Storia di una domanda mai nata

gelmini

Domande da fare alla Gelmini

- Gli atenei che hanno più di 12 facoltà come faranno? Devono davvero eliminarle?
- Per tagliare il senato e il consiglio di amministrazione che criterio uso?
- Ma se il Cda è appena stato eletto devo lasciarlo in carica?
- I ricercatori dopo il 3+3 finiscono in uno scatolone “professori associati” da cui gli atenei possono pescare… e se nessuno ha i soldi? Restano senza lavoro?
- Chiedere legge delega sul diritto allo studio
- Vedi anche valutazione prof.

Ho scritto le domande su un post-it. Alcune sono le stesse dell’altra volta, perché anche se poi il Consiglio dei ministri è saltato,  un po’ di punti importanti li avevo segnati. Erano già uscite delle indiscrezioni sulla riforma dell’università e almeno dovevo capire se corrispondevano a verità. Non si sa mai… Ieri sera prima di tornare a casa dal giornale ho aggiunto qualche spunto, anche solo per schematizzare le cose importanti.

Questa volta il Consiglio c’è stato. E alla fine anche la conferenza stampa. Ok, le anticipazioni sono tutte nel disegno di legge. Il Consiglio lo ha approvato. Quindi le mie domande corrispondono al contenuto.
Ora Mariastella Gelmini è seduta accanto a Giulio Tremonti. Segno veloce un’altra domanda sul blocknotes: “Perché fate la conferenza stampa insieme”? So che alla fine questa non la farò mai, perché finisce che mi brucio le altre e anche se questa magari fa venire fuori il titolo o conferma quello che dicono da sinistra (la riforma sull’università è solo una manovra finanziaria) io ho bisogno di capire bene come si applica questa riforma. Perché poi dovrò sentire anche l’università, il rettore o qualche suo delegato e discuterne, capire cosa comporta per la mia città. Devo farlo capire ai miei lettori. Però la segno.

E’ magrissima Marystar, come la chiamiamo per farci due risate. E Giulietto - un po’ di burloneria ce la mettiamo anche per lui –  è lì che mette a posto delle carte. Ogni tanto lei si rivolge a lui, quasi a chiedere conferma. Lo noto, poi non so se ci sta nel pezzo che dovrò scrivere. Mi hanno detto di pensare a un’infografica per semplificare la riforma, magari il pezzo “politico” sarà un commento. E non lo dovrò fare io. Però anche questo me lo segno.

Ah, vedi questa cosa dei componenti esterni negli organi dell’università me l’ero persa. Lo sottolineo e aggiungo una domanda: “Come si scelgono?”
Ecco, ora ha finito. Chiede se si possono fare domande.
Aspetto un attimo dai. Ci sono persone molto più autorevoli di me, sicuramente faranno qualche domanda. No. Allora be’, mi faccio coraggio e alzo la mano. Mi presento, saluto. E faccio la mia domanda. In realtà avevo già disegnato una stellina accanto a quella che secondo me era la più importante e cioè la prima: “Come fanno gli atenei con più di 12 facoltà a tagliare?”. Avevo scelto questa perché avevo fatto una ricerca su internet e ce ne sono parecchi. Per esempio Bologna ne ha 18 o 19 mi sembra. La Sapienza ne ha 23. Così posso fare qualche intervistina ai rettori, o a qualche personaggio, insomma vediamo. Intanto faccio questa domanda, che è già una rinuncia alle altre perché so che non ci sarà tempo e perché ho già visto le occhiatacce che mi hanno lanciato i colleghi che volevano uscire dalla sala. Marystar sorride , guarda Giulietto e mi risponde…

La storia è andata diversamente. Nessuno alza la mano quando il ministro Gelmini chiede se ci sono domande. Lei allarga le braccia e sorride, mi sembra stia pensando “lo sapevo, domani mi massacreranno sui loro giornali ma qui non mi chiedono niente”. Tremonti inizia a parlare. Poi ringraziano e se ne vanno.

Ah, dimenticavo.
La storia è andata ancora più diversamente.


