Archivio per la categoria 'Film'

Il nastro bianco

Il nastro bianco (Das Weisse Band)
di Michael Haneke (2009)

Ci sono storie una dietro l’altra, parentesi, intrecci, momenti. Spunti di riflessione. C’è la violenza di un padre sulla figlia, il disprezzo per il diverso. Per la donna. Per il proprio presente. c’è lo sguardo dei bambini, che sanno anche essere cattivi. C’è l’immagine di uguaglianza – nell’abito con il colore del lutto, nei capelli raccolti delle ragazze – e l’estrema differenza – nei muri decadenti delle case e nei muri decorati con enormi arazzi delle ville. Ci sono livelli: di comprensione, di accettazione, di ricchezza, di fatica. C’è la paura e la religione. L’amore che sembra, l’amore che non è, l’amore che cambia, l’amore che sfuma. E c’è il niente. I campi infiniti, la neve. La strada da percorrere, anche a piedi, anche se si deve andare lontano. C’è il peso da sopportare, per sé e per gli altri. Il rapporto padre-figlio, padre-figlia, marito-moglie, uomo-donna, madre-figlio. La donna. Insignificante perché non può decidere, perché rimanda ogni responsabilità al marito. Forte se lasciata sola nella gestione della casa. Sola, quando rifiutata. Inutile quando inferma e destinata a lavori meno impegnativi fisicamente, ma anche meno sicuri, per accelerare la selezione naturale, che si porta via chi non serve alla società. La donna indipendente e libera solo se ricca. Solo se può uscire di casa e affacciarsi a un’altra finestra.

Principi, principesse e panchine

panchina

Se piangi o ti senti perso o qualcosa hai perso. Ma cosa quando e perché?
Tu quando piangi?
Quando ho perso qualcosa
Cosa hai perso?
In genere tanto. Con te la possibilità di vederti serena.

Lei è seduta su una panchina. Le foglie degli alberi la riparano dal sole. Sta leggendo. E’ concentrata, le mancano poche pagine del libro. Non c’è niente attorno. Legge, ma si capisce che aspetta qualcuno. Se sente un rumore alza la testa, poi guarda l’orologio. Torna a leggere. Apre la borsa, l’immagine non scende nel dettaglio, ma lascia vedere altri libri. La scena si ripete, fino all’ultima pagina del libro. Lei alza la testa, con il pensiero è lontana, lo dicono i suoi occhi, sembrano persi. Resta così qualche minuto, come se da un momento all’altro dovesse succedere qualcosa. Ma non succede niente. E come se si risvegliasse da un sogno lei prende il suo libro lo mette in borsa e si alza. Davanti alla panchina resta ferma, in piedi. Tira fuori un altro libro, uno di quelli che nella scena precedente ci erano stati fatti vedere. Lo appoggia sulla panchina. E se ne va.  Finisce così. Senza aggiungere altro. Lascia solo che i pensieri completino la storia. Lei aspettava qualcuno, aveva portato un libro da condividere, forse era sicura dell’arrivo. Ma perché lo lascia lì? Chi  guarda capisce che è troppo tardi, che la persona attesa potrà avere il libro, ma non lei. Chi guarda capisce che si sono persi. Chi guarda non può dire se si ritroveranno, può dire che lei lo ha aspettato, che lo ha cercato, che lo voleva lì. I film ci fanno vedere solo un momento, tutto il resto, quello che c’era prima, quello che sarà poi, possiamo solo immaginarlo e sognarlo. E in quell’unico momento che ci viene mostrato possiamo vedere tutto e niente, possiamo vedere oltre. Ma sono solo pensieri, pura immaginazione.

(La Principessa verde e il Principe malinconico, dai Racconti sotto la luna)

Revolutionary road

revolutionary

“Perché non mi dici quello che senti?”

“Perché  non sento niente”

