Unico bianco in mezzo a quelli che lui stesso chiama i “musi gialli”. Duro, nelle espressioni del volto, nelle rughe del viso, in quella tosse che lo segna. Mr Kowalski si ritrova solo con il suo giardino da sistemare, anche quando l’erba è già cortissima, è da solo con la sua bandiera americana, che sottotono sventola. E’ da solo in casa, dopo la morte della moglie, solo perché i suoi figli non esistono, se non per telefonate di circostanza, e per l’attenzione avida di chi tiene sott’occhio l’eredità di famiglia. E’ solo perché si comporta da stronzo. E’ la prima cosa che ti viene da pensare. Poi pensi che un po’ stronzi lo sono anche i figli. E i nipoti. Lui però ha una storia alle spalle. Ha ucciso, e porta dentro il volto della guerra. I figli invece non hanno niente, non sanno niente. Mr Kowalski inciampa nei suoi vicini di casa, viene travolto dai ringraziamenti della famiglia del giovane Thao, a cui lui ha salvato la vita. E’ acido Mr Kowalski. Ogni tanto strappa un sorriso, anche se la gente in sala ride come se fosse davanti a un comico, forse perché non riesce a digerire la tensione. Perché l’aria è tesa in Gran Torino. Gli scontri tra bande, la violenza, le botte, lo sfregio, la paura. E la vendetta. Nei confronti della vita, forse più che essere diretta contro qualcuno.
Gli estranei che qui sono anche stranieri, arrivano a contare di più nella vita del vecchio Kowalski, a cui Clint Eastwood dà il volto. Contano più della sua famiglia, semplicemente perché lo accolgono, così com’è.
Ho pensato a una possibile versione italiana di questo film. Magari la storia di un vecchio pensionato, che si trova da solo in un palazzo abitato da facce colorate, diverse dalla sua. Diversa la lingua, la pelle. Potrebbe trovare accoglienza in una di queste nuove famiglie. Ma credo che l’ipotetica versione italiana di questo film sarebbe una storia melensa, senza l’accento sui volti, a cui Clint Eastwook è riuscito a dare il ruolo di narratori.

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