Io a quella conferenza stampa – ovviamente – non sono mai andata. L’ho vista su internet. Quando i ministri se ne vanno li imitano i giornalisti. Certo, poi il filmato si interrompe e io non potrò mai sapere se c’è stato l’assalto per le domande. Dopo. Diciamo che dal movimento in sala sembra di no.
Anche se non ero lì le domande però ci sono. E c’è anche un filo di indignazione: perché nessuno ha alzato la mano? il giornalista ha la possibilità di vedere fatti e di poter parlare con persone che i suoi lettori non avranno mai a disposizione se non per suo tramite. Quindi? Se hai la possibilità di fare una domanda devi farla. O no?

Naisvill

niceville

Domenica mattina. Sono quasi le 11.30. Aspetto il treno per Genova, seduta su una panchina della stazione di Pavia. Ho deciso di non comprare il giornale e un po’ mi sono stupita di me stessa. La domenica mattina compro sempre La Stampa, perché non posso mancare Gramellini e Spinelli che si guardano nelle pagine centrali. Invece no. Domenica sono passata davanti all’edicola e sono andata oltre. Così sulla panchina leggevo ”Il caffè di Sindona”. Ed ero piuttosto concentrata, cercavo di non mangiarmi le parole. Ero immersa nelle pagine ok, però non ancora isolata dal mondo, insomma dovevo comunque prendere un treno, non potevo perdermi. Poi l’ho sentito, ancora. Lo speaker che annunciava il mio treno. ”E’ in arrivo sul secondo binario il treno per NAISVILL”. Sì, ecco è questo il problema. Il mio treno arriva fino a Nizza e Lui, misteriosa voce fuori campo, si ostina a pronunciare ”NAIS” la scritta in francese “NICE”. Dico “si ostina” perché non è la prima volta. Potrebbe banalmente chiamarla Nizza…

Quando sento la sua voce comunque mi alzo, perché, pronuncia a parte, il treno è quello.

 ”Scusa, ma perché lo dice così?”. Me lo chiede un ragazzo. Tiene in mano il mio giornale locale, ha un grosso sacco-zaino, alto, magro, di colore, i capelli ricci ricci corti, sulla trentina penso. Gli rispondo che non lo so, che però non è la prima volta, che pronuncia all’inglese anche se ovviamente la parola Nice è in francese. “Forse non sa cosa significa”, mi risponde. Già… forse non lo sa. “Be’, buon viaggio”, mi sorride. Io ricambio, e salgo sul treno che porta fino alla “Città carina”, come da traduzione dello speaker pavese. Quando scendo a Genova Nizza è tornata ad essere francese, ha perso la sua inglesità.

La vecchia fattoria

Nella vecchia fattoria del giornalismo ci sono parole sconosciute, mai sentite, eppure da sapere. Così per curiosità le condivido.

moscone1Il moscone, non è una grossa mosca fastidiosa che ci ronza nelle orecchie, ma una breve notizia pubblicata a pagamento per segnalare un matrimonio, una nascita o persino la prima comunione.

coccodrilloIl coccodrillo non potrà mai sbranare nessuno con i suoi denti aguzzi. E’  solo la biografia di un personaggio piuttosto conosciuto, già scritta e pronta in archivio in caso di morte improvvisa.

pesce_rossoIl pesce rosso gira senza sosta nella sua boccia di vetro, quello di lago nuota lontano dai pescatori riuniti in circolo a riva, quello di mare si colora di giallo, arancio e azzurro. Il pesce-giornalista è un errore nella composizione di un testo, magari alcune parole che spariscono dal pezzo o una frase saltata per sbaglio.

civettaI racconti popolari non danno speranze alla civetta: sono animali notturni che portano sfortuna. Ma non c’è bisogno di tenere le dita incrociate nella speranza di non incontrarne. La civetta è tecnicamente la locandina esposta fuori dalle edicole, ma indica anche, in prima pagina, un servizio che il lettore troverà all’interno del giornale.

cavalloNitrisce, ha il mantello di diversi colori, trecce e nastri a decorare la criniera, l’aspetto fiero e maestoso. Ecco, il cavallo non è niente di tutto ciò. E’ “semplicemente” il confidente personale di un cronista. E’ c’è anche il cavallo di ritorno… che non partecipa a gare, non ti porta indietro il bastoncino se glielo lanci lontano. E’ una notizia ripubblicata dopo essere già uscita.

bufalaE ovviamente la bufala non ci darà mai il suo latte per deliziose mozzarelle. E’ una notizia tremendamente falsa.

