La coda alla posta insegna

“I nostri figli non si vedranno nemmeno più”. Lo dice un signore sulla sessantina, forse qualcosa meno. E’  in coda alla posta. Dice questa frase guardando una coppia di ragazzi giovani, i tratti asiatici, sono allo sportello e stanno pagando un bollettino. Non ci mettono né più né meno di qualsiasi altra persona. Però sono davanti a questo signore, ben vestito, un po’ abbronzato, e, ai suoi occhi, evidentemente gli fanno perdere tempo. Sento una mezza frase sui cinesi, il solito stereotipo che “ormai sono dappertutto”. La gente in coda allo sportello sbuffa. Sempre. Se poi hanno davanti un’anziana che deve ritirare la pensione il fastidio aumenta. Se c’è uno straniero si sente sbuffare ancora di più, perché scatta automatico il pensiero “non capiscono quindi ci mettono più tempo”. Discorsi fastidiosi da sentire, ovviamente. Arriva allo sportello un altro uomo, alto, vestito di verde, con i pantaloni della tuta e la maglietta infilata dentro. Deve fare parecchie operazioni, però non sento lamentele dietro le spalle. Ha modi gentili, secondo me un po’ troppi, quella gentilezza che nasconde una distanza. Spiega che deve ritirare dei soldi per sua moglie. Il nome difficile da pronunciare incuriosce la signora al di là dello sportello. “Sì, viene dalla Moldavia o Moldova”, sottolinea lui. E qualcuno dietro, in coda, si guarda.

“Signorina, ha dimenticato le lenti”. Me lo dice un signore, canotta bianca, che si vede perché la camicia color crema è aperta sul petto. Me lo dice indicando gli occhiali da sole che stavo dimenticando sul banco della posta. Ero assorta nei discorsi degli altri. Cercando di convicermi che no, non è razzismo. Ma non riesco a togliermelo dalla testa.

Vodka e tè verde

suqFoglie di menta in piccoli pezzi, un sapore dolce, in un bicchiere semplice. La teiera si alza e il tè cade dritto nel bicchiere, si alza ancora, quasi a sfidare le distanze. Una bimba guarda incantata quell’uomo che per 80 centesimi ti porta per qualche minuto tra i banchi di un mercato del Maghreb. Dolci ricoperti di miele, focacce schiacciate, cocco e zucchero. Poi tende, abiti rossi e arancio, stoffe verde mela, ricamate di blu. Statue in legno, monili, e bambini che dal palco cantano in spagnolo. E’ il suq di Genova. “Suq” che in arabo significa mercato. Non è un’attrazione per turisti. C’è musica, libri, persone, le pentole in terracotta che sembrano imbuti rovesciati, c’è il cibo, il profumo di spezie. C’è cultura, non c’è merce. Fino a qualche anno fa lo organizzavano in piazza Banchi, nascosta tra lunghi vicoli multicolore, racchiusa tra le vetrate della Loggia dei Mercanti. Poi lo hanno appeso al tendone dell’Expo, galleggia sull’acqua dove in inverno si trova la pista di pattinaggio sul ghiaccio. Così è più accessibile anche se la cornice del centro storico era più avvolgente.

Mentre sul mare il suq unisce curiosità e cultura, in fondo a via angolo-est1Canneto il Curto, davanti alla chiesetta di San Torpete, le vetrine dell’Angolo dell’Est sono la mia ultima scoperta. Da un lato piccole e grandi matrioske occupano la vetrina più grande. Poi si vedono tazze e teiere dorate, decorazioni barocche su sfondo rosso, servizi interi, piatti e piattini, esposti come in una vetrinetta del salotto. E poi, colorate, luminose, file e file di bottiglie di vodka. Impossibile leggerne le etichette, ma bello spiarne i colori, i disegni, le decorazioni sul vetro trasparente. Per poi passare alle bottiglie a forma di sciabola, piene di liquore. Costano meno di dieci euro, il prezzo è incollato sul collo della bottiglia. L’Angolo dell’Est, leggo nel cartellino appeso alla porta, è aperto anche la domenica, al pomeriggio. Sul vetro il disegno stilizzato di un viso di donna, bionda. Accanto a questo angolo di Russia, le botteghe della Genova antica si sono angolo-est2arricchite di sinuose scritte in arabo di chi liscia il kebab arrivato alle sue ultime porzioni, e di chi liscia i capelli dei clienti, e l’arabo lo lascia alle scritte sul vetro per tradurre “coiffeur”, o alle etichette delle bottiglie di coca cola. Si è arricchita di scritte, parole, colori, facce, suoni, odori, accenti, frutti, mercati. Ed è tutto semplicemente naturale.

