Una casa di paglia per tenere lontani gli spiriti cattivi

Il furgoncino bianco ha lo sportello aperto. Dentro la pancia di metallo trovano spazio tra i sedili prodotti alimentari e di artigianato, quadri, riviste, dvd. Le etichette hanno caratteri difficili da decifrare. E’ tutto made in Ucraina.
 Lo sfondo è quello di piazzale Oberdan, ai piedi del centro storico di Pavia, poco lontano dal Ticino. E’ il mercatino del sabato, dedicato a chi ha lasciato l’Ucraina, a chi ha scelto l’Italia, ma non abbastanza. E’ il legame con un paese lontano due giorni di viaggio in auto, o tre ore in aereo che pochi si possono permettere. Un legame che si mantiene mandando a casa uno scatolone pieno di giocattoli per figli e nipoti. Ma anche pacchi di pasta italiana. E aspettando qualche dolce ucraino. «Perché il sapore è diverso, la vaniglia non so perché ma non è la stessa». Me lo spiega Tamara, che tiene nel sacchetto una torta Praga. E’ decorata con crema al cioccolato. Dentro ha uno strato di marmellata. E qui non si trova. E’ capace di mangiarla tutta, mi racconta,  anche se il primo anno che ha passato in Italia è dimagrita di 14 chili e non riesce più a prenderli.
 Tamara vive a Pavia da cinque anni. In Ucraina ha due figli. Sposati entrambi. Due nipotini, un anno e mezzo e tre e mezzo. Victor, il figlio maggiore, è venuto a trovarla a Pavia quest’anno per la prima volta. Tamara ha 49 anni, un lavoro con le carte in regola: fa le pulizie. Si sposta in bicicletta da una parte all’altra della città. Ma ora sta prendendo lezioni di guida perché vorrebbe passare al motorino. Prende più o meno mille euro al mese, paga l’affitto di un appartamento che divide con altre due signore. Per mangiare non spende molto e di vestiti ancora meno. Il resto lo manda tutto a casa. Perché, mi racconta «là il lavoro è pagato male, e i soldi non bastano». I due figli sono entrambi in polizia: prendono tra i 160 e i 200 euro al mese. L’affitto se ne porta via la metà. Il diploma per lavorare nel tessile Tamara qui non riesce a sfruttarlo, anche se per anni ha lavorato in fabbrica. Ha anche un altro diploma tecnico per usare i macchinari delle tintorie. 

 Dietro di lei Oleh, indaffarato tra gli scatoloni. E’ in Italia da cinque mesi. Il mercoledì parte con il furgone in modo da essere venerdì sera di ritorno a Pavia, per non mancare l’appuntamento del sabato. Perché i furgoni dall’Ucraina li aspettano in tanti, soprattutto donne che in città lavorano come badanti. Si avvicinano, cercano il prodotto desiderato, scambiano poche parole in questa lingua dura che però incanta.
 Tornare a casa in Ucraina viaggiando in furgone costa 80 euro, praticamente si divide benzina e pedaggio, come tra amici. Ci vogliono due giorni, in aereo tre ore, ma costa troppo. E  Oleh che viene da Cernovcy, stretta tra Romania e Moldova, poco meno di sei ore dalla capitale Kiev, non ne ha molti.
 Colpiscono i sorrisi dorati di queste donne dai lineamenti stanchi, di questi uomini silenziosi. E la cura con cui guardano tra quei prodotti con il sapore di casa. Ci sono succhi di frutta, scatole di cioccolatini, barattoli di sugo. E il pesce affumicato. Ma anche giornali, oggetti in legno. La tinta per i capelli, vasi e piatti decorati. Un quadro di Gesù Cristo, come quelli appesi sopra il letto dei nonni.
 C’è anche una casetta in paglia. L’amico di Oleh, che non parla italiano, ma a cui è stata tradotta la nostra chiacchierata, me ne regala una. E Tamara mi spiega ogni dettaglio. E’ decorata con semi colorati, fagioli secchi tagliati a metà e incollati, piselli dipinti di arancione, noci, grano saraceno spruzzato come fosse neve. L’immagine di San Nicola. E uno spicchio d’aglio. Per tenere lontani gli spiriti cattivi.