 

 

serpente-di-mareIl serpente di mare è velenoso, entra ed esce dall’acqua. Animale raro, legato a molte leggende. Ah, è una notizia clamorosa, ma falsa.

 

 

vacca-sacra+E poi c’è la vacca sacra. Circola in India liberamente per le strade delle città, nessuno osa toccarla, le affida speranze e preghiere. Dalle nostre parti passa di mano in mano, è costretta a sopportare segni rossi, scritti a penna. Ha gli occhi puntati addosso. E’ la prima copia del giornale stampata per segnare le correzioni da inserire nelle edizioni successive.

giraffaNon vorrei dimentare la giraffa. Il collo lungo per arrivare a mangiare le foglie più alte e lontane degli alberi. Ma è anche la gru a cui è attaccato il microfono che viene usata in televisione.

cicalaEsopo racconta che mentre la formica piano piano portava nella tana piccoli e grandi pezzi di cibo per l’inverno, la cicala si preparava al freddo e alla neve oziando tutto il giorno, cantando e passeggiando. Poi è diventata un piccolo microfono che si sistema sull’abito dell’ospite televisivo.

Appunti sparsi

scrittaNessuno può sognare per te.

Lisbona sembra dare a chi ha voglia di scoprirli scorci in cui sedersi a pensare. Ci sono finestre su cui è possibile arrampicarsi e osservare i tetti, piccole stradine che salgono e poi scendono, ripide e strette. Ci sono finestre colorate che danno speranza, alcune semplici, altre decorate fino al kitsch. Porte minuscole, impossibile entrarci, eppure sono la porta di ingresso di piccole case.

E’ una città che accoglie, che sopporta i gruppi di turisti, i commenti stupidi. La gente è pronta ad aiutarti, ti soccorre in una lingua qualsiasi al tuo solo accennare una parola di portorghese, timido sforzo per non dover sempre pesare sulla bontà altrui. Così ti trovi al cafè Brasileira, a sorseggiare un cafè expreso e il cameriere si ferma a sfogliare il tuo giornale, ti chiede se può dare un’occhiata anche il vicino. In portoghese, poi a gesti. Il punto è che non importa.

Dopo pochi giorni sembra di essere qui da sempre. La mappa della città non serve più. Ricordi le strade, i passaggi, l’ascensore che accorcia il tragitto, l’elevador che poi è una funicolare, ancora in legno, profuma di tradizione. Un omino con la polo beige ti apre lo sportello per salire, poi lo chiude prima di partire. Butta in discesa questa scatola gialla, che attraversa le case e si affaccia sulla vita degli altri. Poi arrivati in fondo, ti chiede il biglietto, tira fuori la chiave, apre il cancello e ti lascia uscire. Fuori il porto. Questa è la vita dell’ascensor della Bica, che si ripete ogni giorno.

Abbiamo attraversato Porto e Lisbona, ma anche piccole realtà, sulla costa, all’interno, paesini minuscoli e località di mare. Monasteri, castelli, mondi di fiabe. Eppure i volti della gente sono gli stessi. E’ gente che porta i segni della fatica. Un po’ meno a Lisbona, tanto invece a Porto. Tutto è fermo ad almeno trent’anni fa, lo vedi dagli abiti delle persone e dai banconi dei bar. Dalla voglia di mantenere intatte persino le scatole dei prodotti alimentari, che così sembrano uscite da vecchie pubblicità. Il caffè costa ancora 55 centesimi. E i modi sono quelli di una volta, con il proprietario del bar che ti sistema il tavolo per vedere meglio il mercato, o che ti offre da bere per brindare alle tue ferie, come ci è successo a Nazaré, o che ti prepara il Porto Tonic al tavolo e ti chiede se va bene.

