PAVIA «Sai qual è il bello? Che non so nemmeno che ore sono. E non mi interessa». Bello perdere il senso del tempo. Concedersi di non guardare l’orologio. Non in un momento di pausa, non in vacanza, ma nel casino di tutti i giorni, che è ancora più difficile, anche più raro. Strano sospendersi, fermarsi per qualche ora, non solo nel tempo, ma anche nello spazio, nelle idee e nella vita. Aprire una parentesi, che poi un po’ fatica a chiudersi. E poi risvegliarsi con il sorriso. Il tempo concesso scade, si torna alla vita di poche ore prima. Consapevoli della difficoltà che richiede regalare il tempo, va bene così.
Carsten insegna Scienze sociali in università. Ha una relazione con Pil, una sua ex-studentessa. E’ innamorato di questa ragazza dai capelli scuri e gli occhi chiari. Carsten è sposato con un figlio della stessa età di Pil. Apparentemente il suo matrimonio non sembra così stanco. Eppure si rivela sorretto solo dalle visite del figlio che riporta sull’attenti i genitori in un gioco delle parti fatto di sorrisi.
Pil, insieme a due amici, partecipa ad un’azione di boicottaggio di un’azienda che produce armi e uccide un poliziotto investendolo con il furgone. Nessuno dei tre confessa. Vengono tenuti in isolamento in carcere. Ci sono i lividi sulle braccia di lei, i tentativi di Carsten di convincerla a tenere duro e non confessare. C’è la moglie del poliziotto, disperata, che anche dopo il processo (innocenti perché non si può provare chi dei tre era alla guida del mezzo) tenta in ogni modo di capire la verità, per poter riprendere a vivere.
Sono due percorsi paralleli. Da una parte la famiglia di classe media che si sgretola. Dall’altra la politica, l’attivismo, la cronaca. Nel film di Per Fly (2005) è difficile capire quale prevale. Quale delle due componenti sia la principale. Convivono in effetti e si intrecciano. Ma nessuna emerge particolarmente. Colpisce la forma della disperazione. Quella di Pil che ha paura di non riuscire a mantenere il segreto, ma che poi con molta indifferenza riuscirà a mettere in atto ciò che le diceva Carsten (”lentamente lo sentirai sempre meno, poi svanirà del tutto”). C’è la disperazione di Carsten, che sedotto e abbandonato anche da Pil, cerca di liberarsi dai sensi di colpa rivelando inutilemente che era lei a guidare, e tentando inutilmente di tornare a vivere con la moglie. C’è la disperazione della moglie del poliziotto, che non riesce a rassegnarsi a non poter dare un volto alla persona che le ha strappato il marito. Tra questi personaggi ci sono reazioni e atteggiamenti che infastidiscono. Forse fa parte tutto di quella contraddizione che parte proprio dal titolo Gli innocenti, perché di innocente c’è solo chi è costretto a guardare la vita decisa dagli altri dal vetro della finestra.
Lolita: “Mi vuoi bene?”
Humbert: “Completamente”.
Di Lolita conoscevo solo lo spunto: l’amore tra un uomo e una ragazzina. Conoscevo l’atteggiamento provocante di lei. Non ho letto il libro di Nabokov (scritto nel 1955, da cui è tratto il film) e non immaginavo questo Kubrick. L’ossessione di Humbert, professore 40enne, per Lolita, 12enne bionda e maliziosa, è completa, come l’amore che le dichiara dopo averle messo lo smalto alle unghie dei piedi. E’ un’ossessione della mente, fatta di gelosia e paura, ma anche del corpo. La prima si vede, la seconda si intuisce. Il film è del 1962, il tema della relazione tra un 40enne e una 12enne non era semplice da raccontare. Eppure manca il concretizzarsi visivo di quell’ossessione. La sensazione è di vivere un film di 2 ore e mezza in cui non si arriva a niente. Ma poi si capisce che il film riesce a dire molto. C’è la famiglia americana smontata nella sua apparente perfezione, la rassegnazione di Lolita che dopo tanti errori - come definisce lei le sue due storie passate - decide di accontentarsi del marito sordo da un orecchio da cui aspetta un figlio, in cerca di stabilità forse. C’è la dimostrazione che qualcuno osserva sempre quello che siamo, che siano i vicini furbi e curiosi o un amante che si sente tradito. C’è l’idea che amore e ossessione possono ritrovarsi in bilico. Che a volte non si ragiona davanti a quello che si prova. Nella Lolita di Kubrick c’è persino ironia, in alcuni momenti quasi stona, in altri dà respiro alla tensione - anche solo fatta di sensazioni altrui - che si avverte. C’è l’idea che per amore-ossessione-paura di perdere si può arrivare a mettersi da parte, si può essere considerati pazzi, si può rinunciare al lavoro, si può uccidere per gelosia. Anche un professore di Letteratura francese come Humbert può subire questa trasformazione.