Nb: Grazie a Donato per le foto

Conversazione rubata

Negozio di telefonini.
La commessa è arrampicata su uno sgabello, i capelli ricci stirati, il viso largo, esagonale. Piena, formosa più che altro. Carina e autoritaria. Compila i moduli per il cliente.
Lui è in piedi accanto al bancone. Pelle chiarissima, occhi azzurri, una barba appena accennata. Carino, anzi forse qualcosa di più. Anche se il volto è un po’ infantile. Sembra un modello, per come è vestito soprattutto. Soprabito marrone scuro, sotto un maglione blu a coste di quelli a doppiopetto, sotto maglietta scollata che lascia vedere i pettorali. Appena accennati, come la barba. Pantaloni di jeans chiari, stretti in fondo, su scarpe a punta e al posto di un qualsiasi zainetto, un’ampia borsa di pelle nera. Occhiali ray-ban appesi alla scollatura.
Al modello deve avere pensato anche lei.
Che passa il modulo a lui.
“Devo proprio mettere la residenza ufficiale?” chiede il ragazzo.
“Ma… non per forza. Pavia o Milano?”
“No… Vigevano”. Imbarazzo. Di lui. Come se avesse appena ammesso di aver ucciso sua madre. Ecco, la mamma.
“C’è un numero che chiami più spesso? Così attiviamo la promozione?” chiede lei, e lo guarda. Voleva sapere se è fidanzato.
“Metti mia mamma”.
Ecco.
Modello di provincia, max 25 anni, offresi, mamma permettendo.

Il nastro bianco

Il nastro bianco (Das Weisse Band)
di Michael Haneke (2009)

Ci sono storie una dietro l’altra, parentesi, intrecci, momenti. Spunti di riflessione. C’è la violenza di un padre sulla figlia, il disprezzo per il diverso. Per la donna. Per il proprio presente. c’è lo sguardo dei bambini, che sanno anche essere cattivi. C’è l’immagine di uguaglianza – nell’abito con il colore del lutto, nei capelli raccolti delle ragazze – e l’estrema differenza – nei muri decadenti delle case e nei muri decorati con enormi arazzi delle ville. Ci sono livelli: di comprensione, di accettazione, di ricchezza, di fatica. C’è la paura e la religione. L’amore che sembra, l’amore che non è, l’amore che cambia, l’amore che sfuma. E c’è il niente. I campi infiniti, la neve. La strada da percorrere, anche a piedi, anche se si deve andare lontano. C’è il peso da sopportare, per sé e per gli altri. Il rapporto padre-figlio, padre-figlia, marito-moglie, uomo-donna, madre-figlio. La donna. Insignificante perché non può decidere, perché rimanda ogni responsabilità al marito. Forte se lasciata sola nella gestione della casa. Sola, quando rifiutata. Inutile quando inferma e destinata a lavori meno impegnativi fisicamente, ma anche meno sicuri, per accelerare la selezione naturale, che si porta via chi non serve alla società. La donna indipendente e libera solo se ricca. Solo se può uscire di casa e affacciarsi a un’altra finestra.

La mano tesa per una moneta… la Roma povera non è invisibile

Ho camminato per ore, guardato in alto e in basso. Ho respirato il cielo azzurro di Roma, ancora più apprezzato sapendo che da altre parti era grigio e spento. Ho visto i monumenti, le pietre antiche, la storia, i suoi pezzi, in questa città che riesce a stupire. Fatta di piccoli scorci e vedute immense. Di palazzi dai nomi noti e importanti, di potere nascosto dietro le finestre, di gente, tanta. E poi ho visto il lato scuro. La povertà. Persone sdraiate a dormire su un prato con giacconi pesanti a coprire almeno la testa, giacigli lasciati per qualche ora nascosti da una siepe, donne anziane abbandonate sui gradini di qualche portone, donne sdraiate a terra, la testa china sulle mani a toccare la strada per chiedere una moneta. Vecchi seduti a vendere caldarroste, tutte uguali negli angoli di Roma, la stessa forma perfetta, il taglio preciso a lasciar spuntare dalla buccia bruciacchiata il frutto chiaro. Un arlecchino in piazza Navona, una bianca statua a mandare baci lungo la strada, una mummia egizia, un bambino che suona il tamburo e balla senza allegria, ma potente. Ho visto tante mani tese.