C’è sempre gente in giro. I più giovani animano il Bairro Alto, ma tutto intorno è un continuo passaggio di persone, da un locale all’altro, ma anche solo in strada, l’aria fresca, il pavimento bianco luccicante.

Non riesci a sentirti estraneo. Forse anche per la dimensione casalinga che l’Ostello dei Poeti ha dato a questa vacanza. La cucina in comune, un enorme salone con pouf colorati e cuscini sui tappeti. Il parquet in legno chiaro e le stanze da condividere con altri viaggiatori. Abbiamo incontrato tanti ragazzi che viaggiano da soli. Alcuni lontani dall’apprezzare l’essere in continuo movimento, altri meticolosi nella missione per conoscere più persone possibili. Ma comunque soli, zaino in spalla.

Scrivo a gambe incrociate su un pouf nero. Accanto a me Betty (pouf arancione) aggiorna le fotografie. Ho alle spalle un ragazzo indiano e una coppia di spagnoli, parlano in inglese, argomento Lisbona e altri viaggi. Girano per il salone altre ragazze, ci sono russi, francesi. Qui tra di noi, per fortuna, nessun italiano. Fuori, per strada, ne abbiamo incontrati troppi. La luce è soffusa, un’amaca è appesa all’angolo con la finestra. Se ti affacci vedi i tetti, e sotto, le tende gialle dei bar, l’uscita della metropolitana Chiado/Baixa, il pavimento di quadratini lucidi e scivolosi, la fermata del tram numero 28. La sera c’è sempre qualcuno che suona, per tirare su qualche soldo. Ecco, in tanti qui sembrano arrangiarsi. Poche ore fa, ad un incrocio un ragazzo si è messo a dirigere il traffico con un giornale, e a dirottare le auto verso i parcheggi liberi. E con qualche mancia di chi ha trovato più facilmente il parcheggio se ne è andato più sereno. La gente si arrangia, con i turisti, con gli avanzi dei mille ristoranti. Però sorride.

Terminado

l3Parola del giorno: terminado, finito.

Venerdì abbiamo aspettato il tram numero 28. E’ ancora in legno, giallo fuori, sale per stradine strette per poi buttarsi giù in discesa. Nel prenderlo bisogna fare attenzione alla fermata di arrivo (scritta come da ogni parte accanto al numero), ma ovviamente io e Betty non ci abbiamo nemmeno pensato. Così per due volte, prima di capirlo, ci siamo trovate a dover scendere, per poi magari risalire un metro più avanti. “Terminado”, è quello che diceva l’autista. Ci siamo ritrovate quasi per caso all’Alfama. La cattedrale, il castello, ma soprattutto un labirinto di stradine. Le facciate bianche, spesso rosa confetto, e poi le porte colorate, i fiori ai balconi, e ancora i segni della festa di Sant’Antonio, patrono del quartiere che molti vorrebbero dell’intera città, spodestando così San Vincenzo. Giornata di lunghe camminate quella di venerdì.

alfamaL’altro labirinto di Lisbona è il Bairro Alto. Le strade si incrociano, in rigorose salite, ogni porta nasconde un bar o un ristorante, negozi curiosi, dal vintage ai marchi più noti, tutto sembra destinato a cambiare da un momento all’altro. Non ci sono antiche botteghe come in altri quartieri. I muri sono ricoperti da scritte, manifesti, pubblicità. Tutto scorre veloce, come l’acqua insaponata con cui i camerieri lavano la strada davanti al proprio locale.

In equilibrio sul puré di piselli

pureSintra a 28 chilometri da Lisbona viene descritta come una cittadina incantata. E anche in questo caso bisogna dare ragione alla Routard. I palazzi hanno le facciate color confetto, le strade si arrampicano su per la collina, fino alla Quinta de Regaleria. Un castello con un enorme giardino. Una volta pagato il biglietto di ingresso si può girare per ogni angolo, perdersi nei viali, tra le statue e gli alberi. Come in un castello fatato ci sono sottopassaggi nascosti, grotte lasciate al buio ma aperte dove ogni passo costa la paura di cadere nel vuoto. E poi il Pozzo degli iniziati, profondo 27 metri. La reggia è piena di simboli massonici, da invisibili croci a mosaico ai disegni dei giardini. Da una delle grotte si spunta su uno stagno, una distesa verde e immobile, purè di piselli. Come in una gara tra cavalieri, la prova consiste nell’attraversarlo, appoggiando i piedi su pietre piatte, senza cadere nell’acqua.