Prova a fare il criminale
Pubblicato Maggio 13, 2008 videogiochi 1 CommentoTags: grand theft auto, Gta, videogiochi
LIBERTY CITY Lo scopo del gioco è sempre stato quello di eseguire gli ordini di un boss che dall’alto ti dirigeva e tu piccolo e insignificante criminale dovevi girare per una città vista dall’alto a rubare auto e scappare dalla polizia. Oppure potevi infischiartene delle missioni e girare liberamente per la città. Ricordo di aver giocato al primo Grand Theft Auto (uscito nel 1997) con mio fratello. Ci piaceva rubare più auto possibili, ammucchiarle in mezzo ad una strada fino a bloccarla e sparare per farle saltare in aria.
Non ho mai pensato si potesse fare anche nella vita reale. La grafica del videogioco aiutava molto a mantenere le distanze. Le immagini sgranate, i pixel piuttosto visibili, la visuale dall’alto e la scarsa identificabilità del personaggio (jeans e maglietta gialla, un puntino in mezzo a tanti) contribuivano a non immedesimarsi. Della penultima edizione (Gta San Andreas, uscito nel 2004) sono stata semplice spettatore. Mio fratello “comandava” Carl Johnson, delinquente muscoloso ma da tenere in forma, con canottiera bianca e catenozzo d’oro al collo. Lo aiutavo a scegliere i vestiti nuovi per guadagnare punti e notorietà. Avevamo stampato le mappe della città perché altrimenti era impossibile portare aventi le missioni senza perdersi.
Il 29 aprile è uscito Gta IV. Grafica curata, simulazione al dettaglio. Nella crudezza dei crimini (Le vittime di Niko Bellic, protagonista di questo episodio, si contorcono dal dolore quando gli spara, si rialzano nel tentativo di scappare, poi si riversano a terra in un lago di sangue) ma anche nella precisione con cui viene riproposta New York, mascherata dall’etichetta Liberty City. Ci sono scene di sesso, violenza senza limiti (perché armato di pistola Niko Bellic può sparare anche ai passanti o ad un automobilista per rubargli l’auto).
E’ un videogioco accompagnato ad ogni nuova uscita da critiche e preoccupazioni. La paura è che gli adolescenti, ma non solo, possano immedesimarsi troppo nelle situazioni criminali proposte. E’ il rischio però anche di altri videogiochi più “favoleggianti” e meno duri. Tra la lista delle cose da insegnare ai figli credo si dovrà aggiungere il saper distinguere tra realtà e virtuale.
Internazionale (n° 743, 9 maggio 2008, pag ) propone un articolo sulla “dura vita del killer” (Chris Baker, Slate, Stati uniti): “Grand Theft Auto è il videogioco in cui puoi caricare in macchina una prostituta, fare sesso, pagarla, ucciderla e riprenderti i soldi. Con il procedere del videogioco le vostre azioni più terribili vi si appiccicheranno addosso. Dopo qualche ora di gioco mi sono sentito a disagio perché Gta IV, al contrario di altri videogiochi, fa riflettere sulle azioni terribili che si compiono”.
Mind the gap
Pubblicato Maggio 12, 2008 Ho visto 0 CommentiTags: londra, metro, mind the gap, vuoto
LONDON Mind the gap, attenti al vuoto… quando il vuoto non è solo lo spazio nero tra la metro e il marciapiede, ma quello che ci manca per capire e ci tiene sospesi. Quello che ci fa notare le differenze tra come siamo qui e come sono lì.