Gran Torino, parlano i volti

gran-torinoUnico bianco in mezzo a quelli che lui stesso chiama i “musi gialli”. Duro, nelle espressioni del volto, nelle rughe del viso, in quella tosse che lo segna. Mr Kowalski si ritrova solo con il suo giardino da sistemare, anche quando l’erba è già cortissima, è da solo con la sua bandiera americana, che sottotono sventola. E’ da solo in casa, dopo la morte della moglie, solo perché i suoi figli non esistono, se non per telefonate di circostanza, e per l’attenzione avida di chi tiene sott’occhio l’eredità di famiglia. E’ solo perché si comporta da stronzo. E’ la prima cosa che ti viene da pensare. Poi pensi che un po’ stronzi lo sono anche i figli. E i nipoti. Lui però ha una storia alle spalle. Ha ucciso, e porta dentro il volto della guerra. I figli invece non hanno niente, non sanno niente. Mr Kowalski inciampa nei suoi vicini di casa, viene travolto dai ringraziamenti della famiglia del giovane Thao, a cui lui ha salvato la vita. E’ acido Mr Kowalski. Ogni tanto strappa un sorriso, anche se la gente in sala ride come se fosse davanti a un comico, forse perché non riesce a digerire la tensione. Perché l’aria è tesa in Gran Torino. Gli scontri tra bande, la violenza, le botte, lo sfregio, la paura. E la vendetta. Nei confronti della vita, forse più che essere diretta contro qualcuno.
Gli estranei che qui sono anche stranieri, arrivano a contare di più nella vita del vecchio Kowalski, a cui Clint Eastwood dà il volto. Contano più della sua famiglia, semplicemente perché lo accolgono, così com’è.
Ho pensato a una possibile versione italiana di questo film. Magari la storia di un vecchio pensionato, che si trova da solo in un palazzo abitato da facce colorate, diverse dalla sua. Diversa la lingua, la pelle. Potrebbe trovare accoglienza in una di queste nuove famiglie. Ma credo che l’ipotetica versione italiana di questo film sarebbe una storia melensa, senza l’accento sui volti, a cui Clint Eastwook è riuscito a dare il ruolo di narratori.

La classe – Entre les murs

I miei muri, quelli della mia classe del liceo, erano giallini. Parlare di “muri giallini” era un modo per dire “soffocanti”. Tra quattro pareti, che siano gialline, verdine o grigette, gli studenti passano cinque anni, tutte le mattine, con un gruppo-classe imposto e che si pretende debba necessariamente essere funzionante. “Entre les murs” è il titolo giusto per raccontare cosa succede in una stanza. Perché è anche il luogo, la sua forma che determina la vita e il comportamento della classe. Essere ammassati o distanti, con i banchi a ferro di cavallo o in fila, avere spazio, luce, aria. Lo spazio chiuso e il sentire una realtà ancora più chiusa porta a reagire, a cercare di uscirne, a volte con violenza, spesso solo a parole. Le mura nel film di Laurent Cantet sono anche il quartiere, le proprie origini, la famiglia. Una scuola in cui sono rappresentanti paesi diversi, quindi multiculturale, può comunque essere “chiusa”. Il paragone con una nostra classe mi sembra difficile. Ci sono le classi con bambini o ragazzi stranieri, ma non c’è in discussione il senso di appartenenza al proprio paese, perché negli studenti italiani stessi non esiste un forte patriottismo. Non sempre pensiamo a cosa si nasconde dietro al multiculturalismo. Non sempre ci fermiamo a pensare che ditero a un bimbo straniero che va a scuola in Italia c’è una famiglia che magari l’italiano ancora non lo parla bene, c’è una mamma che indossa abiti colorati, gli stessi che usava nel suo paese d’origine e che a noi, e solo a noi, sembrano strani. Vedere cosa succede tra le mura della classe, per capire cosa si nasconde dietro le spalle degli studenti. Non è una cosa che un insegnante può non voler conoscere.

Dancer in the dark

Sapere di dover diventare ciechi dev’essere difficile da gestire, forse cerchi di fissare nella memoria il maggior numero possibile di immagini, di volti, di espressioni, per avere una possibilità in più di vedere, anche se solo nei ricordi. Cosa significa diventare ciechi lo racconta Bjork, che insegna cosa significa ballare nel buio, in Dancer in the dark di Lars Von Trier. Ci fa capire cosa comporta non vedere nulla mentre si lavora, mentre si parla, mentre si cammina, mentre si vorrebbe recitare in un musical. Senza pietismi, senza compassione, molto semplicemente e con quel pizzico di pazzia che segna anche la sua voce e il suo modo di cantare. Il musical che vorrebbe poter ancora recitare non è casuale. Si tratta di Tutti insieme appassionatamente, film musicale del 1965 tratto dalla commedia musicale The sound of music. Devo ammettere che il film lo so a memoria, e sentire Bjork che canta “Le cose che piacciono a me” (che in Tutti insieme appassionatamente la protagonista canta durante un temporale), mentre aspetta la condanna a morte, fa uno strano effetto. Come sia spesso stupido dire e suggerire di cercare un pensiero felice per non pensare al peggio, come sia tremendamente fiabesca questa ricerca (in fondo per volare Peter Pan aveva il suo pensiero felice, prima ancora della polvere magica). Eppure, quando è buio, buio soprattutto fuori, ma non dentro, ci sono musiche, parole, suoni, pensieri che salvano. Dancer in the dark riesce a farti rimanere senza fiato, riesce a farti arrabbiare, diventa difficile stare seduti, si vorrebbe poter cambiare il corso della storia, poter intervenire. Bello e poetico, ma attaccato con le unghie a sensazioni reali, a problemi della vita, alla cattiveria di molte persone, alla Storia, quella fatta – spesso – di decisioni incomprensibili.

