Anche Pavia ha avuto la sua contestazione. Anche la Pavia universitaria è riuscita a muoversi contro il decreto Gelmini. Di Pavia si dice che è addormentata, che non reagisce, non riunisce, che è sempre troppo contenuta nelle reazioni. E’ normale che vista questa considerazione di base, e visto il fermento nelle altre piazze italiane, anche gli universitari pavesi si siano decisi a dare voce, spazio e concretezza ai loro no. Nessuno si aspettava di vedere migliaia di studenti riuniti sotto il cortile del rettorato, insieme a docenti (comunque non molti), ricercatori, dottorandi e personale tecnico. Eppure è andata così. Mentre il senato accademico discuteva se approvare o meno la mozione presentata dagli studenti (mozione che chiedeva una presa di posizione rispetto ai tre “no” della legge 133: i tagli, il blocco del turn over e la possibilità per gli atenei di diventare fondazioni private) si sono alternati al microfono rappresentanti di tutte le categorie, tre minuti a testa per raccontare il proprio dissenso, un’esperienza, una proposta. Uniti e senza bandiere. Anita, una ricercatrice precaria ha ricordato quanti precari lavorano tutti i giorni in universitò, Lorenzo ha espresso il disagio dei dottorandi, “che vivono nell’angoscia del futuro e per questo lavorano male nel presente”. Poi docenti, alcuni pronti a spiegare in piazza. E tanti studenti. Giovanni, scienze politiche, ha preso il microfono per dire con entusiasmo che in quattro anni di università non aveva mai visto tanta gente in assemblea. “BIsogna dare un segnale a questa Pavia sempre morigerata”, l’appello di Anna Maria, chimica. Michele è partito dal cartello appeso al muro, dietro le sue spalle: “Oggi è solo l’inizio”, per dire che bisogna coinvolgere anche la città.
In senato accademico si sono astenuti solo i due rappresentanti degli studenti di Azione Universitaria, non
un’astensione politica – hanno spiegato – ma per ribadire la contrarietà rispetto ai “no senza proposte alle spalle”. La mozione comunque è passata, non le azioni simboliche che gli studenti avevano chiesto di prendere in considerazione (lezioni in piazza, rinvio dell’inaugurazione dell’anno accademico). Ora si va avanti. Per tutta la settimana ci saranno le assemblee di facoltà. Ma la protesta – che fino a questo momento è sempre stata, almeno a Pavia, divisa per ordine di scuola – adesso potrebbe davvero coordinarsi. Ancora una volta grazie a Internet. La rete creata dai genitori delle elementari ha raccolto anche gli universitari, e la catena ha raggiunto anche i licei. Come si articolerà la protesta? Difficile dirlo, per il momento. Ma intanto le voci iniziano a farsi sentire. Dopo le maestre e i genitori in piazza della Vittoria, sono arrivati gli studenti, che hanno spostato l’assemblea di ateno da una delle aule di giurisprudenza, al cortile sotto il rettorato.
Perché la “piazza” dell’università pavese è proprio i cortile, con i supo portici, le sue panchine, punto di incontro e di scambio. Ora anche i licei stanno prendendo consapevolezza. Servirebbe un’azione dimostrativa. Servirebbe una catena umana dal centro verso il Ponte Vecchio, un sit-in in Piazza, una distesa di teste pensanti, unite per non mettere a rischio il futuro. Mi piace pensare che forse anche Pavia arriverà ad avere la sua lezione in piazza, come Pisa o Genova. Gli studenti, a gambe incrociate sui ciotoli pavesi, prenderanno appunti tra i passanti curiosi e disinformati, che magari si fermeranno ad orecchiare numeri, teorie e letture. Potrebbe essere un’esperienza interessante, prima ancora che una protesta simbolica.

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