Amarelo

Parola del giorno: amarelo, giallo.

ikeaQuello del sacchetto IKEA. Io e Betty stavamo andando a Sintra, quando poco fuori Lisbona ci è apparsa la scritta gialla e blu. Così al ritorno non abbiamo resistitio alla tentazione e ora siamo in possesso del nuovo catalogo 2010… in portoghese!

Mada complicada

fatima3Mercoledì, giorno di spostamenti.

Parola del giorno: mada complicada, molto complicato.

Complicato trovare il giusto percorso da seguire per evitare l’autostrada e concederci un viaggio più lento ma con persone e luoghi da vedere. Ci siamo fermate a Fatima. Complicato. Da un lato la fede. Dall’altro il resto del mondo, nel suo muoversi continuo attorno al dio Denaro. Ci sono persone che attraversano la lunga piazza verso il santuario in ginocchio. Ci sono i negozietti, tutti numerati, che sotto i portici vendono santini e rosari, dal legno alla plastica colorata, con il volto della Madonna o quello di Hello Kitty. Ci sono i ceri. Non solo candele, piccole o altissime. Ci sono i ceri a forma di testa, braccio, gamba. Piccoli ceri con il volto e il corpo di bambini, poi organi, cuore, polmoni, un seno. Per aver ricevuto la grazia, per chiederla, o per rispettare un voto, i malati e i malati guariti comprano un cero che ricorda la loro malattina e lo buttano in un grosso forno, dove la cera cola lenta, tutta insieme, senza distinzione di corpi e persone. Complicato.

E poi complicato non perdere la strada. Invece di seguire la direzione “centro” per entrare a Lisbona, abbianmoimboccato – su m io suggerimento – il ponte Vasco De Gama, sedici chilometri sospesi sopra il fiume Tejo. Così, perché le cose facili non ci piacciono.

Coimbra, Republicas

coimbraCoimbra città universitaria. Fatta di piccole stradine e di enormi palazzi. Il bianco prevale. Niente di più. Per trovare dettagli bisogna entrare nel dedalo del centro storico, infila travessa da Matematica. Qui si trovano una dietro l’altra le republicas. Sono case di studenti che vivono in spazi comuni, piuttosto schierati politicamente, decorano le finestre e i balconi con manichini impiccati che indossano il tradizionale mantello nero degli universitari, e poi scarponi, tastiere del computer e oggetti vari. Siamo entrate a curiosare dentro la facoltà di Psicologia. Dentro ampi cortili decorati con azulejos, tavolini per studiare sia al centro del cortile sia lungo il colonnato.

Experimentar, tra la prostituzione immobiliare e l’oceano infinito

nazare-quartosPer motivi tecnici (vedi nota sotto sulla ridente stanzetta che abbiamo trovato a Nazaré) gli aggiornamenti hanno subito un giorno di ritardo…

 

Parola del giorno di martedì: experimentar. Il nostro frasario lo usa per chiedere di provare i vestiti nei negozi. E così abbiamo fatto in un negozietto di bijoux fatti a mano. Ma il nostro experimentar si è esteso a più situazioni… dal trovare la strada giusta (ogni tanto i o i cartelli spariscono) al provare e riuscire a dormire in discesa.