Principi, principesse e panchine

panchina

Se piangi o ti senti perso o qualcosa hai perso. Ma cosa quando e perché?
Tu quando piangi?
Quando ho perso qualcosa
Cosa hai perso?
In genere tanto. Con te la possibilità di vederti serena.

Lei è seduta su una panchina. Le foglie degli alberi la riparano dal sole. Sta leggendo. E’ concentrata, le mancano poche pagine del libro. Non c’è niente attorno. Legge, ma si capisce che aspetta qualcuno. Se sente un rumore alza la testa, poi guarda l’orologio. Torna a leggere. Apre la borsa, l’immagine non scende nel dettaglio, ma lascia vedere altri libri. La scena si ripete, fino all’ultima pagina del libro. Lei alza la testa, con il pensiero è lontana, lo dicono i suoi occhi, sembrano persi. Resta così qualche minuto, come se da un momento all’altro dovesse succedere qualcosa. Ma non succede niente. E come se si risvegliasse da un sogno lei prende il suo libro lo mette in borsa e si alza. Davanti alla panchina resta ferma, in piedi. Tira fuori un altro libro, uno di quelli che nella scena precedente ci erano stati fatti vedere. Lo appoggia sulla panchina. E se ne va.  Finisce così. Senza aggiungere altro. Lascia solo che i pensieri completino la storia. Lei aspettava qualcuno, aveva portato un libro da condividere, forse era sicura dell’arrivo. Ma perché lo lascia lì? Chi  guarda capisce che è troppo tardi, che la persona attesa potrà avere il libro, ma non lei. Chi guarda capisce che si sono persi. Chi guarda non può dire se si ritroveranno, può dire che lei lo ha aspettato, che lo ha cercato, che lo voleva lì. I film ci fanno vedere solo un momento, tutto il resto, quello che c’era prima, quello che sarà poi, possiamo solo immaginarlo e sognarlo. E in quell’unico momento che ci viene mostrato possiamo vedere tutto e niente, possiamo vedere oltre. Ma sono solo pensieri, pura immaginazione.

(La Principessa verde e il Principe malinconico, dai Racconti sotto la luna)

Giratevi dall’altra parte

napoliNon si gira nessuno. Una donna urla, si inchina sulla testa del suo compagno ferito da un colpo di pistola impazzito e nessuno si gira a guardarla. Saranno una decina di persone, pensano solo a salvarsi, a scappare. Certo, hanno appena visto due ragazzini in motorino sparare a caso per strada, hanno appena finito di correre al riparo, di avere paura per la propria vita. Ma al chiuso, lontani da altri possibili spari, cosa rischiano a spostare lo sguardo verso il pavimento? Cosa vedrebbero? Un uomo, che urla per il dolore, o che forse si contorce senza riuscire a dire più nulla. Gli leggono in volto che si chiama Petru Birlandeanu, che ha origini romene, che per vivere suona la fisarmonica sui treni della metropolitana? E anche se fosse, questo gli vieterebbe il diritto ad essere soccorso? Le immagini sono quelle della telecamera della metropolitana. Il video va avanti. Tutte quelle persone che in questa immagine si spingono verso la porta, escono. La compagna di Petru Birlandeanu chiede aiuto, agita le braccia, le porta alla testa. Intanto arrivano altri passeggeri della metropolitana. Una signora vestita di bianco si ferma. Parla con la donna. Una ragazzina prende in mano il cellulare. Così fa anche un altro uomo, arrivato dopo qualche secondo. C’è un uomo morto sul pavimento. Solo quando non c’è più niente da fare, solo quando arrivano facce nuove, che magari non hanno nemmeno assistito alla precedente sparatoria, allora il grido di quella donna viene ascoltato. E la morte di quel ragazzo trova un occhio da cui essere guardata. A debita distanza però. Ah, siamo a Napoli. Ma in un qualsiasi altro posto sarebbe stato comunque agghiacciante.