Il matrimonio di Lorna

Il titolo originale è “Le silence de Lorna”. Il silenzio quindi e non il matrimonio al centro del film. Perché in fondo è vero, ruota tutto intorno ai matrimoni combinati, per garantirsi la cittadinanza in un paese straniero, per garantirla ad altri, perché diventa un modo per guadagnare soldi per costruirsi un futuro, anche se significa fare affari con chi i soldi li sporca. Però prima di tutto questo c’è il silenzio di Lorna, che accetta di sposarsi con un tossicodipendente per avere la cittadinanza belga, che accetta il modo più drastico per ottenere il divorzio, e cioè far uccidere lui. Lei che in silenzio mette via i soldi, che in silenzio sogna di aprire un bar. Fino al punto in cui lei stessa si spaventa di questa mancanza di reazioni, del suo silenzio davanti a tutte queste decisioni. E così parla. Corre. Rompe la catena di accordi. Rimarrà però da sola, in un silenzio obbligato, rotto solo dalla sua stessa voce che parla a un futuro che non c’è.
Ho visto Il matrimonio di Lorna di Jean-Pierre e Luc Dardenne a Genova, al cinema Corallo, una quarantina di persone sui circa 120 posti della sala, al primo spettacolo della domenica pomeriggio, in una Genova che si prepara al Salone Nautico, che inizia a coprirsi per ripararsi dal vento. Un cinema piccolo, che ospita il film in esclusiva per Genova, anche se una prima apparizione l’ha fatta la settimana scorsa al Sivori. Bello vedere tanta gente per un film così. Perché è un film che sai già ti lascerà un senso di fastidio e amaro, una di quelle storie che non lasciano molto spazio alla speranza, e che fanno riflettere perché sono qualcosa più della trama di un film. Sono lì intorno a noi, fuori dal cinema.

Dolls, ecco l’Amore

Amore. Ecco come si racconta l’amore senza cadere nella trappola del melenso. Ecco come se ne racconta anche l’aspetto più feroce, senza cadere nel sentimentalismo. Senza dialoghi melensi, senza scene di sesso, senza usare stereotipi. Ci sono “bambole”, marionette comandate dallo stregone Amore, in balia dell’altro, delle scelte della vita. I ragazzi incatenati scandiscono il cammino tra le altre storie, le incontrano e le sfiorano. Ho visto Dolls di Takeshi Kitano in lingua originale ma sottotitolato in francese, una lingua che chiama i due ragazzi  les mendiants enchainés. Se la traduzione “mendicante” è precisa e corretta dal giapponese che purtroppo non conosco, è una scelta che rispecchia il loro stato. Vagano mendicando la vita, il perdono, cercando la ragione perduta, cercando un ricordo che possa far riaccendere il sorriso, anch’esso perduto. Con quella corda rossa che trascina foglie secche, ma lascia ben radicati i fiori. E’ una corda che unisce perché è così l’amore o forse è il senso di colpo che si maschera da amore e unisce per forza?
Poi ci sono le altre storie. La donna che ha aspettato una vita, seduta su una panchina, il ritorno del suo giovane fidanzato. Lui torna, anziano, sedotto dal ricordo di lei, dopo anni che nemmeno più pensava a quel “ti aspetterò per sempre”. E ancora la cantante e il suo fan che diventa cieco apposta per lei. Non c’è un lieto fine in nessuno di questi amori. Non c’è speranza di vita insieme. Non c’è niente di duraturo, felice, spensierato. Ma non c’è in nessun momento l’intento di strappare lacrime.
E’ bello per questo. C’è l’amore raccontato, l’amore nei suoi momenti felici e nella disperazione, con parole che sono i colori dei fiori, i silenzi, i dettagli, gli occhi, persi nel ricordo o persi nell’altro.

La scena della panchina mi ha fatto pensare subito a Bad Guy di Kim Ki Duk. Il film del regista coreano è del 2001, Dolls è del 2002. Non so se Kitano si è ispirato a Kim Ki Duk, non so se c’è un richiamo volontario. Però quelle due panchine mi sono sembrate subito vicine. Un parco a fare da sfondo, lo sguardo di lei, più perso nell’amore e quello di lui, più duro. Aspettano. Aspettano l’amore, aspettano che succeda qualcosa per essere tolti di mezzo. Il golfino chiaro su un abito colorato, i capelli pettinati, sono due brave innamorate. Che aspettano la vita sedute su una panchina.