 

Siamo arrivate a Nazarè, sulla costa, proprio sdraiata sull’Oceano, dopo essere partire da Porto, aver visitato Coimbra e attraversato numerosi paesini. Saltata al volo Figueira da Foz, terribile località balneare, ci siamo spinte in questo paesino tutto bianco. In cima alla collina ha un aspetto spaventoso. Difficile riuscire a capire subito perché la Routard ne parla così bene. Si allungano fino alla costa decine di stradine, alcune strettissime. Sembra che tutto si sia fermato a trent’anni fa. Le donne indossano un abito tradizionale, con una gonna incredibilmente corta. Molte stanno sedute ai bordi delle strade, su sgabelli di plastica, sotto ombrelloni di tela. Fermano la gente, possibili clienti. Prostituzione immobiliare. Affittano camere, alunga-se quartos, dicono i cartelli scritti a pennarello. In continuazione, su ogni porta, in ogni strada. Ancora, a guardarsi intorno, non si capisce l’entusiasmo della Routard. Però io e Betty ormai sappiamo di poterci fidare, così cerchiamo che l’Restaurante Hospedaria Ideal, per dormire. Parliamo in francese, come decide la padrona di casa. Ci porta al piano di sopra, sotto si cucina, il ristorante è impregnato di pesce. Apre la porta… “La prendiamo”. Non ci abbiamo nemmeno pensato. Però merita una descrizione. Tre metri per tre, in cui stavano un letto a una piazza e mezza, uno singolo, rispettivamente il primo con la testa in discesa il secondo in salita. Poi un armadio, un lavandino e… un bidé nascosto dal letto. Geniale.nazare-camera

E qui ancora la Routard ci è sembrata incomprensibile. Poi però, fatta una doccia, cacciata via la stanchezza del viaggio, ci siamo incamminate per le stradine del paese. Fino all’ascensore che porta alla parte vecchia del borgo. Una vista infinita sull’oceano, sulla spiaggia lunga lunga, con una tendopoli di bagnanti, meno invasiva delle nostre cabine di legno. Siamo arrivate al faro, siamo scese fino alla sua base. E poi abbiamo continuato a experimentar. Cercando un posto dove cenare, a quel punto in pace con la Routard, siamo entrate senza pensare da Santo. Solo che appena aperto il menu abbiamo capito di non essere in grado di mangiare niente; frutti di mare e molluschi. Non sapevamo nemmeno di dover usare lo stuzzicadenti come facevano i nostri vicini di tavolo. Così invece di optare per una fuga improvvisa, abbiamo ordinato un bicchiere di Porto. Un aperitivo insomma poteva anche starci. Poi il padrone ci ha fermate, ci ha detto di brindare alle nostre ferie e ci ha offerto un secondo bicchiere di Porto. Evvai. Gentile e sorridente. Felice. Ecco, ieri abbiamo experimentato la gentilezza della gente. Che è vero, sembra malinconica. Ma molti – lo si vede – sono in difficoltà con la vita. Però se possono ti offrono anche solo un momento di allegria. Come i camerieri della Tasquinha, che si sono sforzati di parlarci in italiano e ci hanno offerto il Porto, white nell’attesa del tavolo, Ruby per digerire. E ancora di più il padrone del Cafè do mercado. Ci ha portato l’agua cristallina, ci ha servite con rispetto, facendoci girare le sedie per godere dello spettacolo del mercato.

nazare-donnaEcco, il mercato di Nazarè. Siamo rimaste a vagare tra i banchi e sedute a osservare per molto tempo. Le donne in abito tradizionale, vecchi e meno giovani, il pesce fresco, le montagne di verdura. Luminoso.

Sandeman non è zorro

cantineCe lo dice la guida delle cantine Sandeman. Il logo è un uomo avvolto in un mantello, con un cappello, tutto nero. Ci spiega che porta un cappello andaluso,  rappresenta la Spagna da cui viene lo sherry con cui miscelano il Porto, e la cappa nera rappresenta il Portogallo, è il capa e batina degli studenti universitari di Coimbra, un mantello nero che indossano per le cerimonie. Zorro quindi non c’entra proprio. White, Ruby o Tawny, le botti di Porto hanno l’odore del legno, l’aria umida e fresca, dolce. La guida è vestita come il simbolo della sua azienda, la solita trovata per i turisti. Però non fastidiosa, devo ammetterlo. Tanto che la visita a Sandeman risulta migliore di quella alle cantine Calem. La guida, Paulo, parla in portenglish, veloce veloce, va presto al dunque, alla degustazione. A Vila Nova de Gaia, proprio di fronte al quartiere Ribeira, la giornata è scandita dalle visite alle cantine, in più lingue. Noi ci siamo fermate a due, solo perché abbiamo iniziato tardi nel pomeriggio… Con il sapore del Porto e il suo profumo ancora nell’aria il tramonto ha preso ancora più colore.