Facce di pietra

magritte1

Facce silenziose, che si guardano. Attente. Alla luce negli occhi, al fuoco che vi si riflette dentro. Attente a cogliere, capire, anche oltre, molto più lontano del punto in cui i pensieri sono già riusciti ad appoggiarsi. Facce che portano sulle pieghe della pelle i momenti difficili e quelli sereni, che non riescono a nasconderli. Facce che non hanno bisogno di troppe parole. Ma che poi devono sforzarsi di dare voce  a quello che esprimono. Perché gli occhi parlano, ma non sempre si riesce a cogliere tutto. Facce nascoste, da distanze, dal tempo, da un velo. Sottile, come sottile è il confine tra reale e irreale.

Facce di pietra, spigolose. Fisse in una sola espressione, mentre dentro tutto il resto si confonde, e solo non si trasforma in luce negli occhi.

Facce dolci. Tristi, velate. Serene e luminose.

Quell’angolo di fiume

fiume

La bicicletta appoggiata al marciapiede, e il vento che sfoglia lento il mio giornale. Lo stesso vento che scompiglia i capelli e gela il sudore sulla pelle quando corri vicino al fiume. Sabbia bianca, un angolo ritagliato tra un prato troppo secco. Un telo steso, rosso, la Luna e il Sole al centro, intrecciati. Un telo comprato a Montpellier, che sa ancora dell’incenso del negozio, anche se è già passato sotto acqua e detersivo. Un caso quella luna e quel sole, su cui sdraiati cercare il sonno e l’assenza di pensieri. Un fiume e una panchina. Tra gli alberi, in legno. Dura, la schiena che si scompone. Ma il libro che è troppo vivo per potersi fare da parte rispetto ai muscoli che stridono. Il fiume che brilla, che è là mentre tu prendi il sole, mentre leggi, mentre cammini, corri o scappi in bicicletta. Non è il fiume, tutto, nella sua interezza. E’ quell’angolo, proprio a due passi da casa. Nemmeno troppo bello. Quell’angolo che la Lega vorrebbe liberare dai latinos, come troppo facilmente sintetizzano, senza chiedersi chi sono. Vorrebbero mandarli via perché troppo allegri, perché troppo rumorosi, perché troppa musica, perché troppe auto, perché troppo più liberi di noi. Perché la gente apprezza quello che ha solo quando altri lo scoprono e lo trovano interessante. E’ proprio quell’angolo di fiume, tra le canoe e le barche e le due scuole che avversarie si guardano. E’ lo stesso angolo di fiume dove una ragazza ha perso la vita. Era in macchina con gli amici Valentina. Occhi chiari, studentessa di Como, campionessa di nuoto sincronizzato. Era seduta dietro, l’auto si è ribaltata, oltre la strada, oltre la pista ciclabile, oltre il prato, veloce, troppo veloce su quella curva, e la sua schiena si è spezzata. Nell’angolo di fiume, proprio in quell’angolo di fiume ora c’è un mazzo di fiori e un peluche nascosto tra le foglie.

La rosa del sublime nella croce della volgare quotidianità

genova

Mi sono affacciata sui tetti di Genova, tornando a guardare quelle pietre e quel mare che da quel punto, dalla spianata di Castelletto, non vedevo da tempo. Siamo abituati a non dare peso alle cose che ci circondano, che ci sono sempre, o a quelle che abbiamo già visto. Poi lasciamo passare del tempo, e un giorno torniamo a posare lo sguardo sull’oggetto amato, e ci si ripropone nella stessa bellezza di sempre, che torna a sorprenderci, come fosse la prima volta. E’ così per le persone, per una vecchia maglietta lasciata nel cassetto, per le nostre città.

Mentre ancora avevo negli occhi questi tetti, e una leggera malinconia, di quelle che ti portano a estendere i pensieri al resto della vita, ho letto queste parole di Slavoj Zizek e ho chiuso i pensieri in una scatola.

“La volontà di mantenere una certa distanza dall’oggetto amato per non romperne l’incantesimo è un segno certo di falso amore: il vero amore non ha paura di avvicinarsi troppo, ma è pronto ad assumere l’oggetto amato in tutta la sua realtà comune e conservarne nello stesso tempo il suo status sublime”. (Slavoj Zizek)

Revolutionary road

revolutionary

“Perché non mi dici quello che senti?”