Il vento fa il suo giro

Il vento fa il suo giro, perché le cose si ripetono, le tradizioni si ripropongono. Ma poi c’è qualcosa che si unisce al passato portato dal vento, è il rifiuto per gli altri, per chi indietro vorrebbe tornarci davvero, per chi la pensa in modo diverso. Per il Festival dei diritti a Pavia hanno proiettato il film di Giorgio Diritti. Ingresso gratuito. La sala era piena, tutte le poltrone occupate, persino quelle scomodissime della prima fila. Tanti seduti per terra ai lati della sala, con la schiena appoggiata al muro, tanti anche in piedi. Perché questo film ha avuto una vita difficile, dalla produzione alla distribuzione: lo hanno voluto in pochi, poi quando il passaparola si è fatto sentire, il vento è cambiato.
E’ un film che fa dire “è realistico”. Ma detto così non significa niente, se non che i luoghi, le luci, i volti lo fanno sembrare quasi un documentario. Ha senso il realismo del film nella reazione di chi mi stava accanto. Chi conosce la realtà della montagna, le persone, il carattere, chi conosce cosa significa vivere in un paesino piccolo, in una montagna lontana, tra il verde delle valli ha finito il film con le lacrime agli occhi. “Per chi vive in città è un bel film, ma per me è devastante”. Perché la cattiveria delle persone corrisponde a verità, perché quel modo di pensare solo al proprio terreno e di fingere gentilezza per studiare chi si ha di fronte ho capito non essere solo una caricatura del regista. Ecco il realismo. Lo può dimostrare solo chi vive le stesse sensazioni raccontate dagli attori, per tutti gli altri diventa solo il gioco del Piccolo critico cinematografico.

Racconti da Stoccolma

Racconti da Stoccolma - A. Nilsson

Ci sono diversi modi di raccontare le forme che può assumere la violenza nei confronti delle donne e l’abuso in generale. Racconti da Stoccolma la violenza la mostra senza nascondere nulla, senza lasciar immaginare. Fa vedere al punto che con la schiena spingi contro la sedia, perché vorresti sottrarti alle immagini. Il film di Anders Nilsson propone tre storie che poi si intrecciano senza mai sfiorarsi. Sono storie che raccontano di culture diverse, ma con abilità il regista non tralascia di affrontare il tema della violenza domestica, senza rifarsi a religioni diverse, usanze lontane. E’ l’abuso quotidiano di un marito nei confronti della moglie, le botte, l’umiliazione e quell’atteggiamento malato che porta a sfruttare l’amore per giustificare la propria violenza. Con questa storia lo spettatore non può giustificare ciò che vede dicendosi “in fondo da noi questo non può capitare”.

Ci sono alcuni momenti del film particolarmente angoscianti. La scena in cui i familiari di Nina spingono la ragazza a buttarsi tra le auto per togliersi la vita credo sia uno dei punti più difficili da digerire. Non solo per la violenza delle immagini, ma per ciò che esse si portano dietro. Perché è difficile accettare che la propria famiglia preferisca vederti morta piuttosto che accettare un disonore, che poi è la semplice richiesta di normalità di una ragazza. Una normalità che chiede di andare oltre la cultura della famiglia che impone la verginità alle ragazze, che le obbliga a non avere contatti con il mondo esterno e che invece concede tutto agli uomini. Ancora più inaccettabile è che le “matrone” della famiglia non solo accettino ma persino organizzino tutto questo.
Colpisce anche l’uso dei mezzi di comunicazione nel film. Il cellulare soprattutto è spesso i primo piano e diventa strumento per mostrare la violenza, diventa salvezza e libertà negata.
Tra le file di sedie di un cinema all’aperto, tra la gente in silenzio serpeggiava solo la parola “angosciante”. E l’applauso dopo i titoli di coda. Singolare e inusuale per un cinema, anche se all’aperto. Un applauso liberatorio, un gesto di condivisione, per dire che è servito vedere, che è stato giusto far vedere.

