“I nostri figli non si vedranno nemmeno più”. Lo dice un signore sulla sessantina, forse qualcosa meno. E’ in coda alla posta. Dice questa frase guardando una coppia di ragazzi giovani, i tratti asiatici, sono allo sportello e stanno pagando un bollettino. Non ci mettono né più né meno di qualsiasi altra persona. Però sono davanti a questo signore, ben vestito, un po’ abbronzato, e, ai suoi occhi, evidentemente gli fanno perdere tempo. Sento una mezza frase sui cinesi, il solito stereotipo che “ormai sono dappertutto”. La gente in coda allo sportello sbuffa. Sempre. Se poi hanno davanti un’anziana che deve ritirare la pensione il fastidio aumenta. Se c’è uno straniero si sente sbuffare ancora di più, perché scatta automatico il pensiero “non capiscono quindi ci mettono più tempo”. Discorsi fastidiosi da sentire, ovviamente. Arriva allo sportello un altro uomo, alto, vestito di verde, con i pantaloni della tuta e la maglietta infilata dentro. Deve fare parecchie operazioni, però non sento lamentele dietro le spalle. Ha modi gentili, secondo me un po’ troppi, quella gentilezza che nasconde una distanza. Spiega che deve ritirare dei soldi per sua moglie. Il nome difficile da pronunciare incuriosce la signora al di là dello sportello. “Sì, viene dalla Moldavia o Moldova”, sottolinea lui. E qualcuno dietro, in coda, si guarda.
“Signorina, ha dimenticato le lenti”. Me lo dice un signore, canotta bianca, che si vede perché la camicia color crema è aperta sul petto. Me lo dice indicando gli occhiali da sole che stavo dimenticando sul banco della posta. Ero assorta nei discorsi degli altri. Cercando di convicermi che no, non è razzismo. Ma non riesco a togliermelo dalla testa.
Foglie di menta in piccoli pezzi, un sapore dolce, in un bicchiere semplice. La teiera si alza e il tè cade dritto nel bicchiere, si alza ancora, quasi a sfidare le distanze. Una bimba guarda incantata quell’uomo che per 80 centesimi ti porta per qualche minuto tra i banchi di un mercato del Maghreb. Dolci ricoperti di miele, focacce schiacciate, cocco e zucchero. Poi tende, abiti rossi e arancio, stoffe verde mela, ricamate di blu. Statue in legno, monili, e bambini che dal palco cantano in spagnolo. E’ il suq di Genova. “Suq” che in arabo significa mercato. Non è un’attrazione per turisti. C’è musica, libri, persone, le pentole in terracotta che sembrano imbuti rovesciati, c’è il cibo, il profumo di spezie. C’è cultura, non c’è merce. Fino a qualche anno fa lo organizzavano in piazza Banchi, nascosta tra lunghi vicoli multicolore, racchiusa tra le vetrate della Loggia dei Mercanti. Poi lo hanno appeso al tendone dell’Expo, galleggia sull’acqua dove in inverno si trova la pista di pattinaggio sul ghiaccio. Così è più accessibile anche se la cornice del centro storico era più avvolgente.
Canneto il Curto, davanti alla chiesetta di San Torpete, le vetrine dell’Angolo dell’Est sono la mia ultima scoperta. Da un lato piccole e grandi matrioske occupano la vetrina più grande. Poi si vedono tazze e teiere dorate, decorazioni barocche su sfondo rosso, servizi interi, piatti e piattini, esposti come in una vetrinetta del salotto. E poi, colorate, luminose, file e file di bottiglie di vodka. Impossibile leggerne le etichette, ma bello spiarne i colori, i disegni, le decorazioni sul vetro trasparente. Per poi passare alle bottiglie a forma di sciabola, piene di liquore. Costano meno di dieci euro, il prezzo è incollato sul collo della bottiglia. L’Angolo dell’Est, leggo nel cartellino appeso alla porta, è aperto anche la domenica, al pomeriggio. Sul vetro il disegno stilizzato di un viso di donna, bionda. Accanto a questo angolo di Russia, le botteghe della Genova antica si sono
arricchite di sinuose scritte in arabo di chi liscia il kebab arrivato alle sue ultime porzioni, e di chi liscia i capelli dei clienti, e l’arabo lo lascia alle scritte sul vetro per tradurre “coiffeur”, o alle etichette delle bottiglie di coca cola. Si è arricchita di scritte, parole, colori, facce, suoni, odori, accenti, frutti, mercati. Ed è tutto semplicemente naturale.
Non si gira nessuno. Una donna urla, si inchina sulla testa del suo compagno ferito da un colpo di pistola impazzito e nessuno si gira a guardarla. Saranno una decina di persone, pensano solo a salvarsi, a scappare. Certo, hanno appena visto due ragazzini in motorino sparare a caso per strada, hanno appena finito di correre al riparo, di avere paura per la propria vita. Ma al chiuso, lontani da altri possibili spari, cosa rischiano a spostare lo sguardo verso il pavimento? Cosa vedrebbero? Un uomo, che urla per il dolore, o che forse si contorce senza riuscire a dire più nulla. Gli leggono in volto che si chiama Petru Birlandeanu, che ha origini romene, che per vivere suona la fisarmonica sui treni della metropolitana? E anche se fosse, questo gli vieterebbe il diritto ad essere soccorso? Le immagini sono quelle della telecamera della metropolitana. Il video va avanti. Tutte quelle persone che in questa immagine si spingono verso la porta, escono. La compagna di Petru Birlandeanu chiede aiuto, agita le braccia, le porta alla testa. Intanto arrivano altri passeggeri della metropolitana. Una signora vestita di bianco si ferma. Parla con la donna. Una ragazzina prende in mano il cellulare. Così fa anche un altro uomo, arrivato dopo qualche secondo. C’è un uomo morto sul pavimento. Solo quando non c’è più niente da fare, solo quando arrivano facce nuove, che magari non hanno nemmeno assistito alla precedente sparatoria, allora il grido di quella donna viene ascoltato. E la morte di quel ragazzo trova un occhio da cui essere guardata. A debita distanza però. Ah, siamo a Napoli. Ma in un qualsiasi altro posto sarebbe stato comunque agghiacciante.