Melina lascia il segno anche a Roma

Ero sul taxi (perché sì lo ammetto, a Roma ho preso spesso il taxi e mi ha fatta sentire ancora più in vacanza, ancora più in un’altra dimensione) da piazza San Pietro ho attraversato un tunnel e ho visto la scritta rosa, firmata Melina, proprio all’ingresso. Ho pensato “impossibile, Melina firma i muri di Genova”. Eppure avevo visto giusto. Ho ritrovato lo stesso colore, la stessa “m” quasi a forma di cuore vicino alla stazione Termini, poco prima di partire.

Melina Riccio è arrivata fino a Roma per lasciare il suo messaggio, per accostare l’amore e la pace, per chiudere con una stella la sua firma. La stessa che si insinua tra le strade di Genova, che segna i suoi muri, nei punti più impensabili, sempre difficili da raggiungere.  Chissà in quale altra città Melina avrà chiesto alle pietre di portare pazienza, di sopportare la vernice, per lasciarle urlare i suoi pensieri.

Grazie

Venerdì pomeriggio. Devo fare due commissioni e so di essermi ridotta all’ultimo momento. Però…

Entro dalla fioraia in corso Manzoni. Se devo regalare dei fiori vado lì di solito, la signora dietro al banco è gentile, le composizioni mi piacciono. Le spiego che devo mandare un mazzo di fiori fuori Pavia, a Rivanazzano, il sabato mattina. Mi spiega che in teoria c’è Interflora, che costa 18 euro per il trasporto. Però, mi dice, lei abita a Voghera e così me lo consegna  lei, prima di venire al lavoro. “O al limite ci mando mio marito, non  ti  preoccupare vedrai che arriva in tempo e così risparmi i soldi dell’Interflora che non sono pochi”.
Io chiedo se è sicura, se non è un problema. Lei mi sorride e mi ripete di non preoccuparmi.
E a lei va il primo grazie.

Dopo la fioraia sono andata in lavanderia. Spiego alla signora che avrei bisogno di lavare e stirare una camicia che ho paura di rovinare. “Non c’è problema – mi dice – è pronta martedì”. A quel punto devo essere sbiancata. “Non è proprio possibile averla prima? So che c’è di mezzo il fine settimana, ma ne ho proprio bisogno entro lunedì”. Deve aver capito che era importante, così mi ha guardato con tenerezza e mi ha detto. “Sai, oggi è venerdì e sono già passati a rtirare lo sporco e tornano lunedì. Però facciamo così, la lavo io, te la metto a bagno e per lunedì pomeriggio è pronta”.
E a lei va il secondo grazie.

Due persone gentili, che hanno fatto qualcosa in più rispetto al loro lavoro, a dispetto di chi pensa che da queste parti sono tutti scontrosi. Ogni tanto si incontrano persone diverse.

Buon Natale. Troppo presto?

Buon Natale a tutti, iniziate pure a festeggiare. Dal 16 novembre al 31 dicembre sconti per preparare il pranzo di Natale, per far felici i bambini con qualche peluche gigante, per impacchettare i regali e decorare l’albero. Sugli scaffali trovate panettoni per tutti i gusti, file e file, montagne di cioccolatini, noci, frutta secca. E poi ancora file e file di carta colorata, fiocchi e nastrini. Pupazzi di neve che si auto-fioccano la neve, enormi babbi Natale renne comprese. I piccoli negozi si sono già attrezzati con le luci nelle vetrine, per strada le decorazioni cittadine sono già state appese, ma ancora non sono accese. Troppo presto dite? Be’, sì. Nei grandi magazzini comunque le decorazioni ci sono già da metà ottobre, un mese fa si iniziavano a vedere i preparativi per il presepe in Comune, e anche i primi sconti riservati ai giocattoli “compri adesso e risparmi. Buon Natale!”. Troppo presto? Be’, sì. Ma lo fanno per noi. Perché se spendi meno puoi permetterti i regali a cui magari avevi già pensato di dare una sforbiciata. E perché spendere aiuta tutti, rimette in moto l’economia, e lo spirito ci guadagna. 

