Un tavolo rotondo e diverse sedie attorno. Profumo di incenso e computer accesi. Le panche deserte e la lavagna pulita. Dall’aula 6 occupata esce l’unica luce che illumina il cortile di Scienze politiche. Il cancello che si affaccia su corso Carlo Alberto è chiuso e gestito dagli studenti dopo le 20. Per entrare, qualcuno a turno sgancia le due catene e apre il cancello a chi arriva dall’esterno. Le porte non sono aperte a chiunque. Non c’è l’ingresso libero. Alle 22, lunedì sera, primo giorno di occupazione, il cortile era deserto. Nessuno tra i tavolini del bar dell’università. Solo uno spiraglio tra le porte dell’aula 6. Dentro l’occupazione notturna è iniziata da poche ore. Giovanni suona la chitarra, un gruppo gioca a carte. Si lavora al computer e si sistema la stanza. I caloriferi sono accesi. Era una delle preoccupazioni dei ragazzi: svegliarsi di notte al gelo. L’altra erano i bagni. Ma anche quelli restano aperti.
La lista di chi si ferma a dormire riporta una decina di nomi. La maggior parte sono di Scienze politiche, si conoscono da più tempo, alcuni sono compagni di corso. Micol e Sara sono anche coinquiline, da pochi mesi. Ma c’è anche Federico che è iscritto a Scienze naturali. E’ difficile dare un identikit degli occupanti. Non esiste uno stereotipo. Non appartengono tutti a un gruppo studentesco, non si muovono necessariamente sotto una stessa bandiera. Anzi, di bandiere non se ne sono viste neanche durante i corte. «Nessuno del gruppo pavese che ha partecipato alla manifestazione a Roma aveva una bandiera», spiegano i ragazzi. Sono pochi i pavesi “di nascita”, ma tutti sono figli adottivi di una città «piccola e tranquilla», che non soffoca come la vicina Milano, che dà più sicurezza. Giovanni ha 22 anni, laurea triennale in Scienze politiche. Dall’hinterland milanese ha scelto Pavia, per l’indirizzo in Cooperazione e sviluppo internazionale. Impegnato politicamente? «In me è cambiato qualcosa dopo il G8 di Genova», spiega. Giovanni si definisce un “militonto”, «quelli che hanno iniziato l’attività politica al liceo». Che una volta a Pavia, come è successo a lui, hanno sentito il problema degli spazi per i giovani, e con il gruppo Fattispazio hanno cercato di farsi sentire. Non rivela per chi ha votato alle ultime elezioni, ma spiega la sua teoria: «Voto solo quando credo nelle persone che devo delegare». E questo non capita spesso. Da grande? «Vorrei lavorare nella cooperazione internazionale non governativa».
Federico invece viene da Ascoli Piceno. «Città piccola e di destra, una città che soffoca _ spiega _ L’ambiente dei giovani è da squadristi e questo si manifesta molto alto stadio. Se non segui la massa sei tagliato fuori. Tutti i ragazzi che hanno 23 anni come me devono andare a studiare fuori, perché c’è solo Architettura». Anche Federico ha cambiato città. Ha scelto Perugia e Scienze naturali. Federico suona batteria, basso e chitarra. Ad Ascoli faceva combat folk, a Perugia suonava cover dei Pearl Jam. «Sono andato in Erasmus in Olanda _ racconta _ lì si vive bene, ogni dettaglio funziona. L’università ti prepara gradualmente, prima lavori in gruppo poi in azienda». Si è laureato con una tesi sui sistemi informativi geografici. A Perugia gli avevano chiesto di restare, perché mancava qualcuno con le conoscenze che aveva acquisito in Olanda. Federico era indeciso, ci ha pensato. Difficile proiettare tutto il futuro all’estero, così come in almeno tre anni di dottorato a meno di mille euro al mese. Suo papà, operaio, gli ha sempre detto di cercarsi un lavoro nel settore pubblico, magari di insegnare. «Ma hanno chiuso anche le Silsis _ spiega Federico _ non possiamo nemmeno insegnare eppure noi di Scienze naturali siamo preparati per questo». Così restano i sogni: quelli di diventare fotografo naturalista, per assecondare anche la passione per la fotografia. Ecco, Federico, al contrario di Giovanni, crede profondamente nel voto: «Voto sempre _ dice _ perché è un diritto e prima di noi c’è stato chi se l’è dovuto guadagnare». Anche Micol, 22 anni, alle ultime elezioni ha votato. «Pd, ma me ne vergogno, non c’erano alternative», spiega. Micol ha i capelli chiari e occhi da cui esce energia. Dopo la maturità ha passato un anno in Israele, tra volontariato e lavoro. «Quando sono tornata non sapevo bene cosa fare, ma l’idea di tornare a Milano, dove sono nata, mi faceva venire i brividi. Pavia mi piace di più, è più vivibile». Micol vorrebbe lavorare all’estero, in un progetto di cooperazione. Intanto però studia, pensa alla laurea, al viaggio in Asia che seguirà, poi alla specialistica. Alle 23.30, per la sigaretta, i ragazzi escono in cortile. In aula non si fuma. Fuori fa freddo, dentro restano la chitarra e i bicchieri di plastica con il nome scritto a pennarello, per non sprecarne troppi. Si dorme nei sacchi a pelo, sul pavimento, perché la pedana di legno tra le panche è sconnessa. Sveglia alle 7. Hanno aperto il cancello, comprato i giornali, e allestito la colazione informativa, per dare il buongiorno al secondo giorno di occupazione.