La radio diceva di case distrutte, di morti. Un terremoto. Stavo facendo colazione, bevevo il caffè. “Sarà successo in Indonesia”. Non so perché proprio l’Indonesia, comunque non qui, non in Italia. Invece parla Bertolaso. Si fa silenzio. Il volume della radio si fa più alto. Internet dà le prime risposte. Immagini, 24 morti, che diventano 27 nel giro di poco. Ma è solo l’inizio di una giornata che sarà un continuo guardare a quelle cifre, a quei volti, a quei paesi che non esistono più. Quando noi, nelle nostre case, nelle auto diretti al lavoro, sentivamo del terremoto in Abruzzo, là l’inferno era già iniziato da ore. Chissà perché succede quasi sempre di notte. Al buio, quando si ha più paura.
Rodolfo viveva solo, al quinto piano di un antico palazzo. Scriveva a macchina, batteva rapido sui tasti e spesso gridava a gran voce il contenuto di quelle lettere. Rodolfo era arrabbiato. Una delle sue finestre dava su un cortile interno del palazzo. Al vetro aveva incollato un foglio di quaderno. In stampatello con un pennarello verde aveva scritto un messaggio ai suoi vicini. Non ne ricordo esattamente il contenuto. Ma era un messaggio di avvertimento, credeva di essere spiato. Rodolfo era sicuro che qualcuno gli avvelenasse l’acqua di casa. Per questo aveva fatto controllare i serbatoi del palazzo, ma era tutto in regola. Rodolfo era spesso cattivo con gli altri. Alzava la voce, spesso. D’estate indossava sempre la canotta bianca e i pantaloni beige, a volte sopra metteva una camicia. Viveva solo e non si prendeva cura di sé. Lo ricordo seduto sui gradini della prima rampa di scale. Accanto aveva i sacchetti della spesa e sei bottiglie d’acqua minerale. Gliele portavo davanti alla porta di casa, lui ringraziava sempre un po’ stupito. E diffidente. Ecco, Rodolfo era diffidente. Fino a immaginare piani e congetture nei suoi confronti. Poi gli anni hanno iniziato a pesare sulle sue spalle. Una volta aveva lasciato il rubinetto dell’acqua aperto. Ricordo che ero entrata nel suo appartamento. C’era odore di chiuso, di sporco. Un’altra volta era stato il gas. Poi una ragazza latino americana, nel palazzo dicevano peruviana, ha iniziato a occuparsi di lui. Gli puliva la casa. Ha buttato scatoloni e scatoloni di vecchie cose. E io mi domandavo se tra le carte di quel vecchio signore non ci potesse essere qualcosa di interessante. Magari tutte quelle lettere che batteva a macchina con tanto rumore.
Unico bianco in mezzo a quelli che lui stesso chiama i “musi gialli”. Duro, nelle espressioni del volto, nelle rughe del viso, in quella tosse che lo segna. Mr Kowalski si ritrova solo con il suo giardino da sistemare, anche quando l’erba è già cortissima, è da solo con la sua bandiera americana, che sottotono sventola. E’ da solo in casa, dopo la morte della moglie, solo perché i suoi figli non esistono, se non per telefonate di circostanza, e per l’attenzione avida di chi tiene sott’occhio l’eredità di famiglia. E’ solo perché si comporta da stronzo. E’ la prima cosa che ti viene da pensare. Poi pensi che un po’ stronzi lo sono anche i figli. E i nipoti. Lui però ha una storia alle spalle. Ha ucciso, e porta dentro il volto della guerra. I figli invece non hanno niente, non sanno niente. Mr Kowalski inciampa nei suoi vicini di casa, viene travolto dai ringraziamenti della famiglia del giovane Thao, a cui lui ha salvato la vita. E’ acido Mr Kowalski. Ogni tanto strappa un sorriso, anche se la gente in sala ride come se fosse davanti a un comico, forse perché non riesce a digerire la tensione. Perché l’aria è tesa in Gran Torino. Gli scontri tra bande, la violenza, le botte, lo sfregio, la paura. E la vendetta. Nei confronti della vita, forse più che essere diretta contro qualcuno.
Ho chiuso gli occhi cullata dal treno. Poi li ho riaperti, all’improvviso. Dal finestrino mi sorrideva una nuvola paffuta. E poi distese di campi, un verde acceso. Qualche casa ogni tanto, e le macchie sui vetri del treno a mettere una nebbia finta e leggera su quel paesaggio. Sulle gambe il libro che stavo leggendo prima di addormentarmi, “Americana” di Don DeLillo. Nella testa ancora i suoi aggettivi. Nelle orecchie le note e le immagini di Anime salve. Provi a condividere quello che senti. Quello che vedi. Solo perché è un risveglio che ti fa vedere meglio il sole. Lo scrivi. Aspetti. Non sai cosa pensa chi legge. Non sempre si ha una risposta. Anche se a volte si aspetta, solo per essere sicuri che ci sia lo stesso sorriso dall’altra parte. A volte invece è una condivisione misteriosa. Si condivide, ci si apre, anche se solo nel descrivere una nuvola e un cielo azzurro. E non ci è dato sapere nient’altro.