“Perché  non sento niente”

Ore 22.52: 150 morti, 2mila feriti, 100mila persone senza casa

terremotoLa radio diceva di case distrutte, di morti. Un terremoto. Stavo facendo colazione, bevevo il caffè. “Sarà successo in Indonesia”. Non so perché proprio l’Indonesia, comunque non qui, non in Italia. Invece parla Bertolaso. Si fa silenzio. Il volume della radio si fa più alto. Internet dà le prime risposte. Immagini, 24 morti, che diventano 27 nel giro di poco. Ma è solo l’inizio di una giornata che sarà un continuo guardare a quelle cifre, a quei volti, a quei paesi che non esistono più. Quando noi, nelle nostre case, nelle auto diretti al lavoro, sentivamo del terremoto in Abruzzo, là l’inferno era già iniziato da ore. Chissà perché succede quasi sempre di notte. Al buio, quando si ha più paura.
Il Tg1 lancia un servizio sulle “reazioni politiche” al terremoto. A me viene da pensare, chissenefrega di cosa pensano i politici. Cosa c’è da commentare? Se si poteva davvero fare qualcosa e non è stato fatto. Ma se l’argomento è questo lo chiamano “fare polemica”. Eppure…
Scorro le agenzie dell’Ansa. Ci sono vite, tante, strappate, ritrovate. Alle 11.48 trovano una bimba viva tra le macerie, la madre è morta per salvarla. Alle 16.51 trovano una mamma con i figli tra le braccia. Sono tutti morti. Sono due gocce. Prima e dopo ci sono le condoglianze a Berlusconi da parte di Putin, per citarne uno. Non so… mi sembra troppo facile fare le condoglianze a Berlusconi. Sono formalità? E’ l’etichetta?
Alle 22.44 – mentre scrivo – trovano viva una ragazza di 21 anni. Si contano 150 morti, duemila feriti, oltre 100mila sfollati. Ecco. Anche questo fa rabbia. Restiamo in silenzio davanti alle immagini, angoscia, ansia, persino paura. Fa male vedere, anche se non riusciamo a smettere, anche se non si può non cercare informazioni, capire. Però lo sappiamo già che non sarà così tra un mese, due mesi, quando queste persone continueranno a non avere una casa e noi avremo altro da guardare.

Rodolfo non sapeva lo spagnolo

rodolfoRodolfo viveva solo, al quinto piano di un antico palazzo. Scriveva a macchina, batteva rapido sui tasti e spesso gridava a gran voce il contenuto di quelle lettere. Rodolfo era arrabbiato. Una delle sue finestre dava su un cortile interno del palazzo. Al vetro aveva incollato un foglio di quaderno. In stampatello con un pennarello verde aveva scritto un messaggio ai suoi vicini. Non ne ricordo esattamente il contenuto. Ma era un messaggio di avvertimento, credeva di essere spiato. Rodolfo era sicuro che qualcuno gli avvelenasse l’acqua di casa. Per questo aveva fatto controllare i serbatoi del palazzo, ma era tutto in regola. Rodolfo era spesso cattivo con gli altri. Alzava la voce, spesso. D’estate indossava sempre la canotta bianca e i pantaloni beige, a volte sopra metteva una camicia. Viveva solo e non si prendeva cura di sé. Lo ricordo seduto sui gradini della prima rampa di scale. Accanto aveva i sacchetti della spesa e sei bottiglie d’acqua minerale. Gliele portavo davanti alla porta di casa, lui ringraziava sempre un po’ stupito. E diffidente. Ecco, Rodolfo era diffidente. Fino a immaginare piani e congetture nei suoi confronti. Poi gli anni hanno iniziato a pesare sulle sue spalle. Una volta aveva lasciato il rubinetto dell’acqua aperto. Ricordo che ero entrata nel suo appartamento. C’era odore di chiuso, di sporco. Un’altra volta era stato il gas. Poi una ragazza latino americana, nel palazzo dicevano peruviana, ha iniziato a occuparsi di lui. Gli puliva la casa. Ha buttato scatoloni e scatoloni di vecchie cose. E io mi domandavo se tra le carte di quel vecchio signore non ci potesse essere qualcosa di interessante. Magari tutte quelle lettere che batteva a macchina con tanto rumore.