Ecco, non ne sono così convinta. Però qualcuno deve averle pensate queste cose, se quest’anno in piena crisi, si è deciso di far scoppiare lo spirito natalizio con oltre due mesi di anticipo.  Qualcuno avrà deciso che i saldi si possono anticipare, che si può sdoganare la parola “Natale” prima del solito? Mi viene un altro dubbio. Non si arriverà a dicembre a verificare vendite basse proprio perché spalmate su tre mesi? Si può pensare di indurre un senso di festa che non c’è? E quando la gente avrà speso metà stipendio solo perché invogliata dai cartelli e si ritroverà a non poter affrontare una spesa improvvisa?

Buona lettura

buonalettura

Storia di una domanda mai nata

gelmini

Domande da fare alla Gelmini

- Gli atenei che hanno più di 12 facoltà come faranno? Devono davvero eliminarle?
- Per tagliare il senato e il consiglio di amministrazione che criterio uso?
- Ma se il Cda è appena stato eletto devo lasciarlo in carica?
- I ricercatori dopo il 3+3 finiscono in uno scatolone “professori associati” da cui gli atenei possono pescare… e se nessuno ha i soldi? Restano senza lavoro?
- Chiedere legge delega sul diritto allo studio
- Vedi anche valutazione prof.

Ho scritto le domande su un post-it. Alcune sono le stesse dell’altra volta, perché anche se poi il Consiglio dei ministri è saltato,  un po’ di punti importanti li avevo segnati. Erano già uscite delle indiscrezioni sulla riforma dell’università e almeno dovevo capire se corrispondevano a verità. Non si sa mai… Ieri sera prima di tornare a casa dal giornale ho aggiunto qualche spunto, anche solo per schematizzare le cose importanti.

Questa volta il Consiglio c’è stato. E alla fine anche la conferenza stampa. Ok, le anticipazioni sono tutte nel disegno di legge. Il Consiglio lo ha approvato. Quindi le mie domande corrispondono al contenuto.
Ora Mariastella Gelmini è seduta accanto a Giulio Tremonti. Segno veloce un’altra domanda sul blocknotes: “Perché fate la conferenza stampa insieme”? So che alla fine questa non la farò mai, perché finisce che mi brucio le altre e anche se questa magari fa venire fuori il titolo o conferma quello che dicono da sinistra (la riforma sull’università è solo una manovra finanziaria) io ho bisogno di capire bene come si applica questa riforma. Perché poi dovrò sentire anche l’università, il rettore o qualche suo delegato e discuterne, capire cosa comporta per la mia città. Devo farlo capire ai miei lettori. Però la segno.

E’ magrissima Marystar, come la chiamiamo per farci due risate. E Giulietto - un po’ di burloneria ce la mettiamo anche per lui –  è lì che mette a posto delle carte. Ogni tanto lei si rivolge a lui, quasi a chiedere conferma. Lo noto, poi non so se ci sta nel pezzo che dovrò scrivere. Mi hanno detto di pensare a un’infografica per semplificare la riforma, magari il pezzo “politico” sarà un commento. E non lo dovrò fare io. Però anche questo me lo segno.

