l’amore che cambia, l’amore che sfuma. E c’è il niente. I campi infiniti, la neve. La strada da percorrere, anche a piedi, anche se si deve andare lontano. C’è il peso da sopportare, per sé e per gli altri. Il rapporto padre-figlio, padre-figlia, marito-moglie, uomo-donna, madre-figlio. La donna. Insignificante perché non può decidere, perché rimanda ogni responsabilità al marito. Forte se lasciata sola nella gestione della casa. Sola, quando rifiutata. Inutile quando inferma e destinata a lavori meno impegnativi fisicamente, ma anche meno sicuri, per accelerare la selezione naturale, che si porta via chi non serve alla società. La donna indipendente e libera solo se ricca. Solo se può uscire di casa e affacciarsi a un’altra finestra.


Unico bianco in mezzo a quelli che lui stesso chiama i “musi gialli”. Duro, nelle espressioni del volto, nelle rughe del viso, in quella tosse che lo segna. Mr Kowalski si ritrova solo con il suo giardino da sistemare, anche quando l’erba è già cortissima, è da solo con la sua bandiera americana, che sottotono sventola. E’ da solo in casa, dopo la morte della moglie, solo perché i suoi figli non esistono, se non per telefonate di circostanza, e per l’attenzione avida di chi tiene sott’occhio l’eredità di famiglia. E’ solo perché si comporta da stronzo. E’ la prima cosa che ti viene da pensare. Poi pensi che un po’ stronzi lo sono anche i figli. E i nipoti. Lui però ha una storia alle spalle. Ha ucciso, e porta dentro il volto della guerra. I figli invece non hanno niente, non sanno niente. Mr Kowalski inciampa nei suoi vicini di casa, viene travolto dai ringraziamenti della famiglia del giovane Thao, a cui lui ha salvato la vita. E’ acido Mr Kowalski. Ogni tanto strappa un sorriso, anche se la gente in sala ride come se fosse davanti a un comico, forse perché non riesce a digerire la tensione. Perché l’aria è tesa in Gran Torino. Gli scontri tra bande, la violenza, le botte, lo sfregio, la paura. E la vendetta. Nei confronti della vita, forse più che essere diretta contro qualcuno.












