Qualche dettaglio per un film, Il divo di Paolo Sorrentino, che colpisce per quello che racconta, ma anche per il modo, per i colori, gli attori, la musica.
La sequenza di morti commissionate e assurde, quelle mani che si intrecciano, che restano appoggiate alle ginocchie, che giocano con la fede. La passeggiata notturna verso la chiesa per confessarsi, con la scorta armata che lo affianca, lentamente a passo d’uomo. La “confessione” alla moglie Livia, seduto da solo in una stanza, un monologo urlato, poi sussurrato, questa volta non controllato. “I migliori anni della nostra vita” di Renato Zero, colonna sonora dell’unico momento di affetto tra Giulio Andreotti e sua moglie, la mano di lui appoggiata su quella di lei che per prima la tende verso suo marito. Nient’altro. Lei si commuove, a fatica trattiene le lacrime. Lo guarda per capire cosa prova, le guance non sono rigate, capisce che è
vivo perché il collo sopra la camicia pulsa. Poi le inquadrature, alcune attraverso i suoi occhiali quadrati, in un movimento continuo per riprendere da più posizioni. E poi il Potere. L’intreccio di mani e favori, il “caso” e le coincidenze. I morti, quanti morti. Le famiglie, i pentiti, i mafiosi che accusano il divo. Il bacio con Totò Riina. I due si guardano, seduti. Poi Andreotti si alza per primo e si vanno incontro. Colpisce il modo di dire e spiegare i fatti: quello skateboard che corre nel corridoio tra i piedi dei politici. Visto qualche scena prima con la dinamite attaccata per uddidere Falcone. Quelle ruote su quel pavimento, per dire siete stati anche voi.
Non bisogna confidarsi nemmeno con se stessi… perché non si devono lasciare tracce.