Ah, vedi questa cosa dei componenti esterni negli organi dell’università me l’ero persa. Lo sottolineo e aggiungo una domanda: “Come si scelgono?”
Ecco, ora ha finito. Chiede se si possono fare domande.
Aspetto un attimo dai. Ci sono persone molto più autorevoli di me, sicuramente faranno qualche domanda. No. Allora be’, mi faccio coraggio e alzo la mano. Mi presento, saluto. E faccio la mia domanda. In realtà avevo già disegnato una stellina accanto a quella che secondo me era la più importante e cioè la prima: “Come fanno gli atenei con più di 12 facoltà a tagliare?”. Avevo scelto questa perché avevo fatto una ricerca su internet e ce ne sono parecchi. Per esempio Bologna ne ha 18 o 19 mi sembra. La Sapienza ne ha 23. Così posso fare qualche intervistina ai rettori, o a qualche personaggio, insomma vediamo. Intanto faccio questa domanda, che è già una rinuncia alle altre perché so che non ci sarà tempo e perché ho già visto le occhiatacce che mi hanno lanciato i colleghi che volevano uscire dalla sala. Marystar sorride , guarda Giulietto e mi risponde…

La storia è andata diversamente. Nessuno alza la mano quando il ministro Gelmini chiede se ci sono domande. Lei allarga le braccia e sorride, mi sembra stia pensando “lo sapevo, domani mi massacreranno sui loro giornali ma qui non mi chiedono niente”. Tremonti inizia a parlare. Poi ringraziano e se ne vanno.

Ah, dimenticavo.
La storia è andata ancora più diversamente.


Io a quella conferenza stampa – ovviamente – non sono mai andata. L’ho vista su internet. Quando i ministri se ne vanno li imitano i giornalisti. Certo, poi il filmato si interrompe e io non potrò mai sapere se c’è stato l’assalto per le domande. Dopo. Diciamo che dal movimento in sala sembra di no.
Anche se non ero lì le domande però ci sono. E c’è anche un filo di indignazione: perché nessuno ha alzato la mano? il giornalista ha la possibilità di vedere fatti e di poter parlare con persone che i suoi lettori non avranno mai a disposizione se non per suo tramite. Quindi? Se hai la possibilità di fare una domanda devi farla. O no?

Naisvill

niceville

Domenica mattina. Sono quasi le 11.30. Aspetto il treno per Genova, seduta su una panchina della stazione di Pavia. Ho deciso di non comprare il giornale e un po’ mi sono stupita di me stessa. La domenica mattina compro sempre La Stampa, perché non posso mancare Gramellini e Spinelli che si guardano nelle pagine centrali. Invece no. Domenica sono passata davanti all’edicola e sono andata oltre. Così sulla panchina leggevo ”Il caffè di Sindona”. Ed ero piuttosto concentrata, cercavo di non mangiarmi le parole. Ero immersa nelle pagine ok, però non ancora isolata dal mondo, insomma dovevo comunque prendere un treno, non potevo perdermi. Poi l’ho sentito, ancora. Lo speaker che annunciava il mio treno. ”E’ in arrivo sul secondo binario il treno per NAISVILL”. Sì, ecco è questo il problema. Il mio treno arriva fino a Nizza e Lui, misteriosa voce fuori campo, si ostina a pronunciare ”NAIS” la scritta in francese “NICE”. Dico “si ostina” perché non è la prima volta. Potrebbe banalmente chiamarla Nizza…

Quando sento la sua voce comunque mi alzo, perché, pronuncia a parte, il treno è quello.

 ”Scusa, ma perché lo dice così?”. Me lo chiede un ragazzo. Tiene in mano il mio giornale locale, ha un grosso sacco-zaino, alto, magro, di colore, i capelli ricci ricci corti, sulla trentina penso. Gli rispondo che non lo so, che però non è la prima volta, che pronuncia all’inglese anche se ovviamente la parola Nice è in francese. “Forse non sa cosa significa”, mi risponde. Già… forse non lo sa. “Be’, buon viaggio”, mi sorride. Io ricambio, e salgo sul treno che porta fino alla “Città carina”, come da traduzione dello speaker pavese. Quando scendo a Genova Nizza è tornata ad essere francese, ha perso la sua inglesità.

