Il furgoncino bianco ha lo sportello aperto. Dentro la pancia di metallo trovano spazio tra i sedili prodotti alimentari e di artigianato, quadri, riviste, dvd. Le etichette hanno caratteri difficili da decifrare. E’ tutto made in Ucraina.
Lo sfondo è quello di piazzale Oberdan, ai piedi del centro storico di Pavia, poco lontano dal Ticino. E’ il mercatino del sabato, dedicato a chi ha lasciato l’Ucraina, a chi ha scelto l’Italia, ma non abbastanza. E’ il legame con un paese lontano due giorni di viaggio in auto, o tre ore in aereo che pochi si possono permettere. Un legame che si mantiene mandando a casa uno scatolone pieno di giocattoli per figli e nipoti. Ma anche pacchi di pasta italiana. E aspettando qualche dolce ucraino. «Perché il sapore è diverso, la vaniglia non so perché ma non è la stessa». Me lo spiega Tamara, che tiene nel sacchetto una torta Praga. E’ decorata con crema al cioccolato. Dentro ha uno strato di marmellata. E qui non si trova. E’ capace di mangiarla tutta, mi racconta, anche se il primo anno che ha passato in Italia è dimagrita di 14 chili e non riesce più a prenderli.
Tamara vive a Pavia da cinque anni. In Ucraina ha due figli. Sposati entrambi. Due nipotini, un anno e mezzo e tre e mezzo. Victor, il figlio maggiore, è venuto a trovarla a Pavia quest’anno per la prima volta. Tamara ha 49 anni, un lavoro con le carte in regola: fa le pulizie. Si sposta in bicicletta da una parte all’altra della città. Ma ora sta prendendo lezioni di guida perché vorrebbe passare al motorino. Prende più o meno mille euro al mese, paga l’affitto di un appartamento che divide con altre due signore. Per mangiare non spende molto e di vestiti ancora meno. Il resto lo manda tutto a casa. Perché, mi racconta «là il lavoro è pagato male, e i soldi non bastano». I due figli sono entrambi in polizia: prendono tra i 160 e i 200 euro al mese. L’affitto se ne porta via la metà. Il diploma per lavorare nel tessile Tamara qui non riesce a sfruttarlo, anche se per anni ha lavorato in fabbrica. Ha anche un altro diploma tecnico per usare i macchinari delle tintorie.

Dietro di lei Oleh, indaffarato tra gli scatoloni. E’ in Italia da cinque mesi. Il mercoledì parte con il furgone in modo da essere venerdì sera di ritorno a Pavia, per non mancare l’appuntamento del sabato. Perché i furgoni dall’Ucraina li aspettano in tanti, soprattutto donne che in città lavorano come badanti. Si avvicinano, cercano il prodotto desiderato, scambiano poche parole in questa lingua dura che però incanta.
Tornare a casa in Ucraina viaggiando in furgone costa 80 euro, praticamente si divide benzina e pedaggio, come tra amici. Ci vogliono due giorni, in aereo tre ore, ma costa troppo. E Oleh che viene da Cernovcy, stretta tra Romania e Moldova, poco meno di sei ore dalla capitale Kiev, non ne ha molti.
Colpiscono i sorrisi dorati di queste donne dai lineamenti stanchi, di questi uomini silenziosi. E la cura con cui guardano tra quei prodotti con il sapore di casa. Ci sono succhi di frutta, scatole di cioccolatini, barattoli di sugo. E il pesce affumicato. Ma anche giornali, oggetti in legno. La tinta per i capelli, vasi e piatti decorati. Un quadro di Gesù Cristo, come quelli appesi sopra il letto dei nonni.
C’è anche una casetta in paglia. L’amico di Oleh, che non parla italiano, ma a cui è stata tradotta la nostra chiacchierata, me ne regala una. E Tamara mi spiega ogni dettaglio. E’ decorata con semi colorati, fagioli secchi tagliati a metà e incollati, piselli dipinti di arancione, noci, grano saraceno spruzzato come fosse neve. L’immagine di San Nicola. E uno spicchio d’aglio. Per tenere lontani gli spiriti cattivi.
Nb: Grazie a Donato per le foto








Il moscone, non è una grossa mosca fastidiosa che ci ronza nelle orecchie, ma una breve notizia pubblicata a pagamento per segnalare un matrimonio, una nascita o persino la prima comunione.
Il coccodrillo non potrà mai sbranare nessuno con i suoi denti aguzzi. E’ solo la biografia di un personaggio piuttosto conosciuto, già scritta e pronta in archivio in caso di morte improvvisa.
Il pesce rosso gira senza sosta nella sua boccia di vetro, quello di lago nuota lontano dai pescatori riuniti in circolo a riva, quello di mare si colora di giallo, arancio e azzurro. Il pesce-giornalista è un errore nella composizione di un testo, magari alcune parole che spariscono dal pezzo o una frase saltata per sbaglio.
I racconti popolari non danno speranze alla civetta: sono animali notturni che portano sfortuna. Ma non c’è bisogno di tenere le dita incrociate nella speranza di non incontrarne. La civetta è tecnicamente la locandina esposta fuori dalle edicole, ma indica anche, in prima pagina, un servizio che il lettore troverà all’interno del giornale.
Nitrisce, ha il mantello di diversi colori, trecce e nastri a decorare la criniera, l’aspetto fiero e maestoso. Ecco, il cavallo non è niente di tutto ciò. E’ “semplicemente” il confidente personale di un cronista. E’ c’è anche il cavallo di ritorno… che non partecipa a gare, non ti porta indietro il bastoncino se glielo lanci lontano. E’ una notizia ripubblicata dopo essere già uscita.
E ovviamente la bufala non ci darà mai il suo latte per deliziose mozzarelle. E’ una notizia tremendamente falsa.
Il serpente di mare è velenoso, entra ed esce dall’acqua. Animale raro, legato a molte leggende. Ah, è una notizia clamorosa, ma falsa.
E poi c’è la vacca sacra. Circola in India liberamente per le strade delle città, nessuno osa toccarla, le affida speranze e preghiere. Dalle nostre parti passa di mano in mano, è costretta a sopportare segni rossi, scritti a penna. Ha gli occhi puntati addosso. E’ la prima copia del giornale stampata per segnare le correzioni da inserire nelle edizioni successive.
Non vorrei dimentare la giraffa. Il collo lungo per arrivare a mangiare le foglie più alte e lontane degli alberi. Ma è anche la gru a cui è attaccato il microfono che viene usata in televisione.
Esopo racconta che mentre la formica piano piano portava nella tana piccoli e grandi pezzi di cibo per l’inverno, la cicala si preparava al freddo e alla neve oziando tutto il giorno, cantando e passeggiando. Poi è diventata un piccolo microfono che si sistema sull’abito dell’ospite televisivo.
Nessuno può sognare per te.