Dos

porto3Sono le 15, ora portoghese. Siamo sedute su grossi cuscini arancioni, nel giardino dell’Ostello dei Poeti. Un albero di cachi fa ombra all’amaca, dove ieri sono già riuscita a dormire senza cadere. Io e Betty ci prendiamo un’oretta di pausa, poi ci avventuriamo nel giro delle cantine di Porto, con degustazione gratuita.

Abbiamo la pancia piena, per il pranzo ci siamo lanciate nella francesinha. Proprio quella in cui ieri un ragazzo pucciava le patatine fritte nell’uovo. Non potevamo non provare. Difficile da digerire: pane, formaggio, prosciutto, una bistecca a fare da base, wurstel. Sopra l’uovo fritto, il tutto innaffiato da una salsa salatissima e circondato di patatine fritte. Scrivo prima di rimettermi in moto.

lelloStamattina siamo andate a nord di Campos dos Martires, cercavamo rua Carmelitas, con la libreria di Lello y Irmao. Tutta in legno, uno scalone centrale con i gradini rossi che si attorciglia su se stesso. Il soffitto decorato con rosoni in legno e quello del tetto con una vetrata. Poltroncine blu, libri antichi e moderni. Bellissimo.

Devo ammettere che la mattina era iniziata con la sveglia sbagliata (l’ho messa alle 8, ma era l’ora italiana), ho scambiato il frutto della passione per delle melanzane, e ancora prima avevo pensato fossero prugne… dimenticando che le prugne sono frutti di un albero e non di una pianta rampicante. Ma la libreria di Lello (un suo erede era in camicia a righe azzurra dietro alla cassa) ci ha fatto iniziare bene la giornata. E poi, la magia dei posti si vede anche dalle coincidenze. Quando da lontano arriva un pensiero proprio tra quelle pareti intarsiate di storia.

lucidascarpeTanti dettagli. Il più incredibile oggi in avenuda dos Aliados. Ci sono i lustrascarpe. E’ il quartiere dei banchieri.

Ps 1: Effettivamente i prezzi in Portogallo sono bassi, come si legge nelle guide. Ieri sera cena con due tipi diversi di bacalhau entrambi con contorno (tra l’altro porzioni enormi, ci siamo dimenticate di chiederne metà) con una bottiglia di vino bianco, abbiamo speso 27 euro in totale, quindi 13,50 a testa. Nel pomeriggio ci siamo sedute a un tavolino della Riberia, due coke 3 euro. Stamattina dos cafè al bar, 1,50. Poi ci sono dolci enormi nelle vetrine delle confeterie a 1 euro, panini a meno di 2 euro.

Ps 2: Premessa alla parola del giorno. Ero indecisa tra: tchao (arrivederci, si pronuncia tao) e bom dia, che oggi abbiamo iniziato a usare.

Ma poi ho fatto un’altra scelta.

Parola del giorno: dos, due. Che si pronuncia duish. Non molto intuitivo.

Pagina Successiva »


I BRUSCHI DETTAGLI

Raccontare, vedere poi ascoltare e scrivere. Leggere, chiedere, curiosare. E una pagina bianca per dirlo a qualcuno. Non il Tutto, solo qualche dettaglio

SUL COMODINO

Moon Palace (Paul Auster)

Il caffè di Sindona (Gianni Simone, Giuliano Turone)

… ULTIME LETTURE

Firmino (Sam Savage)

Gli effetti secondari dei sogni (Delphine de Vigan)

Abbiamo ucciso Aldo Moro (Emmanuel Amara)

Il cinico non è adatto a questo mestiere (Ryszard Kapuscinski)

La prova del miele (Salwa al-Neimi)

Né di Eva né di Adamo (Amélie Nothomb)

L'insostenibile leggerezza dell'essere (Milan Kundera)

La solitudine dei numeri primi (Paolo Giordano)

Aprile è arrivato (Morley Callaghan)