La vecchia fattoria

Nella vecchia fattoria del giornalismo ci sono parole sconosciute, mai sentite, eppure da sapere. Così per curiosità le condivido.

moscone1Il moscone, non è una grossa mosca fastidiosa che ci ronza nelle orecchie, ma una breve notizia pubblicata a pagamento per segnalare un matrimonio, una nascita o persino la prima comunione.

coccodrilloIl coccodrillo non potrà mai sbranare nessuno con i suoi denti aguzzi. E’  solo la biografia di un personaggio piuttosto conosciuto, già scritta e pronta in archivio in caso di morte improvvisa.

pesce_rossoIl pesce rosso gira senza sosta nella sua boccia di vetro, quello di lago nuota lontano dai pescatori riuniti in circolo a riva, quello di mare si colora di giallo, arancio e azzurro. Il pesce-giornalista è un errore nella composizione di un testo, magari alcune parole che spariscono dal pezzo o una frase saltata per sbaglio.

civettaI racconti popolari non danno speranze alla civetta: sono animali notturni che portano sfortuna. Ma non c’è bisogno di tenere le dita incrociate nella speranza di non incontrarne. La civetta è tecnicamente la locandina esposta fuori dalle edicole, ma indica anche, in prima pagina, un servizio che il lettore troverà all’interno del giornale.

cavalloNitrisce, ha il mantello di diversi colori, trecce e nastri a decorare la criniera, l’aspetto fiero e maestoso. Ecco, il cavallo non è niente di tutto ciò. E’ “semplicemente” il confidente personale di un cronista. E’ c’è anche il cavallo di ritorno… che non partecipa a gare, non ti porta indietro il bastoncino se glielo lanci lontano. E’ una notizia ripubblicata dopo essere già uscita.

bufalaE ovviamente la bufala non ci darà mai il suo latte per deliziose mozzarelle. E’ una notizia tremendamente falsa.

 

 

serpente-di-mareIl serpente di mare è velenoso, entra ed esce dall’acqua. Animale raro, legato a molte leggende. Ah, è una notizia clamorosa, ma falsa.

 

 

vacca-sacra+E poi c’è la vacca sacra. Circola in India liberamente per le strade delle città, nessuno osa toccarla, le affida speranze e preghiere. Dalle nostre parti passa di mano in mano, è costretta a sopportare segni rossi, scritti a penna. Ha gli occhi puntati addosso. E’ la prima copia del giornale stampata per segnare le correzioni da inserire nelle edizioni successive.

giraffaNon vorrei dimentare la giraffa. Il collo lungo per arrivare a mangiare le foglie più alte e lontane degli alberi. Ma è anche la gru a cui è attaccato il microfono che viene usata in televisione.

cicalaEsopo racconta che mentre la formica piano piano portava nella tana piccoli e grandi pezzi di cibo per l’inverno, la cicala si preparava al freddo e alla neve oziando tutto il giorno, cantando e passeggiando. Poi è diventata un piccolo microfono che si sistema sull’abito dell’ospite televisivo.

Appunti sparsi

scrittaNessuno può sognare per te.

Lisbona sembra dare a chi ha voglia di scoprirli scorci in cui sedersi a pensare. Ci sono finestre su cui è possibile arrampicarsi e osservare i tetti, piccole stradine che salgono e poi scendono, ripide e strette. Ci sono finestre colorate che danno speranza, alcune semplici, altre decorate fino al kitsch. Porte minuscole, impossibile entrarci, eppure sono la porta di ingresso di piccole case.

E’ una città che accoglie, che sopporta i gruppi di turisti, i commenti stupidi. La gente è pronta ad aiutarti, ti soccorre in una lingua qualsiasi al tuo solo accennare una parola di portorghese, timido sforzo per non dover sempre pesare sulla bontà altrui. Così ti trovi al cafè Brasileira, a sorseggiare un cafè expreso e il cameriere si ferma a sfogliare il tuo giornale, ti chiede se può dare un’occhiata anche il vicino. In portoghese, poi a gesti. Il punto è che non importa.

