Lolita

Lolita - 1962Lolita: “Mi vuoi bene?”
Humbert: “Completamente”.

Di Lolita conoscevo solo lo spunto: l’amore tra un uomo e una ragazzina. Conoscevo l’atteggiamento provocante di lei. Non ho letto il libro di Nabokov (scritto nel 1955, da cui è tratto il film) e non immaginavo questo Kubrick. L’ossessione di Humbert, professore 40enne, per Lolita, 12enne bionda e maliziosa, è completa, come l’amore che le dichiara dopo averle messo lo smalto alle unghie dei piedi. E’ un’ossessione della mente, fatta di gelosia e paura, ma anche del corpo. La prima si vede, la seconda si intuisce. Il film è del 1962, il tema della relazione tra un 40enne e una 12enne non era semplice da raccontare. Eppure manca il concretizzarsi visivo di quell’ossessione. La sensazione è di vivere un film di 2 ore e mezza in cui non si arriva a niente. Ma poi si capisce che il film riesce a dire molto. C’è la famiglia americana smontata nella sua apparente perfezione, la rassegnazione di Lolita che dopo tanti errori – come definisce lei le sue due storie passate – decide di accontentarsi del marito sordo da un orecchio da cui aspetta un figlio, in cerca di stabilità forse. C’è la dimostrazione che qualcuno osserva sempre quello che siamo, che siano i vicini furbi e curiosi o un amante che si sente tradito. C’è l’idea che amore e ossessione possono ritrovarsi in bilico. Che a volte non si ragiona davanti a quello che si prova. Nella Lolita di Kubrick c’è persino ironia, in alcuni momenti quasi stona, in altri dà respiro alla tensione – anche solo fatta di sensazioni altrui – che si avverte. C’è l’idea che per amore-ossessione-paura di perdere si può arrivare a mettersi da parte, si può essere considerati pazzi, si può rinunciare al lavoro, si può uccidere per gelosia. Anche un professore di Letteratura francese come Humbert può subire questa trasformazione.

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