Rodolfo è morto. In un letto d’ospedale. Aveva più di ottant’anni. Non aveva parenti stretti, non aveva nessuno da interessato alla sua vita, nemmeno alle sue cose. Quella ragazza si è stabilita nel suo appartamento. Lo ha ricevuto in eredità da Rodolfo. Il testamento porta la sua firma. Solo che è scritto in spagnolo. Rodolfo era diffidente. Non avrebbe mai firmato un documento senza capirne il contenuto. Rodolfo però adesso non può spiegare cosa è successo nella sua vecchia casa.

Gran Torino, parlano i volti

gran-torinoUnico bianco in mezzo a quelli che lui stesso chiama i “musi gialli”. Duro, nelle espressioni del volto, nelle rughe del viso, in quella tosse che lo segna. Mr Kowalski si ritrova solo con il suo giardino da sistemare, anche quando l’erba è già cortissima, è da solo con la sua bandiera americana, che sottotono sventola. E’ da solo in casa, dopo la morte della moglie, solo perché i suoi figli non esistono, se non per telefonate di circostanza, e per l’attenzione avida di chi tiene sott’occhio l’eredità di famiglia. E’ solo perché si comporta da stronzo. E’ la prima cosa che ti viene da pensare. Poi pensi che un po’ stronzi lo sono anche i figli. E i nipoti. Lui però ha una storia alle spalle. Ha ucciso, e porta dentro il volto della guerra. I figli invece non hanno niente, non sanno niente. Mr Kowalski inciampa nei suoi vicini di casa, viene travolto dai ringraziamenti della famiglia del giovane Thao, a cui lui ha salvato la vita. E’ acido Mr Kowalski. Ogni tanto strappa un sorriso, anche se la gente in sala ride come se fosse davanti a un comico, forse perché non riesce a digerire la tensione. Perché l’aria è tesa in Gran Torino. Gli scontri tra bande, la violenza, le botte, lo sfregio, la paura. E la vendetta. Nei confronti della vita, forse più che essere diretta contro qualcuno.
Gli estranei che qui sono anche stranieri, arrivano a contare di più nella vita del vecchio Kowalski, a cui Clint Eastwood dà il volto. Contano più della sua famiglia, semplicemente perché lo accolgono, così com’è.
Ho pensato a una possibile versione italiana di questo film. Magari la storia di un vecchio pensionato, che si trova da solo in un palazzo abitato da facce colorate, diverse dalla sua. Diversa la lingua, la pelle. Potrebbe trovare accoglienza in una di queste nuove famiglie. Ma credo che l’ipotetica versione italiana di questo film sarebbe una storia melensa, senza l’accento sui volti, a cui Clint Eastwook è riuscito a dare il ruolo di narratori.

Che bell’inganno sei anima mia

cielo1Ho chiuso gli occhi cullata dal treno. Poi li ho riaperti, all’improvviso. Dal finestrino mi sorrideva una nuvola paffuta. E poi distese di campi, un verde acceso. Qualche casa ogni tanto, e le macchie sui vetri del treno a mettere una nebbia finta e leggera su quel paesaggio. Sulle gambe il libro che stavo leggendo prima di addormentarmi, “Americana” di Don DeLillo. Nella testa ancora i suoi aggettivi. Nelle orecchie le note e le immagini di Anime salve. Provi a condividere quello che senti. Quello che vedi. Solo perché è un risveglio che ti fa vedere meglio il sole. Lo scrivi. Aspetti. Non sai cosa pensa chi legge. Non sempre si ha una risposta. Anche se a volte si aspetta, solo per essere sicuri che ci sia lo stesso sorriso dall’altra parte. A volte invece è una condivisione misteriosa. Si condivide, ci si apre, anche se solo nel descrivere una nuvola e un cielo azzurro. E non ci è dato sapere nient’altro.