La ragazza dai capelli strani (David Foster Wallace)

Il giudice e il suo boia (Friedrich Durrenmatt)

L'amante di Lady Chatterley (David Herbert Lawrence)

Mi fido di te (Abate, Carlotto)

Il pornografo di Vienna (Lewis Crofts)

Caos Calmo (Sandro Veronesi)

Proibito parlare (Anna Politkovskaja)

La regina dei castelli di carta (Stieg Larson)

Il giorno prima della felicità (Erri De Luca)

Americana (Don De Lillo)

L'identità (Milan Kundera)

L'amante (Marguerite Duras)

La separazione del maschio (Francesco Piccolo)

Il vecchio che leggeva romanzi d'amore (Luis Sepulveda)

Foto di gruppo con chitarrista (Mauro Pagani)

Distanza di sicurezza (Slavoj Zizek)

Everyman (Philip Roth)

La bellezza e l'inferno (Roberto Saviano)

Girasole (Gyula Krudy)

Una parentesi luminosa (Marella Caracciolo Chia)

… ULTIME VISIONI

Hana-bi (Takeshi Kitano, 1997)

My blueberry nights (Wong Kar Wai, 2007)

Galantuomini (Winspeare, 2008)

In the mood for love (Wong Kar Wai, 2000)

L'isola (Kim Ki Duk, 2000)

Le onde del destino (Lars Von Trier, 1996)

Ferro 3 (Kim Ki Duk, 2004)

Sangue Vivo (Winspeare, 2000)

Onora il padre e la madre (Lumet, 2007)

Ogni cosa è illuminata (Schreiber, 2005)

Cargo 200 (Balabanov, 2007)

Il giardino di limoni (Eran Riklis, 2008)

Il bambino con il pigiama a righe (Mark Herman, 2008)

Stella (Sylvie Verheyde, 2008)

Valzer con Bashir (Ari Folman, 2008)

Milk (Gus Van Sant, 2008)

News from home (Amos Gitai, 2005)

Il cacciatore di aquiloni (Marc Forster, 2007)

La foresta sepolta (Kohei Oguri, 2005)

Caos Calmo (Antonello Grimaldi, 2007)

Gran Torino (Clint Eastwood, 2008)

Era il mese di maggio (Marlen Khutsiyev, 1970)

Lunga felice vita (Gennadi Shpalikov, 1966)

Teza (Hailé Gerima, 2008)

Birdcage Inn (Kim Ki Duk, 1998)

Freeze me (Ishii Takashi, 2000)

The Coastguard (Kim Ki Duk, 2002)

The millionaire (Danny Boyle, 2008)

Revolutionary road (Sam Mendes, 2008)

Rosetta (Luc &J.Pierre Dardenne, 1990)

True women for sale (Herman Yau Lai-To, 2008)

The Reader (Stephen Daldry, 2008)

Arizona Dream (Emir Kusturica, 1992)

Zodiac (David Fincher, 2007)

Dream (Kim Ki Duk, 2008)

Uomini che odiano le donne (Niels Arden Oplev, 2009)

Nuvole in viaggio (Aki Kaurismäki, 1996)

In Bruges (Martin McDonagh, 2008)

La banda Baader Meinhof (Uli Edel, 2008)

Crocodile (Kim Ki Duk, 1996)

La vita è un miracolo (Emir Kusturica, 2004)

La Fiammiferaia (Aki Kaurismaki, 1990)

Paura e delirio a Las Vegas (Terry Gilliam, 1998)

L'uomo in più (Paolo Sorrentino, 2001)

Il segreto di Esma (Jasmila Zbanic, 2006)

L'ultimo re di Scozia (Kevin MacDonald, 2006)

Idiots (Lars Von Trier, 1998)

L'estate di Kikujiro (Takeshi Kitano, 1999)

L'uomo senza passato (Aki Kaurismaki, 2002)

China Blue (Micha X. Peled, 2005)

Beirut diaries (Mai Masri, 2005)

Machan (Uberto Pasolini, 2008)

Il matrimonio di Tuya (Wang Quanan, 2006)

 

Novembre: 2009
L M M G V S D
« Ott    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30