Tropa de elite

Tropa de eliteHa il viso duro il capitano Nascimento, un filo di cinismo e un equilibrio che si rompe per la troppa violenza vista e provocata, per la paura di non esserci più, soprattutto davanti a un figlio che sta per nascere. Tropa de elite è duro, violento nell’essere una finestra su una realtà che non lascia molte speranze. Non c’è solo droga, non ci sono solo ragazzini uccisi, c’è anche la corruzione, il denaro, il silenzio pagato. E queste truppe armate, la divisa nera e un teschio come stemma: sono gli squadroni della morte, perché quando viene chiesto il loro intervento l’esito è scontato. Tropa de elite (vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino nel 2007) mostra la realtà delle favelas brasiliane, la gerarchia del potere, la difficoltà dei giovani a capire e ad accettare. Mostra la violenza da entramIl capitano Nascimentobe le parti. Colpisce l’ “occasione” raccontata nel film. Papa Giovanni Paolo II per la visita in Brasile del 1997 doveva alloggiare vicino a una delle favelas più difficili e per non creare problemi di “sicurezza” viene richiesto l’intervento del Bope, i soldati del corpo speciale, per “fare pulizia”. La musica scandisce la violenza. Il sangue, i colpi, le armi, le minacce lasciano che il film sia nervoso e crudo, un documentario narrato. Ma tremendamente reale. Perché ad essere tremenda è semplicemente la realtà. Così come era stato per Bus 174, sempre del regista brasiliano José Padilha: più documentario e meno film, dove la trama era la successione di fatti ripresi in diretta, il sequestro di un auotobus e il suo tragico epilogo.
La violenza però è anche all’interno del corpo speciale. L’addestramento per selezionare il successore del capitano Nascimento lascia senza fiato. E’ crudele e un po’ ricorda alcuni momenti di Full Metal Jacket di Kubrick. Quella forma di violenza che non è solo fisica, ma vuole anche derisione, umiliazione. Serve a formare il carattere e a preparare alla guerra mangiare il proprio vomito? Non lo so, ma vederlo sullo schermo fa uscire dal cinema in silenzio.

La giusta distanza

La giusta distanza - 2007Esiste una giusta distanza? Tra i personaggi del film di Carlo Mazzacurati si intrecciano riflessioni sul posto che ciascuno deve avere rispetto agli altri, in un paesino dove tutti si conoscono e arriva una giovane “esterna” ad attirare l’attenzione. Ci sono sentimenti e c’è il giallo del mistero. Filosofia e amore, poi pregiudizi, giudizi, sempre chiedendosi chi ha infranto la giusta distanza.
Il vecchio giornalista suggerisce al giovane cronista di imparare a stare nel punto giusto: non troppo lontano, ma nemmeno troppo vicino perché si corre il rischio di rimanere impantanati nei sentimenti. Non bisogna provare emozioni dunque, o almeno non farle prevalere. Eppure credo non si possa prescindere da quello che si prova, bisogna saperlo trattenere e usarlo nelle parole, perché chi scrive deve trasmettere emozioni, impressioni, colori, suoni, brividi a chi non può assistere direttamente a un fatto. Non ci sono solo dati, non ci sono solo nomi, dietro rimangono le persone. Ed è questo credo uno dei messaggi del film di Carlo Mazzacurati.
Ma non c’è solo la giusta distanza nel lavoro, c’è anche quella nei rapporti con le persone. Impossibile non tener presente la prossemica, le distanza tra le persone nel film segnano sospetti e svolte. Quando il confine dello spazio personale viene superato diventa amore, passione o fastidio, persino morte. La giusta distanza - 2007Non c’è giusta distanza poi proprio in cui giudica, perché davanti a un imputato straniero prevale il pregiudizio rispetto alla verità o almeno all’indagine per ottenerla.
Mi piace l’immagine della giovane esterna che irrompe in paese avvolta in un cappotto rosso. Mara si catapulta per lavoro in un paesino avvolto nella nebbia, vive da sola, beve tazze di tè, scrive seduta a un tavolo che si affaccia sul verde. Si innamora di Hassan, meccanico tunisino scappato dal suo paese da un matrimonio combinato. Lei vive, non pensa o pensa troppo, è pronta a partire anche se ha trovato l’amore. Sorride agli altri, perché sorride a se stessa.

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I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Gang Bang (Chuck Palahniuk)

L'amore degli insorti (Stefano Tassinari)

Autobiografia di una repubblica (Guido Crainz)

… ULTIME LETTURE

Cosmopolis (Don De Lillo)

Moon Palace (Paul Auster)

… ULTIME VISIONI

Che ora è laggiù? (Tsai Ming-Liang, 2001)

Inside Gola Profonda (Brian Grazer, 2005)

Epilogo (Marlen Khutsiyev, 1983)

Il nastro bianco (Michael Haneke, 2009)

Der 7 Kontinent (Michael Haneke, 1989)

Benny's Video (Michael Haneke, 1992)

A serious man (Joel e Ethan Coen, 2009)

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