“mi sono guardato piangere in uno specchio di neve
mi sono visto che ridevo
mi sono visto di spalle che partivo
ti saluto dai paesi di domani

che sono visioni di anime contadine
in volo per il mondo
mille anni al mondo mille ancora
che bell’inganno sei anima mia

e che grande questo tempo che solitudine
che bella compagnia”

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I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Considera l'aragosta (David Foster Wallace)

Girasole (Gyula Krudy)

… ULTIME LETTURE

Firmino (Sam Savage)

Gli effetti secondari dei sogni (Delphine de Vigan)

Abbiamo ucciso Aldo Moro (Emmanuel Amara)

Il cinico non è adatto a questo mestiere (Ryszard Kapuscinski)

La prova del miele (Salwa al-Neimi)

Né di Eva né di Adamo (Amélie Nothomb)

L'insostenibile leggerezza dell'essere (Milan Kundera)

La solitudine dei numeri primi (Paolo Giordano)

Aprile è arrivato (Morley Callaghan)

La ragazza dai capelli strani (David Foster Wallace)

Il giudice e il suo boia (Friedrich Durrenmatt)

L'amante di Lady Chatterley (David Herbert Lawrence)

Mi fido di te (Abate, Carlotto)

Il pornografo di Vienna (Lewis Crofts)

Caos Calmo (Sandro Veronesi)

Proibito parlare (Anna Politkovskaja)

La regina dei castelli di carta (Stieg Larson)

Il giorno prima della felicità (Erri De Luca)

Americana (Don De Lillo)

L'identità (Milan Kundera)

L'amante (Marguerite Duras)

La separazione del maschio (Francesco Piccolo)

Il vecchio che leggeva romanzi d'amore (Luis Sepulveda)

Foto di gruppo con chitarrista (Mauro Pagani)

Distanza di sicurezza (Slavoj Zizek)

Everyman (Philip Roth)

La bellezza e l'inferno (Roberto Saviano)

… ULTIME VISIONI

Hana-bi (Takeshi Kitano, 1997)

My blueberry nights (Wong Kar Wai, 2007)

Galantuomini (Winspeare, 2008)

In the mood for love (Wong Kar Wai, 2000)

L'isola (Kim Ki Duk, 2000)

Le onde del destino (Lars Von Trier, 1996)

Ferro 3 (Kim Ki Duk, 2004)

Sangue Vivo (Winspeare, 2000)

Onora il padre e la madre (Lumet, 2007)

Ogni cosa è illuminata (Schreiber, 2005)

Cargo 200 (Balabanov, 2007)

Il giardino di limoni (Eran Riklis, 2008)

Il bambino con il pigiama a righe (Mark Herman, 2008)

Stella (Sylvie Verheyde, 2008)

Valzer con Bashir (Ari Folman, 2008)

Milk (Gus Van Sant, 2008)

News from home (Amos Gitai, 2005)

Il cacciatore di aquiloni (Marc Forster, 2007)

La foresta sepolta (Kohei Oguri, 2005)

Caos Calmo (Antonello Grimaldi, 2007)

Gran Torino (Clint Eastwood, 2008)

Era il mese di maggio (Marlen Khutsiyev, 1970)

Lunga felice vita (Gennadi Shpalikov, 1966)

Teza (Hailé Gerima, 2008)

Birdcage Inn (Kim Ki Duk, 1998)

Freeze me (Ishii Takashi, 2000)

The Coastguard (Kim Ki Duk, 2002)

The millionaire (Danny Boyle, 2008)

Revolutionary road (Sam Mendes, 2008)

Rosetta (Luc &J.Pierre Dardenne, 1990)

True women for sale (Herman Yau Lai-To, 2008)

The Reader (Stephen Daldry, 2008)

Arizona Dream (Emir Kusturica, 1992)

Zodiac (David Fincher, 2007)

Dream (Kim Ki Duk, 2008)

Uomini che odiano le donne (Niels Arden Oplev, 2009)

Nuvole in viaggio (Aki Kaurismäki, 1996)

In Bruges (Martin McDonagh, 2008)

La banda Baader Meinhof (Uli Edel, 2008)

Crocodile (Kim Ki Duk, 1996)

La vita è un miracolo (Emir Kusturica, 2004)

La Fiammiferaia (Aki Kaurismaki, 1990)

Paura e delirio a Las Vegas (Terry Gilliam, 1998)

L'uomo in più (Paolo Sorrentino, 2001)

Il segreto di Esma (Jasmila Zbanic, 2006)

L'ultimo re di Scozia (Kevin MacDonald, 2006)

Idiots (Lars Von Trier, 1998)

L'estate di Kikujiro (Takeshi Kitano, 1999)

L'uomo senza passato (Aki Kaurismaki, 2002)

China Blue (Micha X. Peled, 2005)

Beirut diaries (Mai Masri, 2005)

 

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