PAVIA Mi sono innamorata di una libreria. Assemblage (Seletti, azienda del manotavano nata nel 1964) se è chiusa ha la forma di un parallelepipedo, sembra una matrioska quadrata, fatta di piccoli contenitori di legno uno dentro l’altro. Poi si “srotola” e si può decidere se creare una libreria in orizzontale o in verticale. All’interno e all’esterno dei cubi serigafie sfondo chiaro linea nera decorano le pareti.
Due cinghie la tengono ferma. Le librerie sono il contenitore delle nostre parole e di quelle degli altri, scritte anche per noi. Sugli scaffali trovi i libri del liceo, sottolineati a fatica, gli album di fotografie dal “primo compleanno” alle “ultime vacanze”, giornali, riviste, ritagli nascosti in cartellette colorate. Poi i saggi e i manuali comprati all’università, per illudersi di portare in casa un po’ di Sapere, i quaderni ad anelli con pagine e pagine di appunti. Ma soprattutto i romanzi. L’acquisto della domenica mattina, quando una passeggiata porta a entrare da Feltrinelli, o l’ultimo romanzo dello scrittore preferito o semplicemente “questo, perché ha il profumo dei libri caldi appena sfornati, la copertina lucida e leggera, la carta spessa e scura”. Alle mie spalle la mia pila di libri, un orizzonte frastagliato di piccoli e grossi mattoni colorati. Dove mattone non è sinonimo di pesantezza, ma di costruzione.
Archivio per 24 Maggio 2008
Contenitore di Parole
Pubblicato Maggio 24, 2008 Oggetti Lascia un commentoTags: assemblage, design, libreria, libri, seletti
Little Miss Sunshine
Pubblicato Maggio 24, 2008 Film Lascia un commentoTags: california, cinema, dayton, faris, Film, little miss sunshine, redondo beach
PAVIA Non c’è solo il concorso di bellezza, che mostra bambine-mostri di sette anni vestite da Barbie ma tremendamente reali, e non c’è solo il viaggio per raggiungere Redondo Beach, dove si svolge la finale per Little Miss Sunshine. C’è una famiglia americana, allargata, complicata, che cerca di sembrare “vincente”. Difficile crederlo. Richard, il padre, organizza corsi sui 9 step per raggiungere il successo, che non hanno successo. Sheryl, la madre, sembra sopraffatta dalla Casa, ma non sa come aiutare i figli. Dwayne, 15 anni, ha smesso di parlare e usa un block notes per comunicare, ma è il più sveglio di tutti. Olive è la piccola miss che delle altre bambine non ha nulla, ha gli occhiali grossi, il pancino gonfio, ma ci crede e crede soprattutto nel suo numero preparato con il nonno Edwin. C’è anche lo zio Frank, critico di Proust, gay, che ha appena tentato il suicidio. Questo quadro di vita reale viene fuori durante il viaggio verso la California, nelle disavventure con il pullmino, nei discorsi di sostegno e consolazione che a turno coinvolgono i componenti della famiglia. Durante Little Miss Sunshine (2006, di Jonathan Dayton e Valerie Faris) capita spesso di ridere. Ma si ride per dissonanza con quello che siamo abituati a vedere. Si ride perché è aspro e amaro vedere questa famiglia, ma si ride proprio perché alla fine la lezione l’hanno imparata tutti, e si torna a casa più famiglia di prima.