Si vedono persone dai tratti orientali, che noi per nostra stupidità non sappiamo distinguere, non sappiamo dire se cinesi, giapponesi o coreani, si vedono indiani e africani. Per noi sono “stranieri” e su di loro cade il nostro occhio. Il NOI è la nostra Italia che chiede sicurezza, che ha paura del diverso. Il diverso è il modo di vivere le persone, di immergersi tra gli altri, che si respira a Londra. L’occhio non cade sugli stranieri, non solo perché sono integrati - anche storicamente - ma perché molto più semplicemente l’occhio non cade su nessuno in particolare. Non ci si deve stupire quindi se seduti per terra a Covent Garden capita di vedere nel giro di pochi minuti un gruppo di vichinghi, dieci ragazzi vestiti da super eroi che incrocia altrettanti ragazzi con parrucche verdi, rosa e fucsia. I turisti ridono. I londinesi ci sono abituati.
LONDON Ho visto le nuvole dall’alto e la loro ombra sulle montagne innevate. Ho visto quanto sono piccole le città, le strade e le auto, ho solo immaginato quanto è invisibile l’uomo dal finestrino di un aereo, perché i puntini non si vedono nemmeno. Ho visto il mosaico dei campi, il riflesso dei laghi. Ho visto le spiagge e l’acqua scura della Manica. Ho visto il riflesso del mio sorriso stupito. Tutto dal finestrino del mio primo volo.
PAVIA Prendere il caffè al tavolino di un bar, magari al sole con il vento che sfoglia il giornale e il tovagliolo che non vuole restare fermo sotto il piattino. Mi piaceva a Celle Ligure nei week end con le amiche del liceo, con la focaccia calda e il cappuccino, mi piace la ricerca del bar giusto per la persona giusta, vicino o lontano, lento o veloce, nascosto o ad alta voce. Mi piace il “ti offrò un caffè” che poi è dedicarsi del tempo.
Una parentesi luminosa
Pubblicato Maggio 7, 2008 Letture 0 CommentiTags: boccioni, colonna, lettere, libri
PAVIA E’ uscito oggi - e ora è sulla mia scrivania - “Una parentesi luminosa”, il libro che racconta di un amore segreto tra lo scultore Umberto Boccioni e la principessa Vittoria Colonna. Una passione ricostruita tramite le lettere ritrovate in un baule. Nelle fotografie dello studio di Boccioni si vedevano sempre fiori freschi o secchi, in ogni angolo, tra sculture e scaffali. Erano regali della principessa Colonna raccolti dal suo giardino sul lago Maggiore.
“Quello che c’è tra noi è una profonda realtà, è nato come realtà. Per quanto poco prima ci siamo conosciuti poi simpatizzato, poi… poi c’è il nostro segreto quel meraviglioso crescendo che ci ha condotto di castità in castità alla nostra casta voluttà!” (Boccioni)
MILANO Cinema Centrale in via Torino. La neve invade lo schermo. Copre tutto il paesaggio nell’estrema forma del selvaggio, della forza della natura di sovrastare. “Into the wild” è un film lungo, che concede i tempi del viaggio. Alcune parole potevano essere non dette, ma nell’incontro uomo-natura c’è spazio per il sorriso quasi arrogante di Supertramp convinto di poter lasciare una famiglia che lo ha reso infelice nella finzione della felicità, per vivere solo e senza niente di materiale nella natura, fino al sogno dell’Alaska. Eppure quel sorriso si spegne. Come la convinzione di poter camminare senza soffermarsi sulle persone, perché in fondo quelle che incontra durante il suo viaggio sono semplicemente buone. Solo alla fine, quando sa di dover morire, quando ammette la sconfitta, il sorriso si smorza. Happiness is real only when shared. Sono le ultime parole che scrive. Prima di capire aveva sorriso spavaldo di quella definizione di felicità che comprende una famiglia, bambini che corrono in giardino e una villetta da guardare ammirati. Di questa definizione rimane la forza della condivisione, al di là degli stereotipi, delle definizioni, della divisione dei ruoli.
GENOVA. Quattro anni, era con la mamma a fare la spesa. Pochi secondi giusto per pagare il conto del macellario e il piccolo ometto non c’è più. Escono fuori dai negozi i commercianti, la mamma chiede aiuto, inizia a risalire la strada, a chiamare. Niente. Ma lui aveva semplicemente attraversato la strada, diretto verso il porto, verso il parco giochi. Lo ha preso per mano una signora che lo ha accompagnato dalla polizia. “Perché sei andato via?”, gli ha chiesto la mamma appena lo ha ritrovato. “Volevo solo girare il mondo”. Il sogno di un bimbo di quattro anni.
