
La bicicletta appoggiata al marciapiede, e il vento che sfoglia lento il mio giornale. Lo stesso vento che scompiglia i capelli e gela il sudore sulla pelle quando corri vicino al fiume. Sabbia bianca, un angolo ritagliato tra un prato troppo secco. Un telo steso, rosso, la Luna e il Sole al centro, intrecciati. Un telo comprato a Montpellier, che sa ancora dell’incenso del negozio, anche se è già passato sotto acqua e detersivo. Un caso quella luna e quel sole, su cui sdraiati cercare il sonno e l’assenza di pensieri. Un fiume e una panchina. Tra gli alberi, in legno. Dura, la schiena che si scompone. Ma il libro che è troppo vivo per potersi fare da parte rispetto ai muscoli che stridono. Il fiume che brilla, che è là mentre tu prendi il sole, mentre leggi, mentre cammini, corri o scappi in bicicletta. Non è il fiume, tutto, nella sua interezza. E’ quell’angolo, proprio a due passi da casa. Nemmeno troppo bello. Quell’angolo che la Lega vorrebbe liberare dai latinos, come troppo facilmente sintetizzano, senza chiedersi chi sono. Vorrebbero mandarli via perché troppo allegri, perché troppo rumorosi, perché troppa musica, perché troppe auto, perché troppo più liberi di noi. Perché la gente apprezza quello che ha solo quando altri lo scoprono e lo trovano interessante. E’ proprio quell’angolo di fiume, tra le canoe e le barche e le due scuole che avversarie si guardano. E’ lo stesso angolo di fiume dove una ragazza ha perso la vita. Era in macchina con gli amici Valentina. Occhi chiari, studentessa di Como, campionessa di nuoto sincronizzato. Era seduta dietro, l’auto si è ribaltata, oltre la strada, oltre la pista ciclabile, oltre il prato, veloce, troppo veloce su quella curva, e la sua schiena si è spezzata. Nell’angolo di fiume, proprio in quell’angolo di fiume ora c’è un mazzo di fiori e un peluche nascosto tra le foglie.

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