Dopo pochi giorni sembra di essere qui da sempre. La mappa della città non serve più. Ricordi le strade, i passaggi, l’ascensore che accorcia il tragitto, l’elevador che poi è una funicolare, ancora in legno, profuma di tradizione. Un omino con la polo beige ti apre lo sportello per salire, poi lo chiude prima di partire. Butta in discesa questa scatola gialla, che attraversa le case e si affaccia sulla vita degli altri. Poi arrivati in fondo, ti chiede il biglietto, tira fuori la chiave, apre il cancello e ti lascia uscire. Fuori il porto. Questa è la vita dell’ascensor della Bica, che si ripete ogni giorno.

Abbiamo attraversato Porto e Lisbona, ma anche piccole realtà, sulla costa, all’interno, paesini minuscoli e località di mare. Monasteri, castelli, mondi di fiabe. Eppure i volti della gente sono gli stessi. E’ gente che porta i segni della fatica. Un po’ meno a Lisbona, tanto invece a Porto. Tutto è fermo ad almeno trent’anni fa, lo vedi dagli abiti delle persone e dai banconi dei bar. Dalla voglia di mantenere intatte persino le scatole dei prodotti alimentari, che così sembrano uscite da vecchie pubblicità. Il caffè costa ancora 55 centesimi. E i modi sono quelli di una volta, con il proprietario del bar che ti sistema il tavolo per vedere meglio il mercato, o che ti offre da bere per brindare alle tue ferie, come ci è successo a Nazaré, o che ti prepara il Porto Tonic al tavolo e ti chiede se va bene.

C’è sempre gente in giro. I più giovani animano il Bairro Alto, ma tutto intorno è un continuo passaggio di persone, da un locale all’altro, ma anche solo in strada, l’aria fresca, il pavimento bianco luccicante.

Non riesci a sentirti estraneo. Forse anche per la dimensione casalinga che l’Ostello dei Poeti ha dato a questa vacanza. La cucina in comune, un enorme salone con pouf colorati e cuscini sui tappeti. Il parquet in legno chiaro e le stanze da condividere con altri viaggiatori. Abbiamo incontrato tanti ragazzi che viaggiano da soli. Alcuni lontani dall’apprezzare l’essere in continuo movimento, altri meticolosi nella missione per conoscere più persone possibili. Ma comunque soli, zaino in spalla.

Scrivo a gambe incrociate su un pouf nero. Accanto a me Betty (pouf arancione) aggiorna le fotografie. Ho alle spalle un ragazzo indiano e una coppia di spagnoli, parlano in inglese, argomento Lisbona e altri viaggi. Girano per il salone altre ragazze, ci sono russi, francesi. Qui tra di noi, per fortuna, nessun italiano. Fuori, per strada, ne abbiamo incontrati troppi. La luce è soffusa, un’amaca è appesa all’angolo con la finestra. Se ti affacci vedi i tetti, e sotto, le tende gialle dei bar, l’uscita della metropolitana Chiado/Baixa, il pavimento di quadratini lucidi e scivolosi, la fermata del tram numero 28. La sera c’è sempre qualcuno che suona, per tirare su qualche soldo. Ecco, in tanti qui sembrano arrangiarsi. Poche ore fa, ad un incrocio un ragazzo si è messo a dirigere il traffico con un giornale, e a dirottare le auto verso i parcheggi liberi. E con qualche mancia di chi ha trovato più facilmente il parcheggio se ne è andato più sereno. La gente si arrangia, con i turisti, con gli avanzi dei mille ristoranti. Però sorride.

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I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Cosmopolis (Don De Lillo)

Autobiografia di una repubblica (Guido Crainz)

… ULTIME LETTURE

Moon Palace (Paul Auster)

Twilight (Stephenie Meyer)

New Moon (Stephenie Meyer)

Eclipse (Stephenie Meyer)

Breaking Dawn (Stephenie Meyer)

… ULTIME VISIONI

Videocracy (Erik Gandini, 2009)

Il canto di Paloma (Claudia Llosa, 2009)

Il nastro bianco (Michael Haneke, 2009)

Der 7 Kontinent (Michael Haneke, 1989)

Benny's Video (Michael Haneke, 1992)

